La politica italiana ondeggia tra il dibattito sul Green pass e le scadenze quirinalesche. Solo le splendide vittorie agli Europei di calcio, alle Olimpiadi e Paralimpiadi hanno, per qualche istante, fatto dimenticare questa monotona alternanza di argomenti che, comunque li si veda e la si pensi, sono oggetto di particolare attenzione più tra le destre rispetto al settore della vecchia maggioranza che sosteneva il Conte bis.

Infatti, sono i sovranisti, i residui berlusconiani e qualche conventicola centrista con lo sguardo rivolto al conservatorismo neonazionale a mostrare più irrequietezza, una maggiore concorrenza pure elettorale, in una campagna per le amministrative comunali (e per le regionali calabresi) piuttosto sottotono, abbastanza spenta e quasi priva di quella necessaria verve che anima polemicamente i dibattiti.

Dibattiti ve ne sono pochi. Lo sguardo è rivolto al campo di battaglia No-Vax e No-Pass. Ma non solo. Al lavoro per sobillare gli istinti più scomposti e disarmonici verso una assunzione collettiva di civiche responsabilità, i neofascisti fanno il lavoro sporco, molestano le piazze, scaldano le pulsioni ancestrali di un rigonfiamento addominale pieno di flatulenti false notizie, ipotesi e fantasie di complotto. Le proteste tengono banco, ogni settimana. Si organizzano (si fa per dire…) su Internet, da Telegram alle pagine Facebook, inneggiano alla guerra guerreggiata contro l’informazione “mainstream” e accusano un po’ tutti di fare parte di una congrega internazionale che vuole ridurre la popolazione mondiale per far largo forse ad una nuova specie di eletti.

Siccome il tema delle vaccinazioni e del certificato verde sta in scena senza soluzione di continuità, con una certa logica visto che siamo ancora in un biennio pandemico che preannuncia la terza dose del vaccino e, a seguire, richiami annui per proteggersi e proteggere gli altri dal Covid-19, ecco che le destre di governo e di opposizione acchiappano al volo l’argomento, se non del secolo, almeno di questo secondo decennio del nuovo millennio. Bisogna giocare di sponda, far vedere che non si è troppo compromessi col potere istituzionale, a sua volta collegato con le direttive ufficiali delle grandi centrali economiche del Vecchio Continente.

Ed allora, a domanda risponde, il condottiero dei primatisti italiani afferma che lui è vaccinato, che ha fatto pure la seconda dose ma che il Green pass non va esteso a tutte le categorie e che lui, solo lui, conosce i rischi che corre la democrazia: bisogna convincere e non imporre. Il nuovo avversario, ottima scelta nel mercato delle proposte di distrazione dai concreti problemi sociali, è l’obbligo vaccinale. Basta solo che Speranza lo agiti come possibilità, nonostante si stia per raggiungere l’80% degli immunizzati, per far muovere le acque della destra che si contende il primato della rappresentanza politica tanto dello schieramento cui appartengono i sovranisti e liberisti berlusconiani, quanto degli interessi particolari del ceto medio e della grande borghesia del Bel Paese.

La figura di Mario Draghi giganteggia su questi nanerottoli da giardino con lo sguardo truce e piuttosto accigliato. Se è sufficiente a ricompattare la onnipotente maggioranza di unità nazionale, altrettanto non sembra efficace, però, nel fermare la pedantesca propaganda da becera campagna elettorale di bassissima lega fatta a suon di selfie, dichiarazioni imbarazzanti sui vaccini e sulla scienza, contenimento delle spinte centrifughe di alcuni deputati, senatori e anche candidati sindaci che si lasciano scappare qualche antivaccinismo di troppo, qualche accostamento storicamente indecente e moralmente sconcio tra campi di sterminio e Green pass.

Le foto di rito tra i due principali contendenti della moderna destra sovranista servono a far titolare i quotidiani di area: “Finalmente sposi“. Il patto esiste, lo siglano sul quel ramo del lago di Como che volge anche a quel Mezzogiorno terra di riconquista per alcuni e di conquista per altri. Anche se i voti non bastano per tutti: se cresce una forza, l’altra dimagrisce. La coperta è grande, ma ha i suoi angoli e prima o poi finisce.

Nessuno di loro ha interesse a far venire meno la fiducia al governo da un lato e l’opposizione accondiscendente dall’altro. Nonostante il centrosinistra PD-pentastellato non sia in ottima forma: si lascia lavorare Draghi che sincretizza le posizioni politiche, armonizza gli interessi elettorali delle forze di maggioranza, ne tiene equidistanti gli estremi e fa convergere tutti sul primato dell’economia di mercato, sul fulcro della stabilità rappresentato dalle imprese.

Confindustria ha persino smesso di fare appelli urlati sulle ripartenze in sicurezza. Non ne ha bisogno: Conte non garantiva la direzione nettamente liberista intrapresa invece dal nuovo corso di unità nazionale. Solo il mantenimento del precario equilibrio tra renziani, grillini e democratici faceva guardare a qualche timida riforma in senso progressista. Il banchiere di Bruxelles ha coalizzato tante diversità di interessi da rendere ininfluente il potere ricattatorio di una sola forza contro le altre. Se uno molla la presa di Palazzo Chigi, è lui ad essere abbandonato e non il governo, tanto meno Draghi.

I mercati vogliono che resti e la ragion economica vale di più di qualunque schermaglia politicanteggiante, soprattutto se il substrato che la sottende è meramente elettoralistico.

Draghi compare poco, tiene un profilo distaccato con la stampa e gli alti mezzi di comunicazione. Ne guadagna in autorevolezza, altrimenti sarebbe costretto a rispondere a troppe domande, a subire il fuoco di fila dei sovranisti fedeli e infedeli. Intanto la concorrenzialità a destra aumenta con l’avvicinarsi delle scadenze istituzionali: leggi di bilancio, Quirinale, future elezioni politiche e probabile fine dell’emergenza pandemica con la chiusura dell’anno corrente.

La partita della rimodulazione liberista della politica italiana è apertissima. Le destre la giocano con abilità. Il centrosinistra langue come proposta alternativa ad un pericolo per la democrazia che è già sufficientemente sostanziale e sostanziato nell’attuale governo… E la sinistra di alternativa tace. Non progetta nulla. Invisibile a sé stessa e ad una Italia del lavoro e della precarietà che continua a vedere nel sovranismo e nel liberismo gli interlocutori per una soluzione ai problemi sociali. Così, non può continuare. Eppure continua…

Di Nardi

Davide Nardi nasce a Milano nel 1975. Vive Rimini e ha cominciato a fare militanza politica nel 1994 iscrivendosi al PDS per poi uscirne nel 2006 quando questo si è trasformato in PD. Per due anni ha militato in Sinistra Democratica, per aderire infine nel 2009 al PRC. Blogger di AFV dal 2014

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