da Mario Lombardo 

Il nuovissimo leader del Partito Liberal Democratico giapponese (LDP) e prossimo capo del governo di Tokyo, Fumio Kishida, nella conferenza stampa tenuta dopo essere stato proclamato vincitore ha annunciato la sua intenzione nientemeno che di “costruire una nuova forma di capitalismo”. Le concessioni retoriche al progressismo economico e fiscale dell’ex ministro degli Esteri la dicono lunga sulle preoccupazioni nel partito di centro-destra che domina la scena politica nipponica dal secondo dopoguerra. Se la necessità di promuovere “crescita” e “distribuzione” delle ricchezze appare in teoria indiscutibile, l’esistenza delle condizioni e della volontà per farlo realmente sono però quanto meno dubbie. Soprattutto se si considera che l’affermazione di Kishida viene quasi universalmente considerata come un successo della fazione conservatrice del LDP, influenzata ancora in larghissima misura dal potente ex premier Shinzo Abe, le cui manovre sono state decisive nell’orientare l’esito del voto all’interno del partito.

In estrema sintesi e secondo le ricostruzioni della stampa ufficiale, a giocarsi seriamente la leadership erano soltanto due candidati: Kishida, favorito dall’establishment del LDP, e il ministro delle Riforme Taro Kono, preferito dalla base del partito e dal pubblico giapponese in generale. Kono puntava sulla sua abilità nel comunicare e nel proiettare un’immagine di efficienza e modernità, soprattutto grazie a posizioni progressiste sui temi sociali, ma i centri di potere liberaldemocratici hanno scelto alla fine una soluzione meno “radicale”, anche se apparentemente meno popolare.

Il voto interno al LDP si era reso necessario dopo le dimissioni a inizio settembre del leader uscente e attuale primo ministro, l’oscuro Yoshihide Suga, penalizzato da una gestione giudicata pessima dell’emergenza pandemica e dalla decisione di far disputare le Olimpiadi estive nonostante l’aumento dei contagi e l’opposizione dei giapponesi. Con un’elezione alle porte e il rischio di un tracollo del partito, Suga si è trovato a subire fortissime pressioni per farsi da parte, così da lasciare la leadership a un successore meno compromesso.

Le elezioni per il rinnovo della camera bassa del parlamento giapponese (“Dieta”) dovranno tenersi non oltre il 28 di novembre, anche se è probabile che saranno indette con qualche settimana di anticipo. Essendo il LDP la forza dominante e, malgrado la tendenza al ribasso, con un vantaggio notevole in termini di consensi su un’opposizione poco meno che allo sbando, è quasi scontato che Kishida sarà il capo del governo di Tokyo dopo il voto. La carica di premier la otterrà però formalmente già lunedì prossimo, data in cui è previsto il voto di fiducia in parlamento che decreterà il passaggio di consegne dal gabinetto Suga.

Le procedure per la selezione del numero uno del LDP si sono tenute nella giornata di mercoledì, con un doppio voto che ha coinvolto i membri del parlamento e le sezioni locali di questo partito. Al primo scrutinio, nel quale i consensi degli iscritti, espressi tramite le rispettive sedi regionali, avevano maggior peso, Kono ha ottenuto un voto in più rispetto a Kishida ma senza raggiungere la maggioranza assoluta.

In corsa c’erano anche altre due candidate e almeno una di esse ha svolto un ruolo forse decisivo per l’esito della consultazione: l’ex ministra delle Comunicazioni Sanae Takaichi, ovvero la favorita dell’ex premier Abe e notoriamente su posizioni di ultra-destra. L’appoggio della fazione probabilmente più importante del LDP le ha garantito un numero consistente di voti al primo turno, sottraendoli a Taro Kono e rendendo inevitabile il ricorso al ballottaggio.

Poche ore più tardi c’è stato così il secondo turno, nel quale le regole del partito prevedono un sostanziale ritorno del potere decisionale nelle mani dei deputati. Nella fase decisiva, su 427 voti validi, Kishida ne ha incassati 257 contro i 170 di Kono. Quest’ultimo ha prevalso nuovamente e in maniera schiacciante tra i delegati regionali del LDP, ma nulla ha potuto contro il coalizzarsi dell’establishment del partito a favore del suo rivale.

Su Kishida sono stati dunque dirottati in maniera decisiva i voti dei sostenitori della candidata indicata inizialmente da Shinzo Abe. Questo fattore, secondo la maggior parte dei commentatori, rende il neo-leader e prossimo primo ministro dipendente dalla destra del partito, mettendo in forte dubbio da subito gli impegni a percorrere una strada diversa in ambito economico rispetto agli ultimi due governi. Kishida è considerato un moderato e una sorta di “colomba” in politica estera, anche se negli ambienti politici giapponesi gli viene riconosciuta un’inclinazione per lo più pragmatica.

In molti hanno fatto notare come i vertici del LDP abbiano scommesso su un nuovo leader tutt’altro che brillante e con scarso appeal tra gli elettori nonostante uno dei candidati fosse un politico, come Taro Kono, potenzialmente in grado di rilanciare l’immagine del partito. La scelta è stata fatta però proprio per favorire il mantenimento del controllo sul LDP delle fazioni conservatrici ed evitare di innescare forze centrifughe con un leader relativamente di rottura. Questa scelta è stata più semplice dopo la pubblicazione di alcuni recenti sondaggi di opinione che attorno alla metà di settembre indicavano un certo recupero dei consensi del LDP, fugando i dubbi residui sul possibile esito delle elezioni di novembre al di là dell’identità del nuovo leader.

Le promesse di Kishida sono ad ogni modo ambiziose, a cominciare da un pacchetto di rilancio dell’economia che alcuni stimano attorno ai 270 miliardi di dollari. Le politiche redistributive, come una tassa del 20% sui redditi finanziari, sono state al centro della sua campagna elettorale per la leadership del partito e saranno con ogni probabilità rilanciate anche in vista del voto per il rinnovo del parlamento. Vista l’attuale situazione economica, sociale e sanitaria del Giappone, questa strategia potrebbe risultare proficua in termini di consensi, anche se, una volta chiuse le urne, apparirà chiaro che non esistono le condizioni oggettive per abbracciare politiche espansive di ampio respiro.

Un altro aspetto importante è rappresentato dalla politica estera che Kishida intenderà perseguire. Negli oltre quattro anni in cui ha ricoperto la carica di ministro degli Esteri (2012-2017), il neo-leader del LDP ha cercato di bilanciare le relazioni internazionali del Giappone, consolidando il primato assoluto dell’alleanza con gli Stati Uniti ma evitando scosse eccessive nei rapporti con la Cina, primo partner commerciale del suo paese. Nelle scorse settimane, però, Kishida si è unito al coro anti-cinese degli altri candidati alla guida del partito, insistendo spesso su questioni scottanti per Pechino, come il rafforzamento delle capacità missilistiche di Tokyo o, ancor più, il cambiamento dello status quo a Taiwan.

Per qualcuno, l’atteggiamento di Kishida sarebbe da ricondurre alla necessità di ingraziarsi la destra del partito e di sollecitare gli istinti nazionalisti della popolazione giapponese in campagna elettorale. Anche secondo i commenti apparsi sulla stampa cinese, infatti, una volta al potere Kishida finirà per abbassare i toni e puntare su una politica estera equilibrata che tenga conto della realtà dei fatti. Ciò è del tutto possibile, ma allo stesso tempo non possono essere minimizzate le dinamiche internazionali in atto che vedono gli Stati Uniti intensificare le pressioni su Pechino e, a questo scopo, coinvolgere sempre più i propri alleati in Asia orientale.

Lungo quali linee si svolgerà la politica estera del governo giapponese sotto la guida di Fumio Kishida lo si vedrà a breve, verosimilmente dopo le elezioni di novembre, ma fin da ora sono abbastanza chiare le sfide e le questioni più esplosive con cui il nuovo leader del LDP dovrà fare i conti. Sotto forma di velato avvertimento, la testata on-line governativa cinese Global Times ha pubblicato mercoledì una sorta di elenco dei fattori da tenere in considerazione e che richiederanno estrema prudenza.

Per evitare una pericolosa crisi nei rapporti sino-giapponesi, con conseguenze disastrose anche sull’agenda domestica, Pechino invita ad esempio la nuova leadership del LDP ad abbandonare la strada del militarismo, perseguita negli ultimi anni soprattutto da Abe attraverso il tentativo di modificare la Costituzione pacifista del suo paese.

Inoltre, tra i temi caldi su cui la Cina mette l’accento, ci sono l’eventuale partecipazione del Giappone ad “alleanze militari multilaterali”, con un chiaro riferimento al cosiddetto “Quad” (USA, Giappone, Australia, India) promosso da Joe Biden, e il coordinamento con Washington nel condurre operazioni di “guerra tecnologica” o commerciale con l’intento di ostacolare la crescita economica di Pechino.

Particolare enfasi, infine, viene messa sulla questione di Taiwan, attorno alla quale è emerso un pericoloso dibattito negli ambienti di potere giapponesi negli ultimi mesi, senza dubbio in seguito a sollecitazioni esercitate da Washington. L’editoriale del Global Times invita Tokyo alla massima cautela in questo ambito, in modo da scongiurare iniziative che possano infiammare la situazione nello stretto di Taiwan, fino addirittura a “innescare una nuova guerra con la Cina”

https://www.altrenotizie.org/primo-piano/9417-giappone-vince-l-establishment.html

Di L.M.

Appassionato sin da giovanissimo di geopolitica, è attivo nei movimenti studenteschi degli anni novanta. Militante del Prc, ha ricoperto cariche amministrative nel comune di Casteldelci e nella C.M. Alta Valmarecchia. Nel 2011 crea il blog Ancora fischia il vento.

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