Dicembre 2, 2021

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Cop26, Mercalli a Fanpage.it: “La crescita economica è il problema, non la soluzione”

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Il climatologo Luca Mercalli: “Non c’è nessuna compatibilità tra la crescita economica e la lotta al cambiamento climatico. Lo sappiamo ormai da 50 anni. Serve nuovo modello di sviluppo”.

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Secondo Christiana Figueres, ex responsabile per il clima delle Nazioni Unite che ha supervisionato lo storico vertice di Parigi del 2015, i leader mondiali protagonisti in questi giorni della Conferenza Cop26 di Glasgow dovranno incontrarsi nuovamente tra un anno perché gli impegni assunti per la lotta al cambiamento climatico sono troppo deboli e vaghi per prevenire il disastro. Laurence Tubiana e Laurent Fabius, rispettivamente diplomatico che ha elaborato l’accordo del 2015 ed ex ministro degli esteri francese, hanno confermato che gli obiettivi prefissati in Scozia sono troppo generici e che, a meno di clamorose sorprese nelle prossime ore, “nelle circostanze attuali tra un anno sarà necessario organizzare un nuovo vertice mondiale”. La Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici  si annuncia dunque come un flop, e a confermarlo a Fanpage.it è anche Luca Mercalli, climatologo, divulgatore scientifico e presidente della Società meteorologica italiana.

Oggi è l’ultimo giorno del vertice Onu sul clima di Glasgow. Possiamo ritenerci soddisfatti di quanto emerso finora?
Non abbiamo ancora la versione finale dell’accordo ma solo delle impressioni parziali. Come sempre accade in questi vertici direi che è stato fatto troppo poco. Qualcosa si deciderà, ma non sarà assolutamente compatibile con i tempi della fisica che regolano il funzionamento del nostro pianeta.


Non è stata ancora compresa l’urgenza del problema del cambiamento climatico?
Quello che oggi servirebbe è una mobilitazione almeno pari a quella degli Alleati di fronte alla Seconda Guerra Mondiale. Questo dovrebbe essere il “clima” sociale da respirare, invece ci sono troppe lentezze e frizioni, troppe coniugazioni al futuro, troppi “faremo”, un numero infinito di condizionali, troppe date spostate in là. Certo, domani o domenica – quando chiuderanno la versione finale dell’accordo – avremo delle rassicurazioni, ci diranno che si farà di tutto per contenere l’aumento della temperatura entro 1,5 gradi, ma dobbiamo sapere che saranno solo promesse e non dei risultati, che vedremo – se li vedremo – tra diversi anni. Ma se le promesse sono così stentate e vaghe figuriamoci quali potranno essere i risultati, che andranno tutti sottoposti a una verifica fisica. Non dimentichiamoci che il problema climatico si risolve solo con fatti molto concreti, con i Kilowattora verdi, con il risparmio energetico, il taglio di tonnellate di Co2; purtroppo non saranno le parole e la diplomazia a salvarci.

Dunque, anche la conferenza di Glasgow rischia di essere un enorme fallimento.
Qualcosa sicuramente si porterà a casa. Ma direi troppo poco e troppo lentamente. Non c’è, evidentemente, un’urgenza corale anche se l’hanno scritto in tutti i documenti ufficiali: “La malattia è grave, dobbiamo fare una dieta. Ma chi comincia? E quando? Tra dieci anni, tra venti…”. Così non va.

I leader mondiali un giorno parlano di emergenza climatica, il giorno dopo di crescita economica. Ma si può risolvere la prima senza rinunciare alla seconda?
No, assolutamente no. Non c’è nessuna compatibilità tra la crescita economica e la lotta al cambiamento climatico. Lo sappiamo ormai da 50 anni: l’ha detto il “Club di Roma” con il Rapporto sui limiti alla Crescita del 1972; le verifiche dei modelli di calcolo sono state fatte nel 1992, nel 2014 e persino quest’anno con una pubblicazione di Gaya Herrington intitolata Update to Limits to Growth. Che crescita economica e clima non siano compatibili l’ha spiegato anche l’EEA, l’Agenzia Europea per l’Ambiente, con il rapporto Growth without economic growth, un documento istituzionale che chiarisce ancora una volta che è proprio la crescita economica la causa del disastro ambientale ed ecologico. Secondo l’EEA “la crescita economica è strettamente collegata all’aumento della produzione, del consumo e dell’utilizzo delle risorse, che ha effetti negativi sulla natura, il clima e la salute umana”. È così, ormai lo dicono anche enti istituzionali e non solo associazioni ambientaliste, eppure i leader mondiali continuano a paventare la crescita come la soluzione al problema e non, invece, come la causa principale.

Serve quindi un nuovo modello di sviluppo?
Sì, serve un nuovo paradigma che risolva il problema ambientale all’origine. Ogni altra soluzione sarebbe solo un palliativo incapace di curare la malattia del pianeta, che è causata dal consumo eccessivo di materie prime e dalla restituzione di rifiuti, compresi i gas serra che cambiano il clima, provocano l’estinzione di numerose specie, la perdita di biodiversità e compromettono la nostra salute. Occorre però anche stabilizzare la popolazione terrestre: come non si può crescere all’infinito in termini di consumi, non lo si può fare neppure in termini demografici.

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