Un racconto approfondito e in prima persona delle contestazioni alla Cop26 scozzese, che segna probabilmente un punto di svolta dei movimenti per la giustizia climatica

A Glasgow ho incontrato una situazione del tutto inedita per me e che dimostra l’esistenza di un movimento ecologista globale dotato di gambe e braccia – forse ancora da rodare – ma una testa chiara, fatta di rappresentanti dei movimenti indigeni e Mapa (Most affected people Areas).

La città di Glasgow è stata trasformata in una “agorà” dove però fanno da padroni le migliaia di lobbisti che guidano le scelte – o meglio le dichiarazioni – dei rappresentanti politici, dal livello sovranazionale a quelli governativi e locali. Un Festival del greenwashing, come l’ha chiamato Greta Thunberg in un intervento in piazza riportato da DINAMOpress, al quale partecipano le grandi e piccole Ong e associazioni ambientaliste e – anche all’interno, ma soprattutto all’esterno della conferenza – rappresentanti di popolazioni indigene, movimenti ecologisti e lotte locali contro la devastazione ecologica provenienti da tutto il mondo.

La situazione di Glasgow era praticamente opposta a quella del G20 di due settimane fa, che ho vissuto nel bel contesto del climate camp di Roma, ma con intorno una città preda di una gestione servile e ultra-securitaria per permettere ai 20 potenti di abbuffarsi di cucina italiana.

La porosità che caratterizza le Cop ha evidenti limiti, ma delinea un contesto del tutto inedito per la mia esperienza politica. Questa edizione di Glasgow ha comunque attirato molte critiche che, ancora Greta, ha riassunto nel lemma«la Cop più escludente di sempre», su cui torno tra poco parlando di logistica. Ma la prima domanda da porsi è allora: ci saranno ancora occasioni così, spazi di confronto così ampi, mentre entriamo nel vivo della crisi climatica ed ecologica?

Extinction Rebellion reclamava da settimane che questa doveva essere “l’ultima Cop” perché è il momento di agire e finirla con il “blahblahblah”. A Glasgow non è certo finito il blahblahblah, ma alcuni segnali sono inequivocabili. Ad esempio, il fatto che le prossime edizioni di Cop27 e Cop28 saranno organizzate dai regimi di Egitto ed Emirati Arabi sembra restituire al mittente, e con interessi, il “fuck off” che i movimenti hanno lanciato dai cancelli della conferenza nel suo ultimo giorno ufficiale (12 novembre), espresso nella versione scozzese “Get Tae Fuck”. Ancora senza il verdetto ufficiale arrivato nella notte di sabato 13 novembre, il fallimento era infatti confermato dai fatti.

ARRIVO – QUANDO LA LOGISTICA DICE MOLTO

Senza voler ammorbare chi leggerà queste note con toni troppo personali, credo che per provare a restituire quel che è accaduto a Glasgow nelle scorse settimane, sia utile partire dalle difficoltà logistiche e dai paradossi che hanno accompagnato la preparazione e il viaggio stesso. Partiamo dall’ovvio, cioè che per raggiungere la Scozia in treno partendo – come ho fatto – dalla Svizzera francofona, non si tratta di un viaggio interminabile. Attraverso tre treni veloci si arriva con poco più di una decina di ore complessive di viaggio, durante le quali si può naturalmente riposare o lavorare.

Ho fatto questa scelta per diverse ragioni: mi scocciava andare a un evento del genere dovendo prendere ben due aerei e fare scalo, in questo modo avevo l’occasione di capire qualcosa di più sui dibattiti all’interno della conferenza (alla quale sapevo che non sarei entrato) dai giovani Fff in veste di Destinazione Cop con i quali ho condiviso parte del viaggio.

Ma soprattutto ho potuto fare questa scelta perché per la prima volta in vita mia potevo permettermelo, sperando in un rimborso dell’Università dove lavoro.

Infatti, venire a Glasgow in aereo, pur con uno scalo nel mezzo, costa circa un quinto del prezzo del treno, seppure il danno ecologico prodotto dal primo mezzo è decine di volte maggiore del secondo, che nel complesso infrastrutturale dovremmo considerare come un vero common europeo – le ferrovie ci sono infatti espropriate come mezzo da ricchi, per la cui scelta giunto alla stazione centrale di Glasgow sei addirittura ringraziato dalle grafiche della conferenza stessa.

Come accade a questi appuntamenti ecologisti internazionali, molte e molti sono accorsi da tutto il Regno Unito e dal Nord Europa persino a piedi e in bicicletta. Le questioni logistiche non si fermano però certo al mezzo di trasporto con cui arrivare qui.

Se Greta ha parlato dell’evento di Glasgow come la Cop più escludente mai vista è soprattutto per l’utilizzo politico della situazione Covid da parte del governo del paese ospitante, che ha fatto crescere le incertezze e le difficoltà nella partecipazione alla conferenza. Il governo di Boris Johnson, a fronte di una diffusione elevata del virus che perdura da settimane, ha mantenuto la libera scelta sull’utilizzo di mascherine e Dpi, ma ha introdotto l’obbligo di prenotazione di un tampone obbligatorio in territorio Uk entro il terzo giorno di arrivo, che si traduce in una tassa obbligatoria da pagare pure se si è provvisti di green pass.

Questa “tassa” condita da enorme burocratizzazione diventa un vero incubo se non si proviene da paesi occidentali, come hanno sottolineato a più riprese i rappresentanti di CoalitionCop, la coalizione di movimenti sociali ed ecologisti che ha organizzato la marcia e sostenuto l’arrivo di molt* attivist* di comunità indigeni e marginalizzate, a cui sarebbe altrimenti stato precluso l’accesso.

La gestione della pandemia usata come vettore di burocratizzazione e controllo sociale non è certo una novità, ma è impressionante l’ossimoro che intercorre tra un paese focolaio dove le persone si mettono la mascherina in bus nonostante il governo e la necessità di presentare un dossier completo di ogni minimo dettaglio, assieme al passaporto, quando si passa la dogana del suddetto paese (provenendo spesso da realtà dove il virus sta circolando poco o niente).

Tra le cose da dichiarare c’era anche un indirizzo dove svolgere l’eventuale quarantena in caso di tempone positivo. Eppure, a Glasgow nelle prime due settimane di novembre era impossibile trovare una stanza a meno di mille euro. Speculazione tipica dei grandi eventi. La CoalitionCop e i movimenti come XR che ne fanno parte indicavano la piattaforma Human Hotel, dove moltissime persone avevano aperto le proprie case per ospitare gratuitamente o a bassissimo costo attivist* provenienti da tutto il mondo. La richiesta è stata così alta che la piattaforma ha smesso del tutto di funzionare nelle ultime settimane, e persino ad Edimburgo (un’ora di treno da Glasgow) era difficile trovare un buco disponibile.

Per fortuna, proprio nei giorni in cui mi mettevo in viaggio, alcun* ragazz* dei movimenti scozzesi e britannici occupano un enorme stabile in disuso (e in ottime condizioni) per ospitare le tante persone in arrivo in città per le mobilitazioni dello scorso fine settimana e chiunque ne avesse bisogno. Ciò, nonostante la storica mancanza di un movimento squat scozzese. A dimostrazione dell’eccezionalità dell’occupazione in tale contesto, segnalo che al Baile Hoose c’è stato un tentativo di sgombero con tanto di screzio tra polizia inglese e scozzese e alcuni giorni dopo Jeremy Corbyn è andato allo squat per portare solidarietà agli occupanti, capaci di portare attenzione sulla grave mancanza di alloggi tipica delle città come Glasgow, dalla storia industriale e soggette alla peggiore speculazione edilizia nella conversione neoliberale.

Tornando all’arrivo in stazione, si è subito tempestati di messaggi. Siamo oltre il greenwashing: in ogni angolo della città si mischiano e confondono slogan provenienti dall’attivismo ecologista degli ultimi anni a messaggi pubblicitari sulla sostenibilità di qualsiasi settore economico.

Le stesse grafiche della conferenza e di Sky, suo media partner ufficiale, mostrano il mondo come questo bellissimo oggetto sferico “da salvare insieme”.

Ma di quale mondo parlano? Non quello raccontato nelle centinaia di incontri e dibattiti con attivist* accademic* e rappresentanti di comunità oppresse organizzati nell’ambito del “People’s Summit” di CoalitionCop, né tantomeno quello visto sfilare in una marcia storica, e bloccare le strade di Glasgow.

LA GRANDE MARCIA

Il corteo di sabato 6 novembre per le strade di Glasgow è una manifestazione internazionale che ha espresso una ricchezza magmatica che, evidentemente, scorre nelle venature profonde del pianeta. A due anni di pandemia, un evento storico. A seconda della cultura politica, dell’accento, delle abitudini, si parla di “più di 100mila”, “200mila” o “300mila” partecipanti. A ogni modo, è stato uno di quelli “assembramenti” che ci ha messo ore a muoversi dal concentramento iniziale, il grande Kavilgrove Park sulle cui fangose stradine interne si componevano e posizionavano caoticamente i più di 10 spezzoni previsti.

Il tutto, sotto una vera e propria tempesta di pioggia e vento che ha accompagnato l’intera marcia, con rari ma vitali momenti in cui il sole spuntava e scaldava il cuore dei partecipanti – soprattutto i moltissimi accorsi fin lassù da latitudini e temperature molto differenti. Insomma, questa – seppure è la normalità per Glasgow come dimostrano i cartelli di alcune giovani attiviste –

risultava un vero e proprio climate chaos per le tante persone presenti che, come me, non si sentono mai davvero pronte a camminare per ore sotto la pioggia battente e il vento forte a circa 10 gradi di massima. Eppure, questo caos restituiva anche quel pizzico di necessaria magia:

Insomma, un corteo con partecipazione storica, ancor più impressionante proprio perché quella giornata aveva davvero tutto contro: la situazione politica post-Brexit che rende faticoso e burocratizzato muoversi, il contagio pandemico in nuova risalita in tutta Europa e che risulta particolarmente complesso in Uk da molte settimane, la mancanza di spazi fisici autogestiti in città in grado di sostenere la presenza di migliaia di attivist* internazionali in città, unita alla strutturale mancanza degli alloggi in una città industriale in profonda conversione neoliberale.

Il meteo “insopportabile” di Glasgow è stato sottolineato in vari incontri dai veri protagonisti delle mobilitazioni attorno all’evento di Cop26, i rappresentanti delle comunità indigene e Mapa accorsi da tutto il mondo, per costruire alleanze e cambiarne gli assetti. Proprio quelle e quelli che hanno guidato la testa della manifestazione.

IL FRONT-END DEL MOVIMENTO: «PRIORITIZING INDIGENOUS PEOPLES»

Il blocco di apertura della marcia era dedicato alle delegazioni delle popolazioni indigene, provenienti da mezzo mondo sia per testimoniare la propria persistente lotta che, soprattutto, per lanciare un grido d’allarme sul rischio a cui le espone la combinazione di cambiamento climatico, inquinamento, dipendenza imposta dal mercato e devastazione estrattiva degli ecosistemi. Tutto ciò, in conseguenza di un sistema economico ingiusto, da cui tali popolazioni non hanno mai tratto alcun minimo beneficio, a cui sin dalla colonizzazione si sono opposti. La testa indigena del corteo non risulta affatto un’eccezione, ma la conseguenza di un’attenzione speciale evidente in ogni atto pubblico dei movimenti per la giustizia climatica a Glasgow.

Tale richiamo, d’altra parte, scandisce i più importanti eventi dei nuovi movimenti per la giustizia climatica da quando l’Ipcc ha palesato nella comunità scientifica che il 5% di popolazione indigena custodisce circa l’80% della biodiversità del pianeta. Le “popolazioni indigene” sono dunque oggi agitate ovunque vi siano lotte eco-logiche che disconoscono l’antropocene, affermando cioè che la crisi nella quale stiamo precipitando è conseguenza di una specifica ontologia, di una specifica relazione con il non-umano, di uno specifico modo di produzione dell’economia capitalista e della soggettività, che implica colonialismo, patriarcato e razzismo.

Tali lotte e tali richiami alle popolazioni indigene sono oggi davvero ovunque. La particolarità espressa in queste settimane a Glasgow è che moltissimi esponenti di queste popolazioni erano presenti, si consultavano, dibattevano, mostravano le loro visioni, guidavano le azioni e, soprattutto, spronavano chiunque prestasse loro attenzione a stringere un’alleanza globale ed entrare in lotta insieme a loro. Sulle (molte) cose che li riguardano, facendo come dicono loro.

Bisogna riconoscere l’enorme lavoro della CoalitionCop nel sostegno pratico a questa leadership e dunque nell’aver potuto accendere bagliori di un possibile movimento in grado di mettere insieme attori e composizioni sociali diverse su scala globale, e prendere parola – da una prospettiva radicalmente ecologista – su tutte le problematiche degli ecosistemi e delle società umane a partire da (rappresentanti di) chi le vive maggiormente sul proprio corpo. Per 4/5 giorni dopo la grande marcia di sabato 6 novembre, si sono susseguite molte decine di discussioni e laboratori in presenza (e centinaia online) con tale prospettiva, coinvolgendo personalità delle comunità, dell’attivismo, del sindacalismo, dell’accademia, del giornalismo provenienti da tutto il mondo.

I temi e le esperienze riportate erano le più varie, ma uno su tutti era il tema politico della reparation dal colonialismo: i famosi 100 miliardi annui per la transizione ecologica dal Nord al Sud del mondo promessi sin dall’Accordo di Parigi del 2015 e i fondi Loss & Damage per affrontare la crisi climatica nei luoghi che soffrono già le sue conseguenze senza aver contribuito che in minima parte alle sue cause sono visti come il minimo della reparation che spetterebbe versare a US, UE e UK.

Martedì 9 si susseguivano interventi di delegati, di paesi come la Bolivia e di isole del Pacifico che stanno venendo condannate a essere sommerse, usciti dalla conferenza ufficiale per parlare all’assemblea di movimento della CopCoalition con realtà come Standing Rock dal Nord America, coordinamenti di donne indigene sul fronte delle principali lotte in tutta l’America Latina e una giovane rappresentante degli Adivasi, gli indigeni dell’India, senza alcun riconoscimento dallo stato federale al di fuori della discriminazione di casta.

Il tema dell’assemblea era questa evidente emersione da una persistenza del legame terre-popolazioni, per un’alleanza internazionalista che affronti al cuore il problema: con il contributo di tutt*, ma guidata da chi ha tutto – cioè quel persistente legame – da perdere.

L’assemblaggio che ho potuto osservare esterrefatto a Glasgow aveva chiaramente un front-end, un’interfaccia di indigeni e guerrieri, dai Mapuche ai contadini indiani, pronti a unirsi ai ribelli di tutto il mondo in un movimento per la giustizia climatica.

IL BACK-END DEL MOVIMENTO: LA CURA FORNITA DALL’AMBIENTALISMO OCCIDENTALE E LE AZIONI RADICALI

Il rapporto tra back-end e front-end dell’assemblaggio macchinico, non è quello lineare che si vorrebbe far intercorrere tra strategia e tattica in certe fantasie politiciste. Con una visione circolare di questo rapporto possiamo meglio comprendere la necessità espressa da un lavoro invisibile o apparentemente astruso quale è la codifica e de-codifica delle unità di senso (nel back-end). È in un contesto di tipo circolare che si prova a instaurare un rapporto tra un front-end indigeno e Mapa ed un back-end fatto di attivismo ecologista occidentale. Quest’ultimo prova a codificare e decodificare le indicazioni della testa indigena per usare al meglio quel che resta del proprio, precarissimo, privilegio ai tempi della crisi climatica ed ecologica. Vale dunque la pena chiedersi cosa abbia espresso e quale ruolo abbia svolto questo back-end nella tappa di Glasgow.

Quanto detto per la CoalitionCop in merito al fondamentale sostegno alle migliaia di persone accorse alla marcia ed alla contro-conferenza dagli angoli più remoti del pianeta, vale a maggior ragione per il movimento che è stato certamente protagonista nelle piazze di Glasgow: Extinction Rebellion (XR). D’altra parte, la scrittura del codice nel back-end è innanzitutto un lavoro di estrema cura dei dettagli. Tale cura, rivolta alle persone che popolavano le 4/5 azioni al giorno che si sono susseguite nelle due settimane di Glasgow, era evidente nei comportamenti di alcun* autonominatisi operatori di “XR Well Being” che porgevano tè caldo, biscotti e, all’occorrenza, coperture per la pioggia, un sorriso o un conforto a chi ne mostrava il bisogno.

Oltre a questi, molti altri singoli indossavano gilet colorati (a volte anche gialli, ma molto diversi da quelli più noti) indicando il proprio ruolo nel relazionarsi con la polizia o prendendo appunti in quanto parte del sostegno legale.

Addirittura, vi erano altre formulazioni della società civile scozzese, ben evidenti e non legate a XR, figure di generica mediazione che si aggiungevano a quelle dei manifestanti e della polizia – anch’esse indicate con gilet di diversi colori – che compostamente limitavano, chiudevano, sbarravano, accerchiavano e infine trascinavano via le attiviste e gli attivisti impegnati in azioni di disobbedienza civile, spesso attorniati da nutriti gruppi di solidali che intonavano cori in loro “onore” senza opporre la benché minima resistenza.

La restituzione e la comprensione di queste modalità di funzionamento – addirittura accostabili a degli “algoritmi” poiché dotati di strategie e tattiche definite in modo ben preciso (e spesso con rapporto inteso in modo chiaramente lineare, purtroppo) – mi sembra un elemento imprescindibile per provare a tradurre cosa è accaduto a Glasgow, ben prima di facili giudizi e prese di distanze, che si riducono troppo spesso ad affermazioni di altre culture politiche del presente o del passato. A ogni modo, vale la pena chiedersi cosa ha reso le piazze strutturate in questo modo e quanto esse abbiano espresso effettiva efficacia, potenza e capacità di assemblaggio e di affermazione della giustizia climatica.

Cosa ha fornito questa struttura alle tantissime azioni di piazza trova facile risposta in XR e nel fatto che Glasgow si colloca geograficamente nella porzione meno raggiungibile della Gran Bretagna, dove XR è nato nel 2018 e ha proliferato a una velocità impressionante.

Tuttavia, non si può intendere questo fenomeno come esclusivamente britannico: a metà tra un’organizzazione e un movimento, ma certamente capace di diffondere ovunque i suoi minimi messaggi di senso – a partire dall’inconfondibile logo. Erano ben presenti, infatti, cospicue delegazioni di XR provenienti non solo da tutte le regioni del Regno Unito, ma anche da molti paesi di tutta Europa. Siamo dunque di fronte a un fenomeno importante e che spesso adotta una forma di engagement che “arruola” nuovi attivisti, alla prima esperienza. Con tutto ciò che questo comporta, in termini anche problematici, per un movimento che ha fatto dell’efficacia “scientifica” delle sue azioni e tattiche di piazza un elemento di identificazione e che talvolta può scivolare nel bieco dogmatismo.

Oltre alla priorità della cura, l’altro elemento che caratterizza XR è dunque una certa interpretazione dell’azione diretta non-violenta che presenta tratti, variabili ma espliciti, di coraggio e sacrificio. Spesso in chiave squisitamente individuale. D’altra parte, siamo in UK, dove il neoliberismo ha attecchito prima che altrove, ma anche dove la lotta individualista del punk aveva continuato nel solco tracciato dagli hippies. Anche la polizia, tuttavia, ha ben presente il peculiare contesto. E ha preso le proprie contromisure, anche grazie agli ingenti fondi e le spaventose forze in campo (si parla di circa 100 milioni di sterline per ogni settimana di Cop andati alla macchina delle forze dell’ordine).

Non che questo dispiegamento impressionante abbia impedito che alcune azioni funzionassero maggiormente. In particolare: mercoledì 3 novembre, nei primi giorni della conferenza, un corteo di XR, mentre cerca di raggiungere i cancelli di Cop 26, finisce accerchiato e bloccato da una kattle.

Ma la domanda dello striscione alzato dai manifestanti “How many cops to arrest climate chaos?” sintetizza bene la palese inutilità condivisa dalle conferenze per il clima e dalle forze dell’ordine.

Durante il giorno della marcia un gruppo di una ventina di scienziati organizzati con XR sotto il lemma “Scientist Rebellion” vengono arrestati, dopo il blocco pacifico di un ponte di Glasgow durato molte ore. Due sere dopo, l’8 novembre alcun* attivist* bloccano per diverse ore, mettendosi a terra con le proprie biciclette, l’uscita da una cena tra rappresentanti della Banca Mondiale e lobbisti della grande industria fossile.

I veri padroni della Cop26 hanno dovuto ritardare il rientro a casa dopo la cena in un ristorante di un’area fuori dalla città che credevano al sicuro, anche grazie alla solidarietà portata sul posto da alcune centinaia di attivist* (non solo di XR). In ogni caso, gli attivisti sono alla fine stati prelevati e arrestati dalla polizia, che aveva ormai preso possesso di tutta l’area circostante.

Inoltre, c’è stata una “veglia” – organizzata da vari gruppi di XR tra cui quello di buddisti (!) – di fronte alla sede di JP Morgan per denunciare gli investimenti del colosso della finanza nell’industria fossile, è durata 24 ore tra il 9 e il 10 novembre ed è culminata con un corteo arrivato ai cancelli della conferenza, guidato da interventi di rappresentanti indigeni. Tuttavia, la manifestazione che ha meglio mostrato la capacità di assemblaggio tra le diversissime componenti presenze a Glasgow è stata a mio avviso quella di “CLIMATE JUSTICE = MIGRANT JUSTICE”, guidata dalla community di Southside Glasgow che mesi prima aveva avuto la forza di impedire le deportazioni di migranti senza permesso di soggiorno ordinate dalle autorità inglesi, scendendo in strada in modo incredibilmente compatto a impedire le operazioni.

Il corteo, non autorizzato e minacciato alla partenza dal megafono della polizia, è stato accompagnato dal grande protagonismo di attiviste nere ed ispaniche statunitensi, rivelando un compiuto stile Black Lives Matter. Questo è stato probabilmente il punto più alto di scambio e congiunzione materiale tra front-end e back-end, tra rappresentanti di comunità indigene e Mapa internazionali e una forte community della zona di working class e marcatamente multiculturale di Southside Glasgow. Il corteo per i migrant rights è stato anche l’unico dove non è stato evidente il protagonismo di XR, che comunque restava una buona metà della composizione.

Vale la pena chiedersi a questo punto se sia mancato il movimento europeo. La risposta è in buona sostanza affermativa. Innanzitutto, i giovani: Fridays for Future (Fff) arriva ovunque nel mondo e la sezione Fff Mapa è stata protagonista in molti momenti pubblici. Inoltre, la figura di Greta è ulteriormente rilanciata con il geniale “blah blah blah” rivolto a Cingolani e altri sciacalli e con il bel discorso della piazza di venerdì 6 riportato integralmente su DINAMOpress. Ma fino a che punto Fff, “la sua creatura”, resta tale? La sensazione di “Youth washing” è rilanciata persino da un giovane attivista africano che aveva partecipato alla conferenza ufficiale, durante una delle plenarie di movimento promosse da CoalitionCop.

Nel complesso, la mia sensazione è che la maggior parte delle attiviste e degli attivisti di Fff ha impiegato quasi tutto il tempo e le energie dentro la conferenza, provando a districarsi nell’esercito di lobbisti che la popolano e a mettere in piedi alcune forme di informazione e azione critica “da dentro”.

Producendo poco o niente, mi sembra, che abbia trovato grande risalto al di fuori, nei media come nelle piazze. Fff, insomma, mette insieme fondamentali energie con gli scioperi per il clima ed è rappresentata in Europa e in moltissimi paesi del mondo da personalità giovani e capaci, in grado di catalizzare le attenzioni dei media sui problemi socio-ecologici, specifici e globali. Tutto ciò, legandosi talvolta ad organizzazioni radicali pre-esistenti. Ma è questa un’organizzazione? Può diventarlo? In molte situazioni nazionali, e ancor di più su scala globale, queste domande rimangono aperte poiché si è di fronte a una nuova generazione entrata con forza inedita nel dibattito politico.

Tuttavia, una qualsiasi risposta a queste domande non può trovare una risposta sbrigativa e univoca che non consideri le ampie alternative organizzative che stanno fiorendo nel movimento globale per la giustizia climatica. Anche i movimenti ecologisti radicali dell’Europa continentale non hanno portato grandi delegazioni e dunque grande capacità di azione. Relativamente alla distanza fisica, ben più importante e visibile, invece, è stata la delegazione di movimenti statunitensi, in grado tanto di esprimere una prospettiva di alleanza intersezionale nelle assemblee e nei dibattiti, quanto di legarsi con le pratiche ai movimenti locali, sulla base delle formule riconducibili a Blm.

Cosa è mancato perché i movimenti radicali europei e occidentali esprimessero a pieno l’azione che spesso esprimono nei propri territori – ad esempio nelle foreste e nelle miniere della Germania? Non ci sono molte indicazioni chiare in questo senso, a dire il vero.

I movimenti ecologisti occidentali visti a Glasgow nel loro complesso, per quanto accettino ben volentieri di mettersi al seguito di una leadership inedita, rispondono ai valori soggettivi di una classe media bianca che è, assieme a molte altre specie del vivente, anch’essa in via di estinzione in buona parte della stessa Europa. Ma questa è una enorme questione aperta, più che una indicazione.

È interessante però, per pensare a fondo questo problema, notare un movimento che ha fatto molto notizia negli ultimi mesi in Uk, per quanto sia stato praticamente assente dalla Cop26, “Insulate Britain” (Ib). Nato da una costola di XR, si concentra su una single-issue, quella dell’efficientamento energetico di tutti gli edifici inglesi, a partire dal public housing, affinché non si debba scegliere se morire di freddo o pagare la bolletta nel momento in cui il costo dell’energia sta schizzando alle stelle, mostrando uno dei molti aspetti della crisi climatica ed energetica.

Il più eccentrico dei fondatori di XR, Roger Hallam – allontanato a seguito di un paragone tra l’Olocausto e gli abomini del colonialismo di fine Ottocento che gli è costato la gogna mediatica – considera Ib come il modo per legare giustizia climatica e sociale e andare oltre la classe media mobilitata da XR, ma utilizzando lo stesso bagaglio di tattiche d’azione.

Questa localizzata risposta, non toglie alcun grado di urgenza alla domanda, che ripropongo in nuova salsa a costo di essere oltremodo ripetitivo: In che modo i bagliori di alleanza globale per la giustizia climatica vista a Glasgow, con il front-end dei rappresentanti di movimenti indigeni e Mapa e il back-end di sostegno rispettoso dei movimenti occidentali, possono aiutare la lotta ecologista a generalizzarsi in un futuro imminente di materializzazione della crisi climatica ed ecologica (che si scaricherà su costo di cibo ed energia in primo luogo)?

CONFERENZA FALLITA, MA LA CRISI CLIMATICA È GIÀ QUI

Il fallimento della conferenza Cop26 va oltre le seppur minime aspettative. Le questioni sul piatto erano tre, due sul fronte “mitigazione” della crisi (stop sussidi pubblici ai combustibili fossili e stop al carbone) e una, importante perché avrebbe dovuto includere finanziamenti, su quello “adattamento”: oltre ai famosi 100 miliardi annui promessi sin dai tempi di Obama (e rilanciati da Draghi due settimane fa..) ai paesi del Sud del mondo per la transizione, altri fondi Loss & Damage destinati ai paesi che stanno già soffrendo le conseguenze della crisi climatica senza aver contribuito a essa e senza aver avuto “benefici” dal sistema economico e sociale che l’ha prodotta.

Nella pantomima finale sull’approvazione del testo si è annacquata all’inverosimile la dicitura sul carbone, che passa in 24 ore da “phase-out coal” a “phase-out unabated coal”, per arrivare al finale “phase-down unabated coal”. Il governo indiano ha avuto un ruolo importante nella versione finale di questo passaggio (ma parliamo sempre di dichiarazioni di intenti che per definizione restano lettera morta), poiché rivendica la legittimità di un uso del carbone da parte dei paesi oggi in via di sviluppo. Tuttavia, è possibile o addirittura probabile che una dicitura più coraggiosa sull’uscita dal carbone sarebbe stata accettata dall’India se i soldi per la transizione e per il Loss & Damage fossero stati messi sul piatto.

Ma sono gli stessi paesi occidentali che si rivelano: il “blahblahblah” green è importante, ma non così tanto da mettere (le briciole dei) soldi necessari ad affrontare la crisi climatica laddove si sta presentando.

Va da sé che le intenzioni sul finanziamento pubblico ai combustibili fossili e soprattutto le risorse per la transizione e per i danni della crisi climatica sono rimaste – ancora! – nei sogni dell’ambientalismo innocente (e forse di un Boris Johnson costretto a ridimensionarsi). Un ambientalismo che, purtroppo, “non ha età”, letteralmente. Ma è anch’esso in via di estinzione.

Se qualcosa di rilevante è successo, nelle stanze tutt’altro che segrete della Cop26, è la conferenza stampa congiunta di Us e Cina. Non per quello che hanno detto («ce ne occupiamo noi blahblahblah»), ma per quello che significa: (anche) su questo, comandiamo noi. È impressionante invece il ruolo oltremodo marginale delle istituzioni europee, nazionali e comunitarie, che sui media del continente vorrebbero venderci la crisi climatica come qualcosa che li vede in primissima linea. Il ri-trito Timmermans arriva addirittura a sbandierare le foto dei suoi nipoti per rivendicare l’importanza di accordo su un testo finale a cui non può credere nessuno.

Ciò rende però interessante una ulteriore – e ultima – domanda: quali spazi di movimento apre nel continente questa mancanza dell’Ue, avvertita persino dagli analisti più incantati dei media mainstream?

Di Nardi

Davide Nardi nasce a Milano nel 1975. Vive Rimini e ha cominciato a fare militanza politica nel 1994 iscrivendosi al PDS per poi uscirne nel 2006 quando questo si è trasformato in PD. Per due anni ha militato in Sinistra Democratica, per aderire infine nel 2009 al PRC. Blogger di AFV dal 2014

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