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A Parigi Draghi Macron e Merkel hanno recitato un copione datato, fingendo di ignorare quello che accade realmente in Libia, sotto lo sguardo muto e attento di Russia e Turchia

All’interno del Forum della Pace di Parigi, che ha visto sfilare presenzialisti di ogni settore, la UE ha ritagliato il 13 novembre uno spazio autocelebrativo della verbosa assistenza alla, tuttora sfuggente, normalizzazione della Libia. Tre i punti cardine della conferenza stampa finale [ndr. video in calce all’articolo], il cui tono rammentava, a chi ha memoria, quello di Sarkozy e Cameron a Bengasi un mese prima dell’assassinio di Muhammar Gheddafi.

Primo punto: l’inconsistente richiesta del ritiro dei combattenti stranieri, senza nominare Turchia e Russia, potenze che dominano sulle due parti della Libia e che non sloggeranno prima di una reale sistemazione politica, economica, territoriale, nel condiviso interesse di non lasciarla a quello esclusivo  degli europei. Per inciso la Turchia è esposta per debiti non pagati dal regime di Gheddafi per circa 30 miliardi di dollari ed è ovviamente interessata a ottenere per le sue imprese un ruolo attivo e proficuo nella ricostruzione, mentre la Russia vuole proteggere i contratti petroliferi firmati  con la National Oil Corporation (NOC) e quelli militari come ai tempi di Gheddafi, forniture che è dubbio siano state pagate .

La seconda richiesta era dettata dall’urgenza di parare il rischio che le  previste elezioni svaniscano col tira e molla fra governo di Tripoli e  parlamento di Tobruk. Tutto ruota intorno all’espressione apparentemente univoca “elezioni al 24 dicembre” che in realtà è avvolta in una una coltre di nebbia.
Rimandando all’articolo precedente Improvvisi intoppi per le elezioni in Libia, schematicamente ricordiamo che la data è sortita dal Forum dell’Onu 2020  con l’espressione “elezioni inclusive”. Al 30 ottobre 2021 una nota dell’Onu interviene a specificare  “elezioni parlamentari e presidenziali credibili da tenere simultaneamente“. Perchè?

All’inizio di quello stesso mese, il Parlamento di Tobruk, HoR, uno dei centri di potere riconosciuti dalla stessa ONU, aveva promulgato la Legge Elettorale fissando il 24 dicembre l’elezione del Presidente e solo dopo trenta giorni la consultazione legislativa. Tale intenzione è stata ribadita dal capo dell’Alta Commissione Elettorale Nazionale libica (HNEC) il 7 novembre in una conferenza stampa a Tripoli: apertura delle registrazioni per la candidatura a Presidente lunedì 8 novembre e chiusura al 22, mentre per le elezioni parlamentari che si svolgeranno probabilmente 52 giorni dopo il primo turno delle presidenziali, ossia il 14 febbraio 2022 la registrazione proseguirà fino al 7 dicembre.”

A Parigi i leader hanno fatto le loro dichiarazioni come se tutto questo non fosse avvenuto. Mario Draghi è stato il più esplicito nella finzione. Chiede  una legge elettorale, che già c’è e discuterne una nuova sarebbe impensabile nel breve tempo rimasto. Chiede elezioni simultanee entrando a piè pari in un conflitto istituzionale appoggiando palesemente il governo di Tripoli che rifiuta, della legge elettorale, un articolo che impedisce al Primo Ministro Dabaiba – sfiduciato da Tobruk – di candidarsi alla Presidenza. Infine, sottolineando che i libici vogliono votare, afferma “ci sono “già” 3 milioni di iscritti al voto” ma in realtà la Commissione Elettorale ha chiuso le iscrizioni alle liste fin dal mese di agosto.

L’ONU è manifestamente in difficoltà avendo dato status legittimo a organismi ora in palese conflitto e specchio di un paese che, nonostante le iniziative di riconciliazione, presenta dialoghi cavillosi, persistente frammentazione e inziative scollegate. 
Lo dimostra la candidatura di Saif al Islam Gheddafi a Presidente appoggiata dai sostenitori del passato regime ma istantaneamente ostacolata dalla Procura Militare, cui segue un piccolo giallo. Inoltre il capo dell’Alto Consiglio di Stato libico, HSC, ha invitato al boicottaggio del voto “alla luce delle candidature di “criminali”, come quella comandante dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), Khalifa Haftar candidatosi il 16 novembre, giorno in cui il primo ministro Dabaiba dichiara che annuncerà la sua candidatura al momento giusto, cioè attende una nuova legge elettorale. Deduzioni di Reuters “A Meno di sei settimane dal voto, la discordia su chi dovrebbe essere autorizzato a candidarsi alle prime elezioni dirette per il presidente del paese sembra destinata a peggiorare”.
Circa la richiesta partenza dei combattenti stranieri, i libici sembrano volerla addirittura istituzionalizzare. Il Capo di Stato Maggiore libico, Mohammed Al-Haddad, ha incontrato il 14 novembre a Tripoli una delegazione dello Stato Maggiore russo, sottolineandone l’importanza avuta nell’addestramento dei quadri libici in passato e la necessità di vedere Mosca svolgere un ruolo importante nell’unificazione delle forze armate in Libia.

E’ evidente che la torta del potere libico è sezionata secondo il triste modello libanese: ogni personaggio ha qualcuno alle spalle o cerca di averlo. Il Primo Ministro Dabaiba e il Ministro degli Interni Fathi Bashagha sono prossimi ai Fratelli musulmani, il Presidente della HoR Aguila Saleh è il vero uomo forte degli interessi della Cirenaica, quindi portavoce di russi ed egiziani; Aref Ali Nayed, diplomatico rappresentante degli interessi delle Monarchie del Golfo. Del Presidente del HCS Mohammed Menfi, eletto come espressione della Cirenaica,  si nota il dinamismo nei contatti internazionali, è stato membro del Partito Giustizia e Libertà,  quindi simpatizzante dell’Islam politico e si potrebbe supporre vicino ai turchi.

L’ultimo punto cardine è in realtà una minaccia:”persone o entità all’interno o all’esterno della Libia che tenteranno di ostacolare, rimettere in discussione, manipolare o falsificare il processo elettorale e la transizione politica dovranno renderne conto e potranno essere iscritte sulla lista del comitato delle sanzioni dell’Onu”.
Quanto possono spaventare queste minacce?

Conferenza stampa finale. Draghi al minuto 17

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Di AFV

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