Novembre 28, 2021

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IL SUPPLIZIO DELLE DONNE IN YEMEN MA IL MONDO STA ZITTO

La modella Entisar al-Hammadi condannata per prostituzione, l’uccisione della giornalista Rasha al-Harazi e l’indifferenza della comunità internazionale per la sorte delle donne in Yemen

di Laura Silvia Battaglia (ripreso da www.valigiablu.it)

Nove mesi di silenzio da parte dei media e delle organizzazioni internazionali, per assistere all’ ennesimo abuso nei confronti di una giovane donna, Entisar al-Hammadi. Salvo poi ricordarsi di lei il primo giorno inutile, quello successivo alla sentenza, che la inchioda a cinque anni di prigione, dopo un processo basato su accuse false e non dimostrate di “violazione alla morale pubblica”: in sintesi, prostituzione. Il tutto in un paese, lo Yemen, in guerra da sei anni (retoricamente piace a tutti chiamarla “la guerra dimenticata”) dove le milizie Houthi hanno cambiato in peggio la vita delle donne, ma dove nessuno comunque alza un dito per denunciare la loro condizione.

È abbastanza disperante dovere fare la classifica delle tragedie, dei double standars della difesa dei diritti umani e dell’interesse dei media. Fatto sta, considerata l’improvvisa attenzione internazionale per la sorte delle donne afghane perseguitate dai Talebani, che si fa fatica a impegnarsi nello stesso modo – quantomeno sul piano dell’informazione – per difendere donne di altre nazionalità islamiche, nel mirino di milizie identiche ai Talebani per misoginia e uso strumentale delle religione, ma che orbitano in posizione uguale a contraria ad esse: gli Houthi sono sciiti e i Talebani sunniti ma quando si tratta di donne (e non solo) la violenza e la brutalità sono le stesse.

Il risultato di questi mesi di inazione e inutile attesa sono stati resi noti domenica scorsa: la ventenne Entisar, che nella vita fa la modella, è stata condannata dal tribunale delle milizie Houthi di Sana’a a cinque anni di carcere. Delle sue quattro amiche, due sono state condannate alla stessa pena, una a tre anni, l’ultima a un anno di reclusione. Il processo è avvenuto a porte chiuse, lontano dai media, con accesso non permesso all’avvocato delle donne, Khaled al-Kamal, e la sentenza è stata eseguita da un tribunale specializzato nel controllo della moralità pubblica.

“Human Rights Watch”, “Amnesty International” e il “Gulf Centre of Human Rights”  hanno provato a sollevare il caso, pubblicando un report e lavorando di concerto con familiari, testimoni, e con l’avvocato della donna che ha confermato come Entisar lo scorso giugno avesse tentato di togliersi la vita in carcere, dopo essere stata sottoposta a un “test di verginità” forzato, ad abusi verbali da parte delle guardie carcerarie, e a una serie di torture, a seguito delle quali avrebbe confessato diversi crimini, tra cui il possesso di droga e l’attività di prostituzione. In particolare, il caso è considerato viziato da gravi irregolarità, per il fatto che la donna sarebbe stata costretta, durante uno degli interrogatori più duri e mentre era bendata, a firmare un documento in cui le si offriva il rilascio se fosse stata in grado di concedere sesso e droghe ai suoi carcerieri”.

Ricostruire la vicenda nel dettaglio aiuta comunque a comprendere perché – e soprattutto come – sia stato possibile infliggere a questa donna una punizione simbolica, che potesse servire da deterrente per tutte le giovani che volessero decidere di seguire le sue orme. E anche in virtù di questo, la vicenda di Entisar non può passare inosservata, perché è solo l’inizio di una precisa strategia delle milizie.

Il caso

Entisar al-Hammadi, 20 anni, era stata rapita/arrestata il 20 febbraio 2021 da uomini armati a un nuovo check point improvvisato nell’area di Shamlan a Sana’a. Nata nel 2001 da padre yemenita e madre etiope, e residente appunto a Sana’a, nel Nord dello Yemen, Entisar è diventata molto nota nel Paese per il suo desiderio di fare carriera come modella e di volere “esportare” la moda yemenita all’estero, raccontato sulla piattaforma “Yemen future” che scova giovani influencer locali e ne riferisce sogni e aspirazioni. Entisar aveva raggiunto la popolarità anche grazie alla partecipazione come attrice, lo scorso Ramadan, nelle serie tv “Dam al-Gharib” e “Ghurbat al-Banna”, trasmesse sul canale locale Yemen Shabaab. Durante un’intervista su un canale televisivo locale lo scorso anno, la ragazza aveva raccontato come i genitori non fossero inizialmente favorevoli alla sua scelta: “I miei genitori mi hanno detto che il mio sogno di diventare una modella è come l’erba voglio”. Ma poi si sarebbero rassegnati, vista la sua caparbietà: “Ho detto loro che questo è il mio sogno e che continuerò a lottare per esso.  Alla fine, se ne sono fatti una ragione”.

I testimoni

La prima a raccontare l’accaduto è stata una delle testimoni del rapimento-arresto, poi rilasciata, amica della modella, avvenuto vicino a una delle vie più centrali della città, Haddah street, Yusra al-Nashiri. Le ragazze, due e non quattro, fermate in auto con un autista uomo, successivamente accusato di possesso di droga e non, come avevano diffuso alcune fonti come Yemen Akhbar e News Yemen inizialmente, mentre passeggiavano, sono state portate in un centro di detenzione femminile delle milizie. L’accusa mossa alle due donne, con cui sarebbe stata giustificata la detenzione immediata, sarebbe stata di avere organizzato e partecipato, in una delle loro case, a “una festa spudorata”. Ma le amiche della ragazza e gli attivisti e le attiviste per i diritti civili delle donne a Sana’a hanno sempre sostenuto che si trattava di un’accusa “fabbricata” per punire le attività pubbliche della ragazza e per assestare un colpo definitivo ai sostenitori dell’empowerment femminile, di cui Entisar è diventata, senza volerlo, paladina. L’avvocata yemenita per i diritti umani Hoda al-Sarari, in un tweet ha definito l’azione di arresto “uno sporco metodo per colpire le donne yemenite”, mentre l’attivista Sonia Saleh, già detenuta nelle prigioni degli Houthi per motivazioni simili, alcuni mesi fa ha chiamato gli yemeniti a esprimere solidarietà, sostenendo che “Entisar è stata arrestata insieme alla sua amica a causa del suo lavoro di modella e per averlo fatto vestendo abiti della tradizione yemenita, senza nemmeno considerare la sua situazione familiare”. Saleh ha anche raccontato gli orrori subiti durante la sua detenzione, sostenendo che le torture a lei riservate le avevano fatto dimenticare anche il nome dei suoi due bambini.

La famiglia

La situazione familiare di Entisar al-Hammadi, citata dall’attivista Sonia Saleh, è quella alla quale si riferisce il generale dissidente degli Houti Muhammad al-Kumim che, dai suoi account social, ha postato questa riflessione contro l’azione delle milizie: “Entisar è una ragazza del mio vicinato e la sua casa non è distante dalla mia. Suo padre è cieco, la madre è anziana e la famiglia ha un figlio minore disabile. Quali valori e quale morale ha questo gruppo di miliziani retrogradi per infierire così contro persone oneste e con problemi simili?”

La madre della ragazza ha sempre preferito non rilasciare dichiarazioni dettagliate. Si è limitata a dire al quotidiano emiratino The Nationalrilanciato da alcuni media on line locali, che “le accuse di immoralità sulla mia ragazza sono false e infondate”. Sempre secondo il quotidiano, la madre di Entisar aveva confermato la detenzione della ragazza e il deferimento del suo caso all’ufficio dell’accusa, con un primo interrogatorio e una prima sessione del processo previsti per mercoledì 14 aprile scorso. La madre, a detta di The National, è sempre apparsa reticente e preoccupata, augurandosi che la figlia venisse “liberata presto”, mentre un’altra fonte vicina alla ragazza detenuta ha rifiutato di rivelare i particolari dell’arresto “a causa delle intimidazioni delle milizie”.

La difesa e il giallo del check point

L’avvocato e consulente legale della giovane, Khaled al-Kamal, si è sempre esposto: fin dagli inizi della vicenda aveva denunciato il fatto che la sua cliente, per ragioni sconosciute, non fosse comparsa già al primo interrogatorio, nella prima sessione del processo. Già allora confermava che Entisar al-Hammadi era vittima di maltrattamenti in prigione, motivati “dal suo lavoro artistico”. La linea della difesa fin dall’inizio aveva chiesto “il rilascio incondizionato” della giovane basandosi sulle particolarità della sua adduzione. Al-Kamal aveva infatti espresso dei dubbi sul posto di blocco dove Entisar sarebbe stata bloccata dall’interno dell’auto con la sua amica, esprimendo dubbi che questo posto di blocco fosse stato istituito a bella posta da una figura della sicurezza. Se così fosse, secondo la difesa, “il pubblico ministero avrebbe dovuto rilasciare immediatamente l’artista “poiché questo tipo di arresti non è legalmente consentito dalla legge yemenita, che garantisce “la libertà personale di ogni cittadino, nonché la libertà di riunione, movimento, residenza, passaggio”. In sostanza, la strategia e l’indagine della difesa si basavano sull’individuazione di responsabilità individuali negli alti gradi della milizia volti a colpire in modo specifico Entisar al-Hammadi, con una non bene definita finalità e, per quanto possibile, a diminuire la pressione sulle responsabilità generali del governo Houthi. Khaled al-Kamal aveva già previsto che, come in molti altri casi già visti, il processo sarebbe continuato, nonostante la natura infondata delle accuse contro l’imputata e il fatto che il gruppo Houthi non sia riconosciuto a livello internazionale.

Prigioni a Sana’a, situazione delle donne

Negli ultimi due anni, gli osservatori locali hanno registrato un considerevole aumento dell’aggressività delle milizie Houthi nei confronti delle donne. Si tratta di un cambio di rotta notevole, da parte dei ribelli del Nord, noti in questi anni di guerra per il loro atteggiamento tradizionalista ma rispettoso nei loro confronti, tale per cui, fino al 2017 non era nemmeno permesso operare una perquisizione dei loro effetti personali ai check point. Invece, sempre più frequenti sono adesso le conferme di restrizioni motivate da preoccupazioni di promiscuità sessuale (dal divieto di richiedere anticoncezionali in farmacia a quello di lavorare negli spazi pubblici, come i ristoranti; dalla chiusura dei caffè all’abolizione dei manichini femminili nei negozi) e gli arresti, con abusi e torture nelle prigioni. Anche il numero delle prigioni femminili non ufficiali è cresciuto e ciò che preoccupa di più è il potere progressivamente più ampio di alcuni leader delle milizie responsabili di queste strutture segrete. Gli attivisti locali confermano l’esistenza di una prigione segreta dedicata alle donne nel quartiere di al-Jarf, vicino all’aeroporto, controllata dal leader Houti Abu Hassan al-Madani. Nella zona opposta della città, a Sud, nel quartiere Haziz, ne esiste una seconda, controllata da un altro leader, il cui soprannome è Abu Jihad.  Ce ne sarebbe una terza, in città, chiamata al-Nakhwa, nell’area di Dars, controllata da Khaled al-Madani. Infine, la prigione Imran ha come responsabile un altro leader chiamato Abu Hamza. Verrebbe utilizzata agli stessi scopi anche un’altra prigione segreta nel vicino governatorato di Dhamar: sarebbe allocata in una stazione di polizia vicino al parco Hran ed è controllata da leader Houti locale Hadi Kaba. Nelle prigioni, dove opera la “Zainabiyat”, ossia l’unità di polizia locale incaricata del controllo della morale, è stato registrato l’uso di tecniche di tortura con stupro riprese in video per ricattare le vittime.

Le reazioni del governo riconosciuto

Il governo yemenita di Rabbo Mansour Hadi ha condannato il rapimento di Entisar al-Hammadi fin dall’inizio e ha invitato gli inviati degli Stati Uniti e delle Nazioni Unite in Yemen e la comunità internazionale a condannarlo, nonché a fare pressione sugli Houthi affinché liberino le dozzine di donne attiviste che sono ancora detenute nelle carceri del Nord. Il ministro dell’Informazione Muammar Al-Eryani ha dichiarato: “Questo caso conferma che i crimini commessi dagli Houthi contro le donne sono sistematicamente compiuti e gestiti da organizzazioni che irretiscono le donne per abusarne”. Il ministro aveva anche paventato l’ipotesi che la morte dichiarata per tumore di Sultan Zaben, direttore del Criminal Investigation Department a Sana’a, un’organizzazione designata da parte degli Stati Uniti e delle Nazioni Unite per investigare sulla tortura e sulla violenza sessuale contro le donne yemenite e confermare le sanzioni agli Houthi, sia da approfondire.

Reazioni sui social media, razzismo e sessismo

La vicenda di al-Hammadi è la cartina di tornasole di una battaglia culturale e generazionale che, ancora una volta, in Yemen, si combatte sul corpo delle donne. Entisar, per inseguire il suo sogno, da un paio di anni, aveva iniziato a postare sui suoi social foto senza il suo hijab e a indossare abiti tradizionali yemeniti adattandoli a modelli sartoriali famosi e internazionali. La comunità conservatrice yemenita intorno a lei non ha accolto queste scelte con favore ma contemporaneamente Entisar ha coagulato molti consensi tra i giovani millennials, tra le donne e gli espatriati. Gli stessi e le stesse che l’hanno difesa e continuano a difenderla a spada tratta. I pareri raccolti dal media on line Middle East Eye a questo proposito (ma sono visibili anche da numerosi thread on line) sono paradigmatici: si va da chi la accusa di sabotare la morale, a chi ritiene che fosse influenzata dal corrotto modello occidentale, a chi si è sentito offeso per l’adattamento dei tessuti della tradizionale locale alla moda più internazionale. C’è chi sostiene che, nonostante sia dispiaciuto per la ragazza, ci sono cose più serie a cui pensare che difendere una modella o sostenere un lavoro simile, “così inutile” e controverso; c’è infine chi – come accade correntemente in Yemen – la critica per la sua pelle scura e per essere la figlia di una coppia mista (etiope-yemenita). Razzismo, sessismo, divisioni di casta, ideologiche e politiche, sono tutte coagulate e riassunte in questa drammatica vicenda, che è precipitata nella peggiore soluzione possibile

La campagna internazionale

Il caso di al-Hammadi avrebbe potuto avere la stessa importanza della vicenda dell’attivista saudita per i diritti delle donne, Lujain al-Hathloul, ritornata a casa nel febbraio 2021 ma agli arresti domiciliari e con il divieto di uscire dal paese e di rilasciare dichiarazioni, dopo 1001 giorni di detenzione, iniziata allo stesso modo con un rapimento, e continuata con tortura, isolamento e condanna per terrorismo contro la corona dei Saud. Il Consiglio d’Europa le ha conferito il premio “Vaclav Havel”, ritirato a Bruxelles dalla sorella Lina che vive all’estero. Lina al-Hathloul, in occasione del conferimento del premio, ha detto: “Il sostegno internazionale è l’unico modo con cui possiamo smascherare le ingiustizie nel mio paese e proteggere le vittime. Grazie per averci dato la forza di continuare la nostra battaglia”. La stessa attenzione avrebbe meritato Entisar al-Hammadi perché la stessa ingiustizia la riguarda, al netto dell’utilizzo politico che di questa campagna può farne il governo centrale yemenita contro il governo non riconosciuto degli Houthi a Sana’a: per questo la piattaforma di femministe yemenite “Yemeni Feminist Voice” e alcune prominenti attiviste yemenite all’estero come Bushra al-Maqtari dall’11 aprile in poi hanno lanciato sui social media l’hashtag #libertàperIntissarHammadi #Freedom_To_Entisar_alHammadi, augurandosi che le organizzazioni internazionali per i diritti umani continuino a fare la loro parte, come dovrebbero.

Perché, in un paese in cui – secondo le Nazioni Unite – “il tasso di violenza contro le donne in Yemen è molto alto, stimando che ci siano 26 milioni di ragazze che subiscono violenze” , sul caso di Entisar l’attenzione deve continuare a essere mantenuta alta, anche perché l’accusa di prostituzione con la quale è detenuta, per il codice penale locale può essere punita con la morte.

La vendetta nei confronti delle donne 

Infine, in Yemen, sul fronte della libertà di stampa, dopo anni di intimidazioni, arresti, minacce e assassini di giornalisti, è caduta la prima donna. Giornalista, non attivista. Si tratta di Rasha al-Harazi, uccisa ad Aden da una bomba, piazzata sotto la sua auto. La donna era incinta e viaggiava sull’auto con il marito, il giornalista Mahmood al-Atmi, adesso gravemente ferito. I due lavoravano per una televisione del Golfo, visibile sul bouquet Arabsat. Al momento non c’è alcuna rivendicazione per questo attentato, ma i due, che vivevano a Sanaa’a, si erano trasferiti ad Aden dopo avere ricevuto delle minacce da parte delle milizie del Nord. Tuttavia gli scontri in corso nella capitale del Sud, tra il governo centrale del presidente Hadi e le milizie separatiste del Sud affiliate agli Emirati Arabi Uniti fanno pensare che gli autori dell’attentato possano essere ricercati anche tra gruppi degli oppositori del governo Hadi. Quel che è certo è che un’altra giornalista è stata uccisa con un’autobomba piazzata sotto la sua auto. È morta come Daphne Caruana Galizia, ma probabilmente nessuno, nei mesi a venire, ricorderà il suo nome. E quel che non dovrebbe succedere, se teniamo davvero alla libertà di stampa e al coraggio delle donne, di tutte le donne, è che una Rasha non valga meno una Daphne.

da qui