Con più di metà seggi scrutinati, il paese vira a sinistra con la candidata Xiomara Castro che promette politiche progressiste e il superamento della crisi economico e sociale

Domenica 28 novembre è stata una giornata storica per l’Honduras. Anche se le intenzioni di voto già preannunciavano una possibile vittoria per la candidata della sinistra, Xiomara Castro, alle elezioni presidenziali, lo spoglio sta delineando un successo strepitoso per il partito Libre.

Castro, al momento guida con il 53% dei voti contro il 33% del candidato del Pardido Nacional (destra) e probabilmente sarà la prima donna a diventare presidente della repubblica centroamericana.

Per comprendere la portata storica di questo successo è necessario ripercorrere gli ultimi anni di storia del paese. L’Honduras è sempre stato un paese modello per il neoliberismo  in America Latina. L’economia del paese è stata costruita a partire dagli anni ‘50 e ‘60 in base ai bisogni del capitale estrattivista internazionale, mentre sul piano politico, il paese diventava la base di appoggio statunitense per condurre guerre controinsurgenti in Guatemala, Nicaragua e El Salvador. I paesi confinanti infatti hanno lunghe storie di guerriglie rivoluzionarie e, in contrappunto a queste, di forte repressione (nel caso guatemalteco proprio un genocidio) diretta più o meno direttamente da Washington.

In Honduras lo sfruttamento agroindustriale del territorio (olio di palma e altre piantagioni) è strutturale e capillare, così come il ruolo delle multinazionali estrattive, sono diffuse le Zone Economiche Speciali, cioè quelle aree del paese dove è possibile produrre e commercializzare godendo di esenzioni da controlli finanziari, legislativi e doganali e dalla tassazione normale. Sono scelte tendenzialmente in luoghi logisticamente rilevanti anche a livello internazionale e diventano delle vere e proprie zone off limit nelle quali il potere del capitale non ha vincoli (neppure di tipo ambientale) e può cavalcare profitti impensabili.

L’Honduras inoltre è bagnato sia dai Caraibi che dal Pacifico, per cui è al centro di equilibri geostrategici non indifferenti, inclusi quelli relativi al traffico di stupefacenti.

Proprio per tutte queste ragioni, il paese centroamericano è una pedina fondamentale nello scacchiere mondiale, molto di più di quanto le sue dimensioni o il suo Pil potrebbero lasciare intendere. Non si è mai formata una guerriglia armata in Honduras, probabilmente proprio perché le sconfitte sanguinose delle lotte armate nei paesi limitrofi preoccupavano la leadership politica a sinistra. Nonostante ciò, la società civile è estremamente viva e partecipe, con un livello medio di politicizzazione e consapevolezza estremamente alto. Le manifestazioni di protesta contro l’attuale presidente sono all’ordine del giorno.

Proprio questa capacità di forte mobilitazione sociale dal basso ha permesso l’elezione nel 2006 del primo presidente di sinistra che ha provato a invertire questa tendenza con una serie di leggi di carattere sociale. Manuel Zelaya, è stato destituito nel 2009, a tre anni dalla sua elezione, con un golpe militare in vecchio stile, come non se ne vedevano dagli anni Ottanta almeno.

Interamente diretto da Washington, e nello specifico dallo State Department presieduto al tempo da Hillary Clinton, il golpe volle dare un segnale chiaro, nel paese il neoliberismo estremo doveva rimanere un paradigma, e non dovevano esserci politiche protezioniste o sociali quali quelle che stava avviando Zelaya. Nonostante la presidenza Obama promettesse un approccio differente, con l’Honduras si agì come si faceva nei peggiori anni di guerra fredda, destituendo e reprimendo chi si opponeva. Tra i leader delle forti proteste di piazza contro il golpe del 2009 vi era proprio la moglie di Zelaya, Xiomara Castro.

Nelle elezioni successive, marcate da procedimenti irregolari e probabili brogli, vinse Juan Orlando Hernandez, un esponente della destra neoliberale legato al narcotraffico – il fratello è detenuto negli Stati Uniti per traffico internazionale di stupefacenti e vi sono indagini anche sul suo conto. Hernandez è riuscito poi a manipolare anche le elezioni seguenti, nel 2017, e diventare per la seconda volta presidente, anche se la costituzione lo proibisce, piegando a suo favore una sentenza della Corte Suprema.

Le elezioni del 2021 si sono svolte in un clima di fortissima polarizzazione e con una campagna estremamente violenta nei confronti di Castro, accusata di essere amica di Cuba e Venezuela.

La candidata ha promosso un programma coraggioso che parla di costruire una assemblea costituente per rinnovare l’impianto della partecipazione politica del paese, di depenalizzare l’aborto in tre casistiche, di legiferare per difendere la comunità LGBTQI+ e di invertire l’ordine neoliberista che governa il paese mettendo in discussione il sistema delle Zone Economiche Speciali. Nonostante sia moglie di Zelaya, Castro ha condotto in totale autonomia la campagna, e il presidente destituito nel 2009 non è quasi mai apparso in pubblico. Anzi, il legame con l’ex Presidente finora è stato solo uno svantaggio perché le sono piovute addosso accuse di mala gestione del denaro pubblico nei tre anni in cui fu la first lady.

Le sfide che la presidenza Castro ha davanti sono enormi. Il paese vive una crisi ecologica, economica-sociale e migratoria al tempo stesso.

La prima è dettata dai cambiamenti climatici che ogni anno provocano tremendi uragani sulle coste honduregne e all’interno che provocano morti sfollati e devastazione.

La seconda dalla mancanza di prospettive a causa di decenni di neoliberismo estremo e violento che ha accentuato le disuguaglianze, indebolito le comunità e il tessuto sociale e depredato il territorio a livello sociale ed ecologico. In questo contesto si è lasciato il potere in mano a un narcostato, in cui autorità nazionali e locali e le “maras” ossia le bande criminali che hanno in mano il traffico di stupefacenti, diventano un tutt’uno. In questo contesto politico il 3 marzo 2016 si consuma l’assassinio dell’attivista ecologista Berta Caceres, leader della lotta contro la costruzione di una diga da parte di una multinazionale spagnola.

Alla luce di questi dati non si può certo stupirsi per la crisi migratoria che vede ormai da diversi anni periodiche carovane di pullman di honduregni in fuga dal paese verso gli Stati Uniti, distanti 4000 chilometri da San Pedro Sula, la seconda città del paese, luogo di partenza delle carovane.

Non sarà facile, per Castro, dare speranza alle migranti in fuga, così come a coloro che difendono la terra e l’ambiente dalle multinazionali estrattiviste. Ricordiamo che nel 2017 l’Honduras è stato definito da Global Witness il paese più pericoloso al mondo per chi difende la terra e l’ambiente.

Di sicuro però le honduregne e gli honduregni sono riuscite ad avere ancora speranza, perché si è recato al voto una percentuale altissima di votanti, il 68%, la più alta nella storia. Bisogna ricordare che tassi di partecipazione al voto simili sono straordinari in un paese dove una parte importante della popolazione vive in comunità rurali isolate, in cui l’accesso al voto è estremamente complesso.

Non sarà facile per Xiomara Castro governare in una Paese che vive un forte malessere sociale, tanto più che i governi limitrofi sono tutti di impianto autoritario, di destra e accentratore, come El Salvador o il Nicaragua e non aiuteranno in nulla Castro. Non sarà neppure scontato riuscire ad evitare il ripetersi di un golpe come quello del 2009, e in qualche modo questa elezione è anche un banco di prova per la presidenza Biden. Verrà rispettato il volere della popolazione honduregna questa volta?

Di Nardi

Davide Nardi nasce a Milano nel 1975. Vive Rimini e ha cominciato a fare militanza politica nel 1994 iscrivendosi al PDS per poi uscirne nel 2006 quando questo si è trasformato in PD. Per due anni ha militato in Sinistra Democratica, per aderire infine nel 2009 al PRC. Blogger di AFV dal 2014

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