Il carattere di endemicità che la pandemia sta assumendo, nell’arrivare al traguardo del secondo anno di sconvolgimento mondiale da Covid-19, mostra soltanto ora una serie di mutazioni – per così dire – “strutturali” che non possono essere risolte semplicemente con le classiche riforme istituzionali, con una legge di bilancio o con nuove maggioranze di governo.

L’aumento del costo delle materie prime per la produzione di gas e luce fa parte di uno di questi cambiamenti che si ripropongono non più ciclicamente, bensì seguono pari pari l’involversi della crisi economica globale che ridisegna i confini dei poli in espansione e di quelli in retrocessione che, grosso modo, coincidono con aree continentali in qualche modo predeterminate dai precedenti trent’anni di sviluppo del modello liberista.

L’internazionalizzazione della produzione è ormai un dato di fatto incontrovertibile: è impensabile che si ritorni a forme di nazionalismo autarchico o a restrizioni doganali tali da ostacolare completamente un’area economica di mercato che è, al contempo, luogo di geopolitica, di tattica molteplice nello sviluppo multipolare in atto.

Per questo, se tira poco vento nelle lande gelate della Scandinavia,  se Vladimir Putin guerreggia con l’Unione Europea a colpi di chiusure dei rubinetti dei gasdotti, e se la domanda supera l’offerta (come pare anche dagli ultimi rapporti dell’OCSE), il combinato perfetto per una speculazione esponenziale su beni che sono di prima necessità si riversa prima di tutto sulle già magre risorse di un’ampia fascia di popolazione indigente colpita dal pesante strascico di due anni di pandemia.

Nei rapporti annuali sullo stato economico del pianeta si leggono punti di principio apprezzabili in merito alle energie rinnovabili, alla loro qualificazione e alla tanto agognata “transizione ecologica” che viene descritta come “in atto” e che pare invece sempre più difficile da realizzare con una programmazione uniforme nelle oggettive differenze da paese a paese; si leggono poi affermazioni sull’impossibilità di soddisfare un rilancio dei consumi, tanto su larga scala quanto nei confronti della stessa imprenditoria che necessita di ammodernamenti, di adeguamenti agli standard produttivi per mantenersi ad un livello concorrenziale degno di nota.

I governi, primo fra tutti quello italiano, stanno cercando fra le pieghe delle pagine della manovra di bilancio altri miliardi di euro per fronteggiare proprio questo stato di recrudescenza antisociale data da un effetto inflattivo che negli Stati Uniti è già considerato allarmante, mentre in Europa è ancora ai livelli del pre-allarme.

Non deve ingannare la corsa dell’esecutivo di Draghi a mettere mano al “caro bollette“: non è un improvviso impeto filantropico e nemmeno una voglia di riformismo progressista che si fa largo nell’assetto consolidato di una maggioranza che segue pari pari i dettami di applicazione del PNRR di stampo europeista. Senza mettere a bilancio almeno 1 miliardo di euro al mese, Palazzo Chigi riuscirà con grande difficoltà a mantenere l’Italia in un quadro di compatibilità con le pretese della UE in materia di adeguamento alla “svolta ecologica” e, pertanto, a reggere nella competizione continentale tra sforzo antipandemico e rilancio economico.

I salari italiani sono i più miserevoli del Vecchio continente, mentre la minaccia inflazionistica bussa alle porte di un 2022 in cui, soltanto per luce e gas, una cosiddetta “famiglia tipo” rischia di spendere oltre 1.200 euro in più rispetto all’anno ancora in corso.

E’ un dramma sociale che non si limita purtroppo alle bollette ma che è pressoché esteso a tutte le forme di tassazione, diretta e indiretta. Le migliaia di emendamenti proposti dal PD, dalla Lega e dai Cinquestelle sulla manovra di bilancio che approderà a breve al Senato della Repubblica, non fermeranno la carica aggressiva della rimodulazione globale dei commerci, delle borse e delle speculazioni finanziarie.

Un governo che volesse veramente affrontare tutta la virulenza antisociale del condizionamento pandemico sull’economia di mercato, dovrebbe anzitutto ripensare proprio all’applicazione del PNRR e, unitamente a ciò, accantonare il ritorno della riforma Fornero. Non si possono slegare salari e pensioni, non si può promettere un ridimensionamento del caro-vita, proteggendo gli stipendi dall’erosione dell’inflazione, se non si ha una considerazione di insieme del problema e se, per l’appunto, non lo si affronta a tutto tondo.

Purtroppo il ritardo sul rinnovamento eco-sostenibile, proprio nella quotidianità di tutti i giorni, a partire dall’utilizzo delle case, degli ambienti di lavoro e di quelli di maggiore condivisione sociale (scuole comprese), lo si fa pagare oggi a chi ha maggiormente prodotto ricchezza nel e per il Paese senza vederla redistribuita con un criterio proporzionale ai bisogni singoli e collettivi.

Le imprese pretendono nuove defiscalizzazioni e incentivi per adeguarsi al nuovo corso eco-produttivo, senza però considerare un aggiornamento del potere di acquisto delle maestranze, giocando sulla ricattabilità di un vasto esercito di riserva occupazionale che, secondo gli ultimi dati dell’ISTAT, aumenta notevolmente in questo fine 2021: la disoccupazione sale ma a beneficio del dato incrementato dalle persone che sono in cerca di lavoro.

Ed ancora una volta ciò che sembra essere un riscontro positivo in mezzo a tante diseguaglianze crescenti, altro non è se non un effetto apparentemente sociale di un complicatissimo districarsi di nuove misure, divergenze e convergenze locali e globali, che stringono l’Italia del lavoro (e del non-lavoro) in una tenaglia regressiva per i ceti più deboli: da un lato l’emergenza sanitaria che entra nella quarta ondata del Covid, dall’altro l’aumento esorbitante del costo della vita che sarà, come è naturale che sia in questo regime economico, altamente diseguale e non progressivo ma “democraticamente” spalmato sulla più ampia fetta possibile di lavoratori, disoccupati, pensionati e fragili cronici.

Occorre avere un quadro non ristretto di analisi e un punto di osservazione a vasto raggio per poter determinare con precisione degli interventi politici mirati, delle campagne sociali efficaci, che sappiano arrivare al punto critico del dubbio popolare e non sembrare l’ennesima protesta che finisce col cadere nel vuoto più assoluto. Bisogna evitare qualunque retorica possibile, qualunque intransigenza che finirebbe col dare il pretesto a molte forze della maggioranza di governo di esercitarsi nell’abile tecnica del vittimismo politico in un cretinismo parlamentare esasperante soprattutto per quella sinistra di alternativa che ha già conosciuto errori di questa risma.

Non si possono fare campagne contro il caro-vita a compartimenti stagni, partito per partito, senza una condivisione minimale di un programma politico tra le monadi anticapitaliste che si ostinano a non riunirsi attorno ad un tavolo nazionale (e perché no… anche internazionale) per discutere e prendere decisioni in merito ad una grande campagna di opposizione al governo Draghi.

Il capitalismo liberista – come abbiamo visto – si sta riorganizzando planetariamente, continentalmente e nazionalmente. Perché non dovremmo fare altrettanto noi comunisti, noi antiliberisti?

Di Nardi

Davide Nardi nasce a Milano nel 1975. Vive Rimini e ha cominciato a fare militanza politica nel 1994 iscrivendosi al PDS per poi uscirne nel 2006 quando questo si è trasformato in PD. Per due anni ha militato in Sinistra Democratica, per aderire infine nel 2009 al PRC. Blogger di AFV dal 2014

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