Nel frattempo sono ripresi gli sfratti e la platea di chi non ha dove dormire si allargherà. Il 7 gennaio a Roma è scaduta la sospensione temporanea dell’esecuzione degli sfratti disposta dal Prefetto. «Parliamo di 4500 sfratti, ma è un dato non veritiero, anche prefetto e viceprefetto qualche mese fa durante un incontro convenivano che sono molte di più le richieste di esecuzione degli sfratti» – racconta Angelo Fascetti di Asia Usb. Sfratti che diventeranno esecutivi, senza che il Comune abbia pensato a come garantire il passaggio da casa a casa per chi non ha altre soluzioni. Il rischio di una tragedia sociale è concreto, come segnalano i Movimenti per il diritto all’abitare. Il consiglio comunale ha approvato una mozione che impegna la giunta a richiedere un incontro con il Prefetto per concordare come sospendere gli sfratti in attesa di trovare soluzioni alternative.

Anche la Caritas chiede una moratoria di sei mesi e un confronto con la Prefettura di Roma scrive: «La grave ripresa della pandemia di questi giorni e gli oltre 4mila sfratti in via esecutiva nella sola città di Roma, sollecitano misure all’altezza della gravità della situazione nel contesto di un problema molto più vasto e complesso, quello dell’abitare, con legittime aspettative che provengono da più ambiti e disattese da troppi anni».

Proprio in questi giorni si torna a parlare anche degli sgomberi. Centinaia di famiglie si troveranno in mezzo alla strada se non ci saranno soluzioni per consentire il passaggio da casa a casa come è avvenuto per l’occupazione di via Caravaggio. Una sentenza del Tar ha stabilito che entro 120 giorni i 500 abitanti di via delle Province 196 devono essere sgomberati. Stessa sorte che toccherà a Spin Time in via di Santa Croce in Gerusalemme e al palazzo delle Dogane in via Tiburtina. Tutti immobili di proprietà di Investire, gestore del Fondo Immobiliare Fip. Paolo Di Vetta sottolinea come il ruolo del Tribunale civile con le sue sentenze sia diventato determinante nella pressione all’Amministrazione, molto più del Tribunale penale. In cima alla lista stilata dalla prefettura degli immobili da sgomberare c’è anche Villa Fiorita a Torrevecchia, dove abitano 100 famiglie.

È proprio nell’ex clinica che si svolgerà l’assemblea convocata dai Movimenti per il diritto all’abitare, «Il 14 dovremmo avere un confronto riservato con l’assessore Zevi e con il suo ufficio in preparazione anche del tavolo interistituzionale che è previsto per il 17. Al tavolo oltre Regione, Comune e le varie realtà dell’inquilinato e dei movimenti parteciperà anche la Caritas: questo è un altro dato di preoccupazione, anche se siamo ben felici che sia entrata in gioco. Per essere coinvolto un soggetto di questa natura sia sulla questione sgomberi sia sulla questione sfratti vuol dire che gli elementi di preoccupazione sono molto seri» – spiega Paolo Di Vetta del collettivo Blocchi Precari Metropolitani (Bpm).

I soggetti che da anni si fanno carico della lotta per il diritto all’abitare richiedono un cambio di direzione delle politiche abitative, gestite da sempre a livello emergenziale: «Non è possibile così, credo che il punto di svolta possa avvenire soltanto fermandosi e parlando anche con la Caritas, lavorando in questi sei mesi a un piano straordinario dove anche il governo viene chiamato in causa – continua Di Vetta – è necessario stanziare risorse all’altezza della situazione».

Sia il sindacato Asia che il collettivo Bpm rivendicano i 200 milioni detenuti dalla regione dal 2014, stanziati per l’emergenza abitativa, ma mai utilizzati. La quota ammontava a 250 milioni, 50 di questi erano dedicati alle province della capitale e sono stati investiti per far fronte al problema mentre nella metropoli si è preferito elemosinare alloggi alle vigilie degli sfollamenti, che a parte nel raro caso Caravaggio non sono stati mai sufficienti ad accogliere tutte le persone. Sembra quasi che non ci sia impossibilità di trovare soluzioni ma mancanza di volontà da parte dell’amministrazione, basti pensare alla situazione dei piani di zona dove gli alloggi vengono venduti a prezzo di mercato e chi avrebbe diritto a usufruirne rischia di trovarsi senza casa. «I piani di zona sono un elemento di polemica con l’assessore Valeriani, che all’ultimo incontro ha affermato di aver fatto sedici revoche, come se avessero risolto il problema» – racconta Fascetti.

La gestione del problema abitativo pare essere solo una questione di sensibilità e solidarietà e non un diritto riconosciuto dalla costituzione, «l’idea che la difficoltà alloggiativa sia una questione di natura sociale per cui non legata all’avere o meno una casa ma al fatto di essere o meno fragile è diventato un po’ il mantra, questo linguaggio lo troviamo oramai anche nei documenti: sono le fragilità che vanno tutelate», racconta Di Vetta. Una visione che trova conferma nella gestione della questione abitativa che fino alla passata amministrazione era in mano all’assessorato ai servizi sociali piuttosto che a quello della casa, una tendenza che pare stia mutando. «È necessario costruire anche un linguaggio diverso. Eliminare le parole come fragilità e recuperare l’idea dell’avente diritto, in base al reddito e alla condizione economica, fragile è questo soggetto. Una persona che diritto ha se non ha figli, delle disabilità, delle patologie? Non accederà mai a un alloggio», conclude.

I soggetti coinvolti nella tutela di chi rischia o si ritrova in mezzo alla strada mettono in campo tutte le risorse, ma non sono sufficienti, la deriva della mancanza di una politica abitativa ha portato ad appellarsi all’Onu per tutelare chi è sotto sfratto e non ha alternative – spiega Fascetti – «sta funzionando, hanno ottenuto la sospensione da parte degli stessi magistrati di fronte al provvedimento dell’Onu. Ed è sintomatica del fatto che c’è una violazione dei diritti umani. Perché l’Onu interviene per questo».

Il coinvolgimento degli enti umanitari, dei sindacati, dei collettivi e delle associazioni è indispensabile per giungere a una soluzione del problema.

Nell’appello di convocazione dell’assemblea dichiarano «l’inizio della resistenza con ogni mezzo necessario» e chiamano la città a raccolta. «La posta in gioco è alta, altissima e va oltre persino il fondamentale futuro delle famiglie delle bambine e dei bambini di Valle Ri-Fiorita. Riguarda ancora una volta l’idea di città che, attorno a questa vicenda, si definisce e prende corpo. Saranno gli interessi voraci della rendita a disegnare lo scenario sociale romano, oppure i bisogni sociali dei settori popolari, precari, delle persone senza casa, invisibili, della città di sotto che reclama e pretende di diventare la città di sopra? Sarà una città della cultura e della partecipazione dal basso, degli spazi sociali e del protagonismo dei territori, oppure queste istanze di cambiamento, sbandierate, si riveleranno solo slogan di facciata per poi tornare a decidere le sorti della città nei salotti buoni dell’alta società romana che stringe i patti con i costruttori verso il Giubileo e l’Expo progettati per i prossimi anni?»

Scrivono: «Non possiamo attendere di capire quale sia il segno di questa amministrazione lasciando tranquillo il manovratore. Non solo perché non abbiamo mai avuto governi amici, ma perché il diritto all’abitare non può aspettare, né diventare ancora una volta materia di ordine pubblico mobilitato per gestire le emergenze sociali che gli sgomberi stessi finiscono per creare. Abbiamo bisogno, da parte di chi amministra, di atti concreti che diano il segnale di cambiamento necessario. Partendo dal fatto di dettare l’agenda delle politiche abitative di questa città e della Regione, anziché farsela fissare da Prefettura e Procura».

E concludono: «come già detto in diverse assemblee negli spazi sotto attacco in questi mesi, riteniamo che la minaccia a unə sia un attacco a tuttə, e che sia quindi necessario che ancora una volta la città si faccia parte contraente, e confliggente, nella r-esistenza necessaria per la positiva risoluzione di queste vertenze, nonché per imporre dal basso un cambio di passo quanto mai necessario nel mondo di pensare e gestire la città. A partire da Valle Ri-Fiorita, invitiamo la città a iniziare il 2022 siglando un patto di mutua solidarietà per difendere attivamente ogni luogo sotto attacco, con ogni mezzo necessario».

Di Nardi

Davide Nardi nasce a Milano nel 1975. Vive Rimini e ha cominciato a fare militanza politica nel 1994 iscrivendosi al PDS per poi uscirne nel 2006 quando questo si è trasformato in PD. Per due anni ha militato in Sinistra Democratica, per aderire infine nel 2009 al PRC. Blogger di AFV dal 2014

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