La recente ondata ha causato un rallentamento delle cure e una maggiore pressione su medici e infermieri che rilanciano con mobilitazioni di categoria e uno sciopero nazionale

Quando si discute di “tenuta del sistema sanitario” in relazione alla nuova ondata di Covid-19, è sempre bene specificare che questo sistema è fatto innanzitutto di persone in carne e ossa, di quanti e quante lavorano quotidianamente nei reparti delle strutture ospedaliere.

La cosiddetta “tenuta”, dunque, ha a che fare in primo luogo con fattori in tutto e per tutto fisici e psicologici, non solo di risorse e finanziari: «Il dato più evidente in questo momento è che c’è un generale scoramento», ci dice infatti uno pneumologo impiegato a Roma che preferisce rimanere anonimo. «Si tratta davvero di un umore condiviso da tutta la categoria. Dopo l’ottimismo della scorsa estate, in cui siamo stati in grado di riprendere varie attività e vari interventi, l’ondata Omicron ci ha travolti in maniera un po’ inaspettata. Per dirla brutalmente, ci siamo rotti le palle».

Scoramento e “rabbia” diffusi che si traducono talvolta anche in vere e proprie mobilitazioni. Per la giornata di domani, infatti, è stato proclamato uno sciopero nazionale da parte del sindacato di infermieri e infermiere NurSind a cui aderisce anche il sindacato di base Usb.

«La misura è colma e la decisione era inevitabile», dice il comunicato dell’associazione che lamenta «i tempi lunghi di chiusura del nuovo contratto nazionale», la mancanza di «stipendi dignitosi» e le difficoltà ingenerata dalla nuova ondata pandemica che «ha travolto in pieno gli operatori sanitari». Similmente, stamattina si è svolta anche una conferenza stampa promossa dall’Intersindacale Medici Lazio (Smi-Snami-Sumai) in cui è stata denunciata «la gravissima condizione nella quale sono costretti a operare i medici di medicina generale della regione Lazio».

Che la “misura sia colma”, d’altronde, lo dicono già da sole le cifre relative alla nuova impennata pandemica provocata dalla variante Omicron: a partire da dicembre la curva dei contagi ha iniziato a rialzarsi fino a raggiungere nell’ultimo periodo una media di oltre 170mila nuovi casi giornalieri (al netto dell’imprecisione delle stime, si pensi per fare un raffronto che nei “giorni tragici” del marzo 2020 eravamo sotto i 6mila). Vaccinazioni e minore letalità della nuova variante consentono di mantenere la quota di decessi e di saturazione delle terapie intensive sostanzialmente al di sotto di una soglia critica, ma non per questo la pressione sul sistema sanitario si sta rivelando assente.

Anzi, soprattutto a partire da metà gennaio, si moltiplicano le testimonianze del personale sanitario che rilevano un aumento del carico di lavoro, lo slittamento di operazioni e interventi che non possono essere effettuati per via della condizione emergenziale, stress e insicurezza.

I dati dell’ultimo rapporto Agenas mostrano come la percentuale di posti nei reparti di area non critica occupati da pazienti Covid-19 sia salita al 31% (con la Valle d’Aosta al 52% e la Calabria al 38%) mentre per le terapie intensive in molte regioni si arriva oltre il limite del 20%. Tutto ciò comporta uno stato di allerta generale così come comporta anche il fatto che in molte strutture si sia reso necessario riaprire reparti dedicati al Covid, il che provoca un rallentamento delle altre operazioni di cura.

Come ha dichiarato pubblicamente il presidente della Società Italiana di Chirurgia (Sic) Francesco Basile, ci sono «posti letto di chirurgia dimezzati, blocco dei ricoveri in elezione, terapie intensive riconvertite per i pazienti Covid. In questo modo l’attività chirurgica di tutta Italia è stata ridotta nella media del 50% con punte dell’80%, riservando ai soli pazienti oncologici e di urgenza gli interventi».

«Di fatto permangono tutti i problemi che abbiamo dovuto affrontare durante la prima ondata», conferma anche lo pneumologo di Roma. «In primis, si verifica una forte pressione sui pronto soccorso in cui i pazienti stazionano per essere successivamente smistati. Poi c’è la necessità di creare reparti Covid, in cui viene reintegrata buona parte del personale. Tante visite e tanti interventi saltano: certo, per ora fortunatamente non si tratta di operazioni urgenti ma è comunque qualcosa di spesso molto invalidante per i pazienti».

Più in generale, al di là dell’attuale contingenza, la pandemia ha determinato a livello globale un rallentamento delle cure ordinarie e dunque un aggravamento della condizione di salute della popolazione.

Un recente rapporto Ocse spiega come sia diminuita in tanti paesi la capacità di affrontare tempestivamente numerose patologie, dal cancro al seno, al colon-retto, all’esofago e ai polmoni fino a miocarditi e diabete.

Alla pandemia da Covid-19 si sovrappongono le carenze del nostro sistema sanitario che continuano da almeno una decina d’anni a questa parte, fra tagli al settore e “svendita” ai privati. Come riassume un articolo del settembre scorso di “Altreconomia”, si è infatti verificato dal 2010 al 2019 un definanziamento della sanità di circa 37 miliardi di euro, con la chiusura di 173 ospedali e 837 strutture di assistenza specialistica ambulatoriale, così come il personale dipendente è diminuito di 42.380 unità (5132 medici e odontoiatri e 7374 infermieri), per non parlare dei posti letto di ricovero che vede il nostro paese fra le ultime sette nazioni in Europa secondo l’Eurostat.

Se, inoltre, relativamente all’ultimo decennio ci sono 276 strutture di assistenza territoriale pubbliche in meno, quelle private sono aumentate di oltre 2mila. Con il “riorientamento” delle priorità che tutto questo comporta: meno attenzione dedicata alla prevenzione e alla medicina di base per una maggiore specializzazione sugli interventi ad alta tecnologia e per tal motivo tendenzialmente più costosi.

È vero: grazie al Pnrr sono stati stanziati 15,6 miliardi di euro per potenziare il sistema sanitario italiano che, però, ancora non sono arrivati alle strutture e che dunque non sono ancora potuti andare a beneficio del personale sanitario.

È altrettanto vero però che nel documento programmatico di bilancio del 2021 la spesa sanitaria viene stimata in calo (dal 7,3% sul totale del Pil del 2021 fino al 6,3% del 2024), cosa che è giustificata dal governo come un venir meno «di buona parte dei costi programmati per contrastare l’emergenza sanitaria». Bisognerà dunque vedere se e come verrà portata avanti una generale riorganizzazione del nostro sistema di cura, che punti al potenziamento della medicina territoriale e di base, che faccia maggiore affidamento alla prevenzione invece che alla specializzazione su operazioni “esclusive” e che, soprattutto, garantisca condizioni di lavoro dignitose per tutte le persone impiegate nel settore.

Nel frattempo, lo «stato di agitazione» di lavoratori e lavoratrici continua e si intensifica. Chissà che sia il giusto punto di partenza per un’uscita dalla sindemia.

Di Nardi

Davide Nardi nasce a Milano nel 1975. Vive Rimini e ha cominciato a fare militanza politica nel 1994 iscrivendosi al PDS per poi uscirne nel 2006 quando questo si è trasformato in PD. Per due anni ha militato in Sinistra Democratica, per aderire infine nel 2009 al PRC. Blogger di AFV dal 2014

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