La Repubblica Italiana, come sappiamo, è nata dalle ceneri di una guerra mondiale che ha devastato il Paese. Naturalmente, l’instaurazione di una democrazia borghese non era quello a cui anelavano i settori più avanzati dei partigiani, ma la situazione geopolitica (l’Italia era di fatto occupata militarmente dalle forze anglo-statunitensi) e le decisioni prese da Palmiro Togliatti alla guida del Partito Comunista Italiano, che ordinò ai partigiani comunisti di deporre le armi, portarono al consolidamento di tale situazione.

I partiti antifascisti parteciparono allora congiuntamente alla redazione di una Costituzione che riflettesse le principali richieste di tutte le forze politiche in campo, che naturalmente rappresentavano interessi di classe differenti, anche contrastanti. Ne venne fuori un compromesso che aveva quantomeno il pregio di fissare un insieme di regole condivise da tutte le forze politiche protagoniste, dai liberali ai comunisti, ma che di conseguenza non poteva far altro che favorire il partito posizionato al centro di questo spettro politico, la Democrazia Cristiana.

Al presidente della Repubblica venne riservato un ruolo simbolico di emblema dell’unità nazionale e garante della Costituzione, mentre si optò per un sistema politico parlamentare ricco di “pesi e contrappesi”, come l’esistenza di due Camere aventi praticamente gli stessi poteri, per evitare il prevalere di una carica o di un organo sul resto del sistema costituzionale. La carta fondamentale non vietava esplicitamente la rielezione del presidente della Repubblica, ma questa divenne immediatamente una prassi consolidata, palesando come questa fosse la reale intenzione dei padri costituenti, che, se non citano a chiare lettere il divieto di rielezione, non accennano neppure alla possibilità di un secondo mandato.

Le basi della democrazia borghese italiana, sancite dalla Costituzione del 1948, rimasero pressoché invariate per tutto il periodo che viene denominato Prima Repubblica, durante il quale i principali partiti presenti in parlamento rimasero gli stessi che avevano stipulato quel patto nell’immediato dopoguerra. Venuto a mancare quel sistema partitico, con tutti i suoi innegabili difetti, i nuovi protagonisti della politica, ideologicamente totalmente scollegati dalla generazione dei padri costituenti, incominciarono ad introdurre nuove prassi che contraddicevano sostanzialmente, seppur non formalmente, la Costituzione.

Da un lato, le nuove leggi elettorali hanno dato un potere sempre maggiore ai partiti, togliendo ai cittadini la possibilità di votare nominalmente per i propri deputati e senatori, e favorendo la formazione di due poli contrapposti; dall’altro, è stata introdotta de facto la prassi dell’elezione diretta del presidente del Consiglio dei ministri tra il 1994 ed il 2008. Tale prassi, come noto, si deve all’ingresso in politica (la “discesa in campo“) di Silvio Berlusconi, che fu il primo a “candidarsi” esplicitamente al ruolo di capo del governo. In questo modo, per i quattordici anni successivi, al popolo venne venduta la storia secondo la quale la carica di presidente del Consiglio sarebbe automaticamente spettata al leader del partito più votato, nulla di più distante dalla democrazia parlamentare multipartitica (e non bipolarista) descritta dalla Costituzione.

Tale periodo si interruppe bruscamente nel 2011, con l’uscita di scena forzata di Berlusconi e l’inizio del periodo dei governi tecnici e di “grande coalizione”, in cui la frammentazione teorica del sistema partitico italiano in innumerevoli sigle si traduceva in un sostanziale partito unico della grande borghesia capitalista, mentre i partiti rappresentativi della classe lavoratrice restavano oramai estromessi dal parlamento. È questa l’epoca della genuflessione sempre più esplicita ai dettami di potenze straniere, siano esse gli Stati Uniti in politica estera o la Germania (travestita sotto le vesti dell’Unione Europea) in politica economica, e della cessione senza limiti della sovranità nazionale – e quindi del depotenziamento della carta costituzionale e della perdita anche degli ultimi barlumi di autonomia in politica estera, come dimostra il conflitto in Libia, in cui l’Italia andò contro i suoi stessi interessi pur di obbedire a Washington, oltre che naturalmente in politica economica.

Di fronte a questi drammi, la rielezione di un presidente della Repubblica può sembrare in effetti poca cosa, ma è comunque un fenomeno rappresentativo di come la Costituzione del 1948 sia stata deturpata a tal punto da poter dire che questa non sia più effettivamente in vigore. Il capo dello Stato, a partire dal mandato di Giorgio Napolitano, è andato ad assumere un ruolo sempre più politico in favore della conservazione dello status quo e della difesa degli interessi della classe dominante, mentre l’incapacità dei partiti di sviluppare una politica autonoma ha portato a grandi accordi per la rielezione tanto di Napolitano quanto di Sergio Mattarella. Da questo punto di vista, il maldestro tentativo di Matteo Renzi di scrivere una nuova Costituzione – sancendo l’inizio del proprio suicidio politico – fa quasi tenerezza, dimostrando come costui non si fosse nemmeno reso conto di come la Costituzione fosse di fatto già cambiata!

Il problema, dunque, non è la rielezione di Mattarella in sé, ma il fatto che questa rielezione non sia altro che la manifestazione di mali molto più profondi che la democrazia borghese italiana vive oramai da un trentennio. E questo per limitarci alle critiche mosse dal punto di vista della democrazia borghese stessa e dei principi che dovrebbero regolarne il funzionamento, senza volerci spingere fino ad una critica marxista-leninista.

L’Italia odierna è ostaggio dei settori più globalisti della grande borghesia nazionale, che a loro volta rispondono a padroni che si trovano al di fuori dei nostri confini. A pagarne le spese sono sia la piccola borghesia che – soprattutto – la classe lavoratrice. Il tutto mentre in parlamento ha luogo un teatrino il cui esito – la rielezione di Mattarella – era già scritto fin dall’inizio. Con Mattarella alla presidenza per almeno altri due anni, e Mario Draghi che resterà saldamente attaccato alla poltrona di primo ministro, in attesa di prendere forse il posto del primo, la grande borghesia italiana ed internazionale può dormire sonni tranquilli, mentre gli imperialisti statunitensi e gli eurocrati di Bruxelles posso essere sicuri che l’Italia resterà un vassallo fedele, come un cane al proprio padrone.

Mentre il popolo discute accanitamente di questioni di secondaria importanza, il governo italiano continuerà ad attuare il programma comune della borghesia imperialista mondiale, distruggendo tutte le conquiste sociali ottenute dal movimento della classe lavoratrice nella seconda metà del ‘900, smantellando il settore pubblico in favore di quello privato e creando sempre nuove contraddizioni apparenti per tenere il popolo sotto scacco, al fine di nascondere l’unica vera contraddizione esistente (quella di classe) ed evitare una reazione organizzata da parte delle masse lavoratrici.

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Giulio Chinappi – World Politics Blog

Di Giulio Chinappi - World Politics Blog

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Nel 2018 ha pubblicato il suo primo libro, “Educazione e socializzzione dei bambini in Vietnam”, Paese nel quale risiede tuttora. Nel suo blog World Politics Blog si occupa di notizie, informazioni e approfondimenti di politica internazionale e geopolitica.

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