Immagine della strage di Domenikon


Francesco Cecchini


Punto VI: alle offese dell avversario si deve reagire prontamente e nella forma più decisa e massiccia possibile. Il trattamento da fare ai partigiani non deve essere sintetizzato dalla formula: dente per dente ma bensì da quella testa per dente dalla circolare 3C del generale Mario Roatta, comandante dell esercito italiano nella provincia di Lubiana, 1 marzo 1942
Il 16 febbraio 1943 a Domenikon, un piccolo villaggio nella Tessaglia, Grecia centrale, i soldati italiani della divisione di fanteria “Pinerolo” , assieme a fascisti camice nere, massacrano la popolazione civile: la strage fu una rappresaglia in risposta ad un imboscata di alcuni partigiani greci in cui morirono nove Camicie Nere. Perciò i greci andavano puniti: non i partigiani, ma la popolazione civile.Furono uccisi 152 uomini e 2 donne. Domenikon andava distrutta, e fu bruciato, per dare a tutti “una salutare lezione”, come scrisse poi il generale Cesare Benelli, che comandava la divisione Pinerolo. Il generale Benelli si mostrò ligio ai comandi. In una circolare emessa ancora all inizio del mese, il 3 febbraio, il generale d armata delle forze italiane in Grecia Carlo Geloso aveva ordinato che in caso di attacco partigiano, a vigere sarebbe stata la responsabilità collettiva di tutta la popolazione. Ciò era in armonia con quanto stabilito dalla circolare 3C del generale Mario Roatta.
Fu il capo della locale gendarmeria, Nikolaos Babalis, a denunciare per primo la strage, indirizzando un telegramma alla Croce Rossa e alle autorità greche che iniziava così: Da mercoledì scorso, la cittadina di Domeniko non esiste più. Questa denuncia costò a Babalis una condanna a morte da parte degli italiani , condanna poi commutata in detenzione e torture.
Per questo crimine, una delle peggiori stragi compiute dai militari italiani, sebbene vi fossero le evidenze negli archivi militari nessun italiano pagò. Stathis Psomiadis, presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime di Domenikon, in una lettera al magistrato Marco De Paolis ha scrisse, parlando dei soldati che avevano compiuto la strage: ” Questi soldati non sono venuti da soli, li ha mandati lo Stato italiano. Dei loro crimini vi erano le evidenze negli archivi e l Italia avrebbe dovuto indagare come debito nei confronti della sua storia e del suo popolo che ha sofferto del fascismo e del nazismo.” Nel giugno 2018, su richiesta del pm, il giudice militare per le indagini preliminari ha archiviato anche la terza inchiesta sull eccidio perché i responsabili sono tutti morti, ormai, o rimasti «ignoti». Un nulla di fatto giudiziario di cui il procuratore militare Marco De Paolis ha chiesto irritualmente scusa ai familiari delle vittime.
Un importante contributo alla conoscenza di cosa accadde a Domenikon è il libro “Domenikon 1943. Quando ad ammazzare sono gli italiani” del giornalista Vincenzo Sinapi edito nel 2021 da Mursia.
Come scrivono nella prefazione del libro gli storici Filippo Focardi e Lutz Klinkhammer, a differenza di quanto avvenuto in Germania, e anche in Francia, in Italia un pubblico esame di coscienza sulle proprie responsabilità per i crimini commessi nelle colonie e nei territori europei occupati durante la seconda guerra mondiale è stato finora frenato da vari fattori, fra cui (…) interessi politici e istituzionali restii a riconoscere le malefatte del Paese, non ultimo per scongiurare eventuali richieste di indennizzi da parte dei familiari delle vittime dei crimini italiani. Ma se da un punto di vista storico ormai è troppo tardi — scrivono Focardi e Klinkhammer – per portare in tribunale i responsabili dei crimini di guerra, non è tardi tuttavia per far conoscere al grande pubblico italiano questa pagina rimossa della storia del nostro Paese, una pagina con cui lopinione pubblica dovrebbe finalmente confrontarsi.

Copertina del libro domenikon 1943

Di Francesco Cecchini

Nato a Roma . Compie studi classici, possiede un diploma tecnico. Frequenta sociologia a Trento ed Urbanistica a Treviso. Non si laurea perché impegnato in militanza politica, prima nel Manifesto e poi in Lotta Continua, fino al suo scioglimento. Nel 1978 abbandona la militanza attva e decide di lavorare e vivere all’estero, ma non cambia le idee. Dal 2012 scrive. La sua esperienza di aver lavorato e vissuto in molti paesi e città del mondo, Aleppo, Baghdad, Lagos, Buenos Aires, Boston, Algeri, Santiago del Cile, Tangeri e Parigi è alla base di un progetto di scrittura. Una trilogia di romanzi ambientati Bombay, Algeri e Lagos. L’ oggetto della trilogia è la violenza, il crimine e la difficoltà di vivere nelle metropoli. Ha pubblicato con Nuova Ipsa il suo primo romanzo, Rosso Bombay. Ha scritto anche una raccolta di racconti, Vivere Altrove, non ancora pubblicata. Traduce dalle lingue che conosce come esercizio di scrittura. Collabora con Ancora Fischia IL Vento. Vive nel Nord Est

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