I profitti miliardari delle grandi società energetiche e la profondità del caro-energia segnano un campo di convergenza fondamentale, a livello europeo, tra movimenti sociali e climatici. La seconda parte del reportage

Nel primo semestre del 2022, Eni ha speculato sullo scontro militare e commerciale in atto in Europa, e ha quadruplicato i suoi ricavi (+360%) rispetto all’anno precedente. Nell’ultimo quadrimestre del 2021, prima dello scoppio della guerra in Ucraina, l’ascesa dei profitti di Eni era stata ancor maggiore. Gran parte dei contratti che legano il cane a sei zampe ai fornitori di gas – Gazprom in testa – sono contratti ventennali di lungo periodo, vincolati alla clausola di take-or-pay, in cui il prezzo d’acquisto può variare solo in una piccola percentuale. Il prezzo di vendita è invece libero e si rifà ai prezzi di riferimento TTF olandesi, uno dei mercati più grandi e “liquidi” del gas naturale in Europa. In altri termini, le partite di gas sono acquistate ad un prezzo più basso e ora vengono fatte pagare agli attuali valori di mercato. L’aumento delle bollette del gas (+ 40%) e della luce (+ 55%) nello scorso semestre è stato vertiginoso, a favore delle compagnie energetiche.

Di fronte alla necessità di un provvedimento per calmierare i prezzi, il governo italiano aveva dapprima previsto una timida tassazione del 10% sui giganteschi extraprofitti delle società energetiche, calcolati a partire dalla differenza tra il prezzo finale di vendita del gas e il costo di approvvigionamento medio per le aziende. Nel testo approvato, la tassazione sugli extraprofitti è scomparsa. Un vero trionfo per le compagnie fossili, in particolare per Eni: mentre il governo Draghi ed Eni intensificano le nuove rotte del gas con paesi profondamente democratici e rispettosi dei diritti umani, come Algeria, Egitto, Congo, Angola e Turchia, per affrancarsi dal gas russo, intanto la dinamica speculativa dei contratti long term e degli extraprofitti stellari viene salvaguardata ed estesa.

Nemmeno il Migliore-di-tutti, naturalmente Draghi, è riuscito a stabilire un “price cap” al prezzo sul gas russo; pur essendosi scontrato in questa battaglia con i timori sia dei paesi che temevano le possibili ritorsioni russe (Germania), sia di quelli che temevano una ripercussione sul libero mercato per le società non russe (i“falchi” nord-europei), viene da dubitare che il governo Draghi abbia voluto portare fino in fondo questa proposta.

Nell’ambito della diversificazione energetica, il principale fornitore di gas dell’Italia  si appresta a diventare l’Algeria (9 miliardi di metri cubi annui), paese per altro commercialmente molto legato alla Russia nel commercio delle armi e in quello del grano. I flussi dei gasdotti attualmente non a pieno carico saranno incrementati fino a raddoppiare (TAP dall’Azerbaijan, il Transmed dall’Algeria e dalla Tunisia, il GreenStream dalla Libia). Accanto all’intensificazione dell’acquisto di gas tramite gasdotti da Nord Africa e Azerbaijan, l’altra grande strategia di diversificazione energetica è quella della rigassificazione, con i nuovi impianti previsti e gli accordi bilaterali con gli Stati Uniti, Qatar ed Algeria. Un altro mastodontico investimento di Eni sul gas liquefatto è previsto in Mozambico, sebbene vi sia in corso una guerra civile nel nord del paese, con la realizzazione di nuovi impianti di liquefazione galleggianti e la recente visita di Mattarella. Sullo sfondo la riapertura delle centrali a carbone: si contano nel primo semestre 2022 8 milioni di tonnellate di carbone, il doppio del 2021, pronte ad aumentare in caso di emergenza energetica nel corso del prossimo autunno.

Con lo scoppio della guerra in Ucraina, transizione ecologica e diversificazione energetica si sono strette a doppio filo. Il piano energetico europeo (RePower EU) sovrappone il grande progetto della svolta green dell’economia europea con quello di diminuire la dipendenza dalle risorse russe.

Il rapporto IPCC del 2018 stabiliva che, per contenere l’aumento della temperatura media globale entro 1.5°, sarebbe necessario ridurre le emissioni di gas CO2 e di gas climalteranti del 55% entro il 2030 e del 100% entro il 2050. Entro il 2030, l’Europa vorrebbe dunque contemporaneamente azzerare le relazioni commerciali con la Russia e più che dimezzare le emissioni climalteranti. Il RePower EU è un piano europeo da 300 miliardi di euro, recentemente varato dalla Commissione, che prevede investimenti nello sviluppo tecnologico e nell’aumento della profittabilità delle fonti rinnovabili e, soprattutto, il grande rilancio del gas fossile nel futuro dell’Europa. Le importazioni di gas liquido dovrebbero favorire principalmente gli Stati Uniti, ma estendersi anche a Egitto e Israele nel Mediterraneo Orientale.

Si tratta di un nuovo capitolo di spesa per i PNRR dei paesi membri, giustificato dalla crisi con la Russia, in cui la costruzione di infrastrutture energetiche godrà di deroghe speciali, che svincolano i progetti dai vincoli ambientali e climatici. La Commissione Europea, insieme a Eni e alle grandi compagnie energetiche, tentano di piegare a proprio favore la congiuntura, colonizzando nuove e aree del mondo e cercando una nuova posizione di forza nell’ordine globale. Le elites tecno- ecologiste europee scommettono sull’opportunità di concentrare e razionalizzare forti investimenti di capitale nei settori “green” dell’industria, generando un rilancio delle economie all’interno di un piano di dimezzamento delle emissioni.

I limiti ambientali del capitalismo – le cosiddette “esternalità negative” – sono trasformati in un motore di crescita, di sviluppo, di riconversione industriale dall’alto. La “diversificazione energetica” è il nome ideologico di un’accumulazione originaria: la guerra conquista nuovi territori, apre nuovi mercati e nuove rotte commerciali, intorno all’energia come ad altri settori produttivi. Ogni grande guerra mondiale è stata nella storia l’avvio di un processo di nuova accumulazione capitalistica. Al di fuori delle letture deterministiche, anche questa guerra pare creare le condizioni di un nuovo regime di accumulazione, contraddistinto in Europa dagli obiettivi climatici, dalle fonti energetiche transitorie e dai settori “green” dell’economia.

Non è vero, allora, come alcune immagini potrebbero ingannevolmente far pensare, che la guerra ha sospeso i piani di transizione: ne rallenta alcuni aspetti, ad esempio la dismissione delle centrali a carbone, ma ne accelera altri, in primis la dipendenza dal gas fossile e dalla sua filiera.

Nella congiuntura della guerra e delle sanzioni, la transizione mostra il suo volto più vero, più reale, e ahinoi più ingiusto. Con l’inflazione alle stelle, che dal settore energetico si allarga a tutti i beni di consumo, e viste le molteplici crisi industriali e crescenti cali dell’occupazione, svanisce l’illusione tecno- europea di una transizione pacificata e lineare. I costi della transizione saranno più alti e distribuiti in modo più diseguale; non basteranno i sussidi di emergenza, i vari bonus, e nemmeno i timidi aumenti salariali profilati in Germania o in Spagna (in Italia neppure l’ombra) a contenerli. La transizione ecologica in tempo di guerra sarà scandita da sacrifici della popolazione ai limiti della sopravvivenza, ben maggiori della riduzione di 2° dei termosifoni in inverno paventata dal piano di “emergenza energetica” poco prima delle dimissioni del governo.

I profitti miliardari delle grandi società energetiche e la profondità del caro-energia segnano un campo di convergenza fondamentale, a livello europeo, tra movimenti sociali e climatici. Da un lato, le lotte eco-climatiche penetrano all’interno dei luoghi di lavoro, si fanno coscienza operaia, progetti di riconversione complessiva dei siti produttivi; dall’altro, le lotte contro le lobby del gas e del fossile assumono un profilo nettamente sociale e di classe, rivolgendosi alle categorie più colpite dall’aumento dei costi in bolletta.

Non sarà di certo la caduta del governo Draghi ad alleviare la volontà politica che ne era alla base, scaricare verso il proletariato e il ceto medio-basso la crisi energetico-inflattiva e l’austerity in arrivo per i prossimi anni, fantasticare su finti salari minimi, ricondurre il reddito di cittadinanza alla coazione al lavoro senza se né ma.

L’urgenza storica di una saldatura organica e strategica – una convergenza che è di più della semplice coincidenza – tra lotte ambientali, movimenti climatici e conflittualità sul posto di lavoro per gli aumenti salariali e la sicurezza, impone uno sguardo transnazionale. Le delocalizzazioni massimizzano i profitti delle imprese, approfittando del dumping salariale all’interno dello spazio europeo e, al tempo stesso, delocalizzano anche le nocività del settore industriale.

All’interno del Climate Social Camp di Torino, alcuni momenti specifici – come quello di martedi 26 dal titolo “Fighting and converging”, che avrà come ospiti, tra gli altri, il movimento Notav, Ende Gelende, Soulevement de la terre, XR UK, il collettivo di fabbrica Gkn, il collettivo autonomo dei lavoratori portuali – riflettono tanto sulla dimensione ecologica della composizione di classe, tanto sulla dimensione sociale delle lotte climatiche.

Una nuova saldatura, promossa congiuntamente dal collettivo Gkn e da Fridays for future, tra lotte operaie e lotte climatiche è prevista per l’inizio dell’autunno, intorno alle rivendicazioni fondamentali della proprietà collettiva dei settori industriali chiave ai fini della giustizia ambientale, del salario minimo, della scala mobile dei salari, della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, della tassazione del peso climatico dei super- ricchi, della redistribuzione e delle misure di welfare universali. Il processo di convergenza necessita di essere inserito dentro una dimensione come minimo europea: le rivendicazioni sopra citate, quelle salariali e quelle climatiche, a cui si aggiunge quella del disarmo, possono essere raggiunte dentro lo spazio politico continentale. Le reti climatiche sviluppatesi in questi ultimi anni hanno saputo costruire, più di altri ambiti di lotta, un piano transnazionale fondamentale dell’attivismo, che assume tanto più oggi una funzione decisiva nel contesto di una guerra in Europa, delle conseguenti trasformazioni (e pianificazioni) europee e dell’ordine mondiale multipolare.

I progetti elaborati dal basso, di riconversione produttiva e di autonomia energetica, sono molti: ne abbiamo una dimostrazione, nel nostro piccolo, in Toscana, dove il collettivo di fabbrica Gkn, con la partecipazione de* solidali e di intelligenze accademiche, ha proposto un piano alternativo e ambientalista per l’automotive, o dove nell’ambito dei rifiuti esiste un piano Zero Waste per la prevenzione e la riduzione dei rifiuti.

Ma pensiamo anche al “Piano Taranto” di riconversione industriale dell’area dell’ILVA, nato dalla ricerca e dalla cooperazione di lavoratori, cittadini, ricercatori, o al piano di riconversione della centrale a carbone di Civitavecchia a impianto eolico e solare con livelli occupazionali salvaguardati, proposto da comitati locali e Fridays for future, contro il progetto di Enel della transizione al gas. Molti altri esempi, nella filiera alimentare agroecologica, potrebbero essere fatti, e chissà quanti non ne conosciamo.

L’elaborazione di alternative concrete e praticabili risulta un compito fondamentale per la convergenza, in cui insorgere e contro-pianificare sono movimenti complementari che si alimentano a vicenda. Costruire un nostro progetto di uscita dalla crisi e dal capitalismo, con una visione di lungo periodo, ci pare un aspetto fondamentale di qualsiasi lotta a venire. Chi ci salverà? ci siamo chiesti dopo i fallimentari risultati della Cop26 di Glasgow lo scorso autunno; possiamo salvarci soltanto facendoci classe dirigente, abbiamo risposto in questi mesi ai cancelli di Campi Bisenzio.

Di Nardi

Davide Nardi nasce a Milano nel 1975. Vive Rimini e ha cominciato a fare militanza politica nel 1994 iscrivendosi al PDS per poi uscirne nel 2006 quando questo si è trasformato in PD. Per due anni ha militato in Sinistra Democratica, per aderire infine nel 2009 al PRC. Blogger di AFV dal 2014

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