Matteo Bortolon 

Nell’arco dello scorso decennio un elemento importante del conflitto politico europeo è stato la  posizione sulla Ue. La contrapposizione europeisti vs. antieuropeisti (semplificando) si è definita come trasversale rispetto a progressisti vs. conservatori o sinistra vs. destra, rispecchiando un po’ quella  – a parere di chi scrive non particolarmente azzeccata – globalisti vs. antiglobalisti. Una contrapposizione capace di generare rotture, polemiche e contrasti, che ha visto il punto di massima intensità nei dibattiti sull’euro, ma nel biennio 2020-21 pare essersi offuscata, uscendo dal dibattito pubblico, perciò ci dobbiamo chiedere: che fine hanno fatto l’euro e la Ue come elementi divisivi e clivage politici? È una eclissi temporanea o permanente? Ma sopratutto: i soggetti che hanno assunto una posizione forte in merito per qualificarsi come sono messi?

In un arco cronologico grosso modo decennale (2010-2019) l’Unione europea ha subito le più vivaci contestazioni dalla sua nascita (1993), con il fiorire di gruppi, movimenti e partiti che programmaticamente la inserivano nei loro obiettivi polemici o che ne caldeggiavano la distruzione o il severo ridimensionamento

Da una parte stavano coloro per cui l’unità europea era un valore forte tanto da glorificare la Ue o, in caso di posizioni più critiche dei modelli dominanti basati su mercato, concorrenza, e simili, da sostenerne una riforma significativa in direzione di riduzione delle diseguaglianze, lotta alla povertà, misure a favore dell’ambiente, ecc. Riformare l’Europa per un modello progressista (o addirittura socialista). Tali posizioni sono state abbastanza marginali nell’ambito dei reali equilibri di potere, ma è stata funzionale a impedire che dal campo progressista-sinistra partisserro critiche veramente significative e pericolose per le classi dirigenti, che sapevano benissimo che l’integrazione comunitaria è sinonimo di concorrenza e mercato, di pari passo coi famosi trasferimenti di sovranità. La sinistra europeista invece vi leggeva le premesse di istanze sociali a livello europeo se non la possibilità di costruire un contrappeso geopolitico mondiale agli Usa. Vale la pena notare en passant, che gli eventi recenti dovrebbero mettere una bella pietra tombale su tale velleitaria prospettiva. Mentre i governi nazionali si sono allineati al campo NATO-USA non senza coltivare una qualche forma di flaccida manovra autonoma (Macron che chiama Putin, Berlino che si schiera con tentennamenti e incertezze), i vertici Ue hanno mostrato un servilismo senza ritegno, al pari degli  oltranzisti britannici e polacchi. Insomma dove c’è “più Europa” c’è più sostegno alla guerra degli Usa, che contrappeso. 

Dall’altra si collocavano coloro che vedendo la natura liberista ed oligarchica della Ue come una conseguenza della sua stessa essenza, la cui stessa irreformabilità suggeriva come uniche opzioni ragionevole la sua distruzione o l’uscita. Le critiche spaziavano dalla disfunzionalità dei parametri di Maastricht, alla divergenza centro-periferia, alla curvatura nettamente mercatista e concorrenziale dell’intero diritto comunitario, tale da ridurre l’intero impianto a dispositivo neoliberista rivolto contro le classi lavoratrici.

Entrambi tali campi ospitavano non solo posizioni profondamente diverse, ma valori e ispirazioni pressoché opposti. Sul versante europeista il caso più eclatante è stata la confluenza a marzo 2017 di una manifestazione sotto l’ombrello organizzativo La nostra Europa con la Marcia per l’Europa. La prima annoverava, secondo le loro stesse parole

tante associazioni, movimenti sociali, sindacati, organizzazioni e attori sociali [ a favore di] un progetto di unità europea innovativo e coraggioso fondato su democrazia e libertà, diritti e uguaglianza, riconoscimento della dimensione di genere, giustizia sociale e climatica, dignità delle persone e del lavoro, solidarietà e accoglienza, pace e sostenibilità ambientale

Tale manifestazione prevedeva esplicitamente la confluenza con l’iniziativa lanciata dal Movimento federalista europeo la cui lista di adesioni reca nomi catastrofici quali Mario Monti, Emma Bonino, Beatrice Covassi (a capo della rappresentanza della Commissione Ue in Italia, e conseguentemente, candidata col Pd), Romano Prodi e altre personalità provenienti da liberali e dal Partito popolare europeo. Un po’ come se gli attivisti di Greenpeace marciassero fianco a fianco dei peggiori inquinatori del pianeta.

Ma tale connubio innaturale ma, pragmaticamente effettivo, era motivato dalla ascesa dell’antieuropeismo come corrente d’opinione di successo. Tutto lo spettro delle forse europeiste coglieva una minaccia esistenziale alla unità europea (o meglio all’euro e alle istituzioni comunitarie); obiettivo che per l’oligarchia costituiva anni di sforzi, per le forze critiche degli orizzonti di fratellanza, pacifismo ecc.; e non ci voleva tanto per capire chi vedesse la realtà lucidamente e chi invece proiettasse su di essa le proprie velleità idealistiche senza alcuna base concreta.

Dall’altra parte invece, la stessa esistenza della Ue assurgeva a vera e propria minaccia: per diritti e democrazia e – per le forze più a destra dello spettro politico – per l’identità nazionale stessa. Anche alcuni che avrebbero visto di buon occhio una forma di unificazione continentale coglievano la distruzione della Ue come la battaglia più imminente. Ovviamente il dissenso cadeva sul dopo: ritorno ai vecchi Stati-nazione o trascendimento di essi?

In altri termini le relazione fra paesi comunitari e con gli organi dell’Unione erano diventati in breve tempo il terreno politico prevalente, oggettivamente sovrastante altri tipi di dinamiche e spazi geografici. La discussione sulle alleanze militari, per esempio, che oggi è al centro, era abbastanza marginale. Ma qual è il contesto che ha portato a questa situazione?

L’evento che ha attivato la critica radicale anti-Ue è stata la crisi dei debiti sovrani. Senza di essa non ci sarebbe stata alcuna crisi esistenziale della compagine comunitaria.

Per reagire ai contraccolpi della crisi del 2007-08 gli Stati europei in accordo con la Commissione hanno salvato (il famoso bail-out) le banche facendo pagare il conto ai comuni cittadini, che si sono visti riversare addosso la famosa austerità. L’atteggiamento delle classi dirigenti, nell’usare senza ritegno la forza dello Stato  – che avevano sempre detto non dovesse intervenire nelle dinamiche di mercato – a favore degli interessi più abbienti per poi tagliare le spese sociali in nome dell’ “aver vissuto sopra i propri mezzi” (una stomachevole menzogna) è stato talmente abietto che stupisce non abbia generato proteste più energiche.

La crisi dei debiti sovrani ha visto due concetti fondamentali emergere: l’uno il debito pubblico visto come un fardello capace di inficiare sviluppo e gravante sulle generazioni future. L’altro il costo dell’indebitamento dello Stato, il famoso spread, gabellato come riflesso della credibilità di un paese – con connotazioni persino morali. La battaglia culturale intrapresa dalle forze eurocritiche per sbugiardare tali mitologemi, tanto sfacciatamente infondati di fronte ad una più approfondita visione macroeconomica quanto strumentali per colpire le classi subordinate in nome di una presunta ortodossia mainstream è stata importante. Essa ha prodotto un patrimonio collettivo di spunti, analisi e idee critiche di grande diffusione. Fino ad oggi se un Cottarelli, Giannini o simili prova a esternare cose come l’insostenibilità del welfare viene presto sommerso da insulti, derisione e accuse di analfabetismo economico. Nonostante ciò le linee portati delle politiche dominanti non si è riusciti a fermarle

Il processo, fra contestazioni di piazza, rivolte nelle urne, il sorgere dei partiti euroscettici, ha visto un climax nel 2015 con le forze della Ue che hanno calpestato la Grecia costringendola a capitolare. Il fatto che Marine Le Pen e Matteo Salvini  – due leader universalmente associati all’estrema destra – a gennaio 2015 esultassero per la vittoria della coalizione di sinistra radicale di Tsipras restituisce la particolarità della situazione.

Su tale versante infatti si videro delle convergenze analogamente sorprendenti. Accanto ad attivisti e gruppi – anche di ideologia comunista – si posero alcuni partiti conservatori e di destra. Tanto è bastato perché personaggi e forze politiche del fronte opposte bollassero ogni istanze antieuropeista come nazionalista (o nei casi di irrazionalità più catastrofici, fascista).

Ma è una semplificazione venata di ignoranza. Senza dubbio i nazionalisti e le destre radicali in genere non amano la Ue e poco anche il concetto di Europa unita – a meno di non darne una connotazione quale bianca, cristiana, e simili. Ma allora perché forze indubitabilmente conservatrici e di destra per venti anni non hanno fatto grandi problemi?

La risposta ha poco a che fare col colorito politico, ma molto con l’energia politica scaturita dagli eventi del decennio; energia che si poteva tradurre – come di fatto è accaduto – in voti. Una valanga di voti.

La austerità voluta dalla Commissione e dalla Germania di Merkel ha colpito in maniera sferzante ogni genere di diritti sociali; ma ha anche acuito la polarizzazione fra un centro ricco e la periferia, danneggiando vasti interessi. Mentre le imprese più grandi e finanziarizzate, ben inserite nei corridoi del potere Ue venivano salvate, o galleggiavano senza problemi, le imprese più piccole e deboli venivano falcidiate. In altri termini, il capitale industriale-finanziario più forte e ben inserito nelle dinamiche comunitarie fioriva, i capitali più deboli e localistici subivano vari colpi. Ma non volendo soccombere hanno chiesto il soccorso di forze politiche in ascesa o in difficoltà.

Le forze chiamate sovraniste o populiste in generale hanno assunto il ruolo di difensori di questi interessi, entrando in convergenza con tutti coloro che per svariati motivi remavano contro la Ue. Che l’obiettivo reale sia mai stato l’uscita dalla Unione è assai dubbio, piuttosto hanno ad ogni evidenza teso a integrarsi nelle strutture comunitarie per aumentare il loro potere e per difendere gli interessi dei loro sponsor economici, piuttosto che boicottarle. Attingendo massicciamente alla risorsa politica del momento. Vediamo in che modo.

Le dinamiche sopra evocate hanno un ovvio presupposto: l’aumento della interdipendenza intra-Ue. Sempre più decisioni cardine si prendevano in seno agli organi comunitari – ma in buona parte dai rappresentanti degli Stati membri – piuttosto che dai Parlamenti nazionali. Determinando una perdita di riferimenti, e uno spaesamento di fronte alla perdita di forza del proprio voto  – consustanziale alle vecchie istanze nazionali, salvo l’imbelle europarlamento. L’effetto era simile al vissuto dei passeggeri di un aereo che scoprono che la cabina di guida è vuota, e qualcun altro ha i comandi. Ma chi?

Non si sa. Abbiamo perso il controllo.

Finché le cose sono andate abbastanza bene tale tale malessere è rimasto sotto controllo. Sotto il tallone dell’austerità e della crisi il sistema è andato in corto circuito ed ha generato potenti spinte. Energia politica, per l’appunto

Le forze di sinistra radicale non sono riuscite ad intercettare tale forza, perché la questione non era solo di austerità come conflitto sociale dei ricchi (e degli Stati più abbienti) contro i più poveri, ma come controllo/ democrazia come capacità collettiva di imprimere un ordine ed una direzione politica alle cose. La sovranità e la democrazia insomma.

Le forze critiche non solo dell’attuale configurazione istituzionale ma del modello socioeconomico (neoliberista o ordoliberista) si sono così trovate divise fra il cercare quanto meno una qualche sponda presso i populismi identitari e mettersi in splendida solitudine, contro tutti – inclusi gli antieuropeisti più disposti a trattare con le destre, bollati come fascistoidi, traditori, e simili; in questa contraddizione è nato il dibattito – per lo connotato da una desolante mediocrità tinta di isterismi intolleranti – del rossobrunismo.

Riassumendo, i capisaldi del contesto del più vibrante conflitto europeisti vs. antieuropeisti sono stati:

  • i programmi di austerità imposti alla periferia europea dalla Troika (cioè Commissione, BCE e FMI; alle loro spalle, come l’ombra di un dio più oscuro e misterioso, il Meccanismo Europeo di Stabilità).
  • L’austerità di bilancio ottenuta dando maggiori poteri alla Commissione (rafforzamento del Patto di Stabilità e di Crescita: Six Pack, Two Pack, Fiscal Compact, Semestre europeo).
  • Una sostanziale perdita di rilevanza della politica nazionale, in primis dei parlamenti e dei governi – ma non tutti; per inciso, mentre i governi più forti perdono sovranità ma la recuperano manipolando e facendo pressioni sulle istituzioni comunitarie, quelli più deboli la perdono e basta.
  • L’evidente ascesa della Germania come potenza egemone basata sul neomercantilismo.

Tutti questi elementi sono stati modificati, sospesi o accantonati nel 2020-22. In particolare:

  • Non solo gli aggiustamenti strutturali dei programmi di austerità sono finiti – e le persone iniziano a dimenticarsene! – con dei trend di crescita fiacchi ma crescenti (fra il 2015-19 la Spagna cresce con una media di +2,7% pil, Portogallo +2,5%, Grecia +0,7%  ma con + 1,8% nel 2019, Italia +0,9%) – ma si sono rovesciati nella sospensione della normativa sugli aiuti di Stato e nei finanziamenti generati dal “debito comune” del Next Generation EU, i cui effetti negativi al momento non sono visibili nella società.
  • L’austerità è stata sostituita da crescenti deficit di bilancio per la spesa pubblica, sostenuti da politiche ultraespansive della BCE, con la sospensione del Patto di Stabilità e Crescita. Rendendo il potere europeo meno incisivo e visibile.
  • La politica nazionale è balzata al centro del dibattito, in merito alle misure di contrasto al Covid, sia sul versante del distanziamento sociale, che delle politiche vaccinali (il ricondurle a centri di potere sovranazionali se non occulti è rimasto dominio di nicchie iperpoliticizzate, peraltro particolarmente poco attrezzate per influenzare l’opinione pubblica).

L’ultimo punto ci riconduce alla situazione presente. Se nel contesto della crisi Covid la Germania (che prima di esso aveva una crescita assai stentata del pil: +1,08% nel 2018 e +1,05% nel 2019) ha assorbito il colpo molto meglio di altri paesi  con pil -4,5% nel 2020, assai meglio di Italia (-9%), Francia (-7,9%), Spagna (-10,8%), nel 2022 la situazione è assai diversa. Il pil tedesco è cresciuto di solo +0,8% nel primo trimestre e di zero nel secondo. Il saldo commerciale del paese è negativo per la prima volta dopo trent’anni. Per i fattori geopolitici riguardanti la guerra in Ucraina il neomercantilismo tedesco è in crisi come mai lo era stato nel corso di un’intera generazione e le difficoltà della sua economia, fra stringente necessità del gas russo e la sudditanza agli Usa che stanno spingendo il Cancelliere ad una politica contraria ai propri interessi nazionali fanno prefigurare un bilancio 2022 catastrofico. Insomma sembrano assai lontani i tempi in cui Merkel e Schauble regnavano incontrastati sul continente.

Ciò è legato al mutamento di un fattore di base sopra ricordato: mentre nel decennio 2010-19 le dinamiche intra-Ue apparivano prevalenti su altri tipi di contesti, oggi non è più così, e l’allineamento servile alle politiche di Polonia, Uk e Usa pare molto più grave e minaccioso delle politiche comunitarie. Conseguentemente l’opposizione sociale ad esse è minore, e non è certo un caso che le forze più eurocritiche abbiamo modificato la loro agenda: nazionalisti, populisti identitari e populisti “civici” (se così possiamo designare il M5S) si sono ritratti nei rispettivi core business del proprio posizionamento (antimmigrazione, valori tradizonali, legalità, ambiente), mentre le forze più limpidamente anti-Ue si sono accreditati con altri temi antiegemonici: contrasto alle misure anticovid nel 2020-21 e all’appoggio al blocco NATO-Usa nel 2022. Sul versante comunitario pare più fruttuosa l’accusa alla Commissione di essere diventata per la politica estera la succursale del Dipartimento di Stato Usa.

Ma allora siamo tornati all’epoca del ventennio 1991-2010 in cui la Ue era fuori dal dibattito?

È molto improbabile. I dati summenzionati mostrano che le politiche comunitarie sono meno visibili, non completamente prive di importanza. Al momento non sappiamo quando ma è assai probabile che torneranno in auge prima o poi. Almeno per quattro motivi:

  • primo: le regole di bilancio sono sospese e non cancellate; prima o poi torneranno in vigore, e molti indizi suggeriscono che la “svolta” della Ue verso un minor rigore non avverrà o sarà semplicemente di facciata; non ultimo lo indica un documento del Ministero tedesco per gli Affari economici di netto sapore rigorista;
  • secondo: le politiche ultraespansive della BCE sembrano giungere al termine, e condizionare il sostegno all’indebitamento degli Stati ad una agenda di austerità;
  • terzo: il PNRR per ora viene visto in una luce assai benefica, visto anche il battage pubblicitario dispiegato dalla galassia piddina-progressista, ma prima o poi i nodi verranno al pettine, vuoi per la sua entità i cui limiti si disvelano sempre più, vuoi per il fatto che è uno strumento di debito che prima o poi andrà pagato. A quel punto i ceti che non ne sono stati beneficiati si troveranno sul groppone nuovi tagli e austerità,e la disillusione potrebbe generare umori assai cupi;
  • quarto: nessuno dei problemi emersi nella crisi dell’euro è stato veramente sanato da modificazioni strutturali, in specie la divergenza centro-periferia, le potenziali turbolenze bancarie e finanziarie (incrementate da un assetto regolativo permissivo per permettere una più agevole accumulazione del profitto da speculazione), la compressione di redditi e bisogni delle classi lavoratrici (per non citarne che alcune) restano sul piatto, attenuate solo da contingenze già in via di esaurimento, e che possono portare facilmente le piazze ad esplodere contro quell’Eden oligarchico-corporativo noto come Ue.

Dobbiamo continuare a restare vigili sulle vicende europee anche se al momento è poco proficuo in termini di visibilità e consenso. Il patrimonio analitico accumulato in questi dieci anni non va disperso o dimenticato. Dare un occhio lucido ai temi di attualità è corretto, ma una politica che vive solo nella contingenza congiunturale si condanna ad essere contingente essa stessa. E lo stesso è per l’analisi critica

Di L.M.

Appassionato sin da giovanissimo di geopolitica, è attivo nei movimenti studenteschi degli anni novanta. Militante del Prc, ha ricoperto cariche amministrative nel comune di Casteldelci e nella C.M. Alta Valmarecchia. Nel 2011 crea il blog Ancora fischia il vento.

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