Dopo sei mesi di guerra, la guerra sembra sia quasi scomparsa dalla scena politica, dal dibattito internazionale, da quello nostro, provincialissimamente nazionale sui collegi da assegnare alla carica degli…

Dopo sei mesi di guerra, la guerra sembra sia quasi scomparsa dalla scena politica, dal dibattito internazionale, da quello nostro, provincialissimamente nazionale sui collegi da assegnare alla carica degli aspiranti deputati e senatori, con tanto di consuete ritualissime beghe che infarciscono beatamente le urlate discussioni televisive.

Se noi ci siamo dimenticati della guerra, perché, oggettivamente, capitano anche tante altre cose nel corso delle giornate in questo globalizzato e devastato mondo dalla specie umana, è la guerra che non si è per niente dimenticata di noi. Ogni volta che parliamo del costo della vita che aumenta, dell’impoverimento crescente di altri milioni di famiglie in Italia e di una mancanza di politica energetica alternativa in tutta l’Europa, pur ignorandolo (volutamente o meno) noi parliamo della guerra in Ucraina.

Ogni volta che comperiamo il pane e vediamo lievitarne soprattutto il prezzo, oppure quando ascoltiamo ministri e sottosegretari parlare di impennata dei mercati o di clamorosi scivoloni borsistici per via del gas che arriva a singhiozzo dalla Russia attraverso la Germania nel resto del Vecchio Continente, stiamo sempre e soltanto parlando degli effetti della guerra.

La strategia di Putin sembra a tutti abbastanza chiara: invece di chiudere definitivamente i rubinetti dei gasdotti, li fa serrare a singhiozzo, quando le congiunture internazionali si aggravano per qualche motivo, per ritorsione certamente bellica, ma anche con una dose di strategia di lungo termine per vincere un conflitto che sta stagnando sul terreno e che, comunque, vede la Russia avanzare seppure di poche decine di chilometri lungo la linea del fronte dal Donbass alla zona di Kherson.

Il pericolo che la centrale nucleare di Zaporizhzhia vive ogni giorno, occupata dai russi, bombardata dagli ucraini, è una ipoteca sul futuro dell’intera area europea e anche di quella mediorientale. Le conseguenze di una eventuale esplosione dei reattori, di un qualunque evento che compromettesse la stabilità degli impianti, sarebbero devastanti per la salute di centinaia di milioni di persone, noi compresi, che stiamo – è proprio il caso di dirlo… – ad un tiro di schioppo da dove si spara, si muore e tutto si distrugge.

La morte della figlia dell’ideologo di destra estrema Aleksandr Gelʹevič Dugin, saltata in aria dentro l’automobile che doveva ospitare anche il padre, ha riacceso i riflettori sulle contraddizioni che vive l’Est europeo: riuscire a capire se l’attentato sia frutto di servizi segreti deviati interni, di paramilitari russi oppositori del regime putiniano (si fa tanto parlare di un famigerato Esercito nazionalista repubblicano, sigla a dire il vero mai sentita prima d’ora…) o se sia stato commissionato dagli ucraini, è per ora impossibile.

L’omicidio di Darya Dugina e l’aumento del costo del gas e dell’energia elettrica sono apparentemente fatti scollegati fra loro: se non vi fosse nel mezzo di questi eventi la guerra che fa da collante, che permea ogni conseguenza economica sulle vite di interi popoli e che costringe l’Unione Europea a tergiversare tra l’adesione piena e completa alla linea imperialista, speculare a quella del Cremlino, e il pragmatismo dei conti alla mano che hanno, ogni giorno che passa, bisogno di una revisione per poter reggere l’urto di un autunno e di un inverno che vengono prospettati ai cittadini come catastrofici.

La pandemia non è, del resto, ancora del tutto sconfitta. Altre crisi sanitarie potrebbero affacciarsi sulla scena globale e il mancato effetto delle sanzioni economiche contro la Russia, che vende il suo gas al resto del mondo (quindi ai diretti concorrenti asiatici che scambiano il favore con operazioni militari congiunte e aperture di mercati tecnologici di non poco conto…), non ha accorciato i tempi della guerra, pur avendo determinato una crisi interna al sistema putiniano, un allargamento del dissenso tuttavia contenuto con i metodi che ben conosciamo.

La risposta liberista a tutto questo è stata ampiamente insufficiente e non ha dato seguito alla costruzione di un fronte unitario sul piano politico, tanto meno su quello diplomatico e men che meno ancora su quello di una risposta che convergesse con una risoluzione unitaria delle Nazioni Unite. Le condanne dell’aggressione russa all’Ucraina sono diventate così una mera formalità protocollare, un antigalateo di una politica incapace di fare fronte tanto alle crisi belliche quanto a quelle sociali, economiche ed ambientali.

La crisi multipla del mondo moderno, di questo capitalismo compulsivo, ricorda quel 2008 in cui andarono in tilt tutti i parametri di scambio dei grandi azionariati e la stabilità finanziaria dei mercati, delle borse, mentre si ingrossavano bolle speculative di cui si faceva fatica a trovare l’origine.

Il biennio che ne seguì, per intensità e per impatto globale, ricorda – fatte le debite differenze – l’improvviso urto del liberismo con la pandemia da Covid-19. E la guerra tra Russia e Ucraina, quindi tra Russia e Occidente atlantista per procura o interposto popolo massacrato, ha posto una sottolineatura all’inadeguatezza che le grandi centrali in difesa del capitale (Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale, OCSE, BCE, ecc.) hanno riscontrato su sé stesse, nonostante la preparazione quasi secolare alla ciclicità delle crisi del sistema delle merci e dei profitti.

Era inevitabile che la guerra, oltre al portato mortifero e orrorifico che include nel proprio pacchetto sterminatore, avesse un impatto devastante sulle ipocritamente rassicuranti politiche di tutela antisociale dei governi occidentali. C’è una sola osservazione, tra le tante brutalità programmatiche di Dugin e della sua sua destra autocratica, antisemita e neonazi-onalista (al pari un po’ di quelle sovraniste tutte italiane…), che può essere condivisibile, perché si tratta non di una interpretazione dei fatti, ma di un fatto stesso: la Russia rappresenta un ponte, un lungo ponte, tra Europa ed Asia e ha una seria di caratteristiche uniche che la distinguono da questi due continenti.

Anche storicamente. Ma prima di tutto socialmente ed economicamente. Pur affondando le sue radici nella storia di un impero formatosi nella culla dello slavismo europeo, l’espansione asiatica portata avanti da Pietro il Grande ha fatto del gigante un colosso con i piedi ben piantati tanto ad occidente quanto ad oriente. E lo si vede molto bene oggi proprio nella contesa sul gas, sul prezzo delle materie prime per la produzione di energia non solo da riscaldamento ma anche ad uso elettrico.

Se colpita dal fronte atlantista, si rivolge alla Cina. E viceversa. L’Unione Europea, a metà strada tra gli Stati Uniti d’America e l’orso siberiano, è una intercapedine che sembra quasi non vivere di vita propria, ma di subire le decisioni di Washington e dell’Alleanza atlantica facendone pagare il costo agli Stati membri più deboli e meno autonomi in termini di sopportazione dei costi riflessi del conflitto sulle singole economie nazionali.

Più che saggiamente, alcuni cronisti si domandano se l’omicidio di Darya Dugina allargherà il fronte della guerra, visto che questa pare ormai essere entrate a pieno titolo nei confini della Federazione russa e, rimanendo in campo tutte le ipotesi spionistiche del caso, è altamente probabile che – pretesto voluto ed effetto cercato, oppure atto subito – la reazione del regime di Putin non si farà attendere.

L’intensificazione dei combattimenti, le restrizioni di Gazprom, il blocco delle navi con le tonnellate di granaglie a bordo… Ogni interessata parvenza di apertura diplomatica, gestita dalla Turchia o da Israele, adesso corre il serio rischio di uno stop incontrovertibile, almeno nei tempi della stagione che si aprirà a breve: l’inverno peggiorerà la condizione non solo degli ucraini impantanati nella guerra propriamente detta, ma costringerà tutto il limitrofo ad adeguarsi ad una volontà contro cui i missili dell’Alleanza atlantica possono ben poco.

Il Generale Inverno costerà la vita a tante persone che nei teatri del conflitto non avranno di che mangiare, di che scaldarsi. Le bombe non saranno più le sole responsabili dei cadaveri per le strade e delle case distrutte. Nessuno dei due fronti cederà di un millimetro. La stagnazione economica costa agli Stati molto di più di quello che viene a costare ai capitalisti, ma la stagnazione bellica è molto più prepotente e salata.

Nella peggiore delle ipotesi, noi, qui nel nostro Occidente, saremo costretti ad una razionamento energetico: il che vorrà dire scaldarsi meno, vedere meno televisione, accendere meno le luci di casa, caricare meno i telefonini, e così via. Per le imprese invece significherà una riduzione della produzione, un suo rallentamento a causa dello spegnimento dei macchinari, dell’interruzzione di tutta la catena e degli indotti collegati.

Non ci vuole molta immaginazione e nemmeno grande conoscenza dei rapporti economico-sociali per sapere fin da ora che i padroni faranno pagare tutti questi costi (o quanto meno la maggioranza degli stessi) alle lavoratrici e ai lavoratori, tagliando i posti di lavoro, diminuendo l’orario di lavoro ma non a parità di salario. Il governo che verrà – Domeniddio ce ne scampi, ma lo sapremo, ahinoi, solo vivendo… – invece di tassare gli extraprofitti come in Spagna, metterà in campo qualche misura tampone, qualche elemosina di Stato e poi governerà il tutto con incentivi e detassazioni esclusivamente verso la direzione imprenditoriale.

L’intervento primo, invece, dovrebbe essere una riforma immediata tanto della fiscalità generale quanto del mondo del lavoro, intervenendo sugli sprechi, bloccando le speculazioni e ricavando ciò che manca da una tassazione ancora fortemente progressiva e non invertendo improporzionalmente il costo della crisi, dandone la fetta più grande ai meno abbienti e quella più piccola a chi è in grado di liquidarla con un bonifico immediato.

Ma nessun governo, né di destra e né di centro(sinistra, molto tra parentesi) potrà mai snaturarsi e mettersi all’opera per una vera protezione dei ceti popolari, della parte più indigente del Paese. L’Italia del dopo 25 settembre patirà gli effetti della guerra, aumentati dalle politiche liberiste del neosovranismo da un lato o dell’”agenda Draghi” portata in trionfo dai democratici-progressisti dall’altro.

L’unica alternativa è iniziare a ricostruire un fronte largo, veramente alternativo e veramente progressista. Lo si potrà fare con un lavoro di concerto tra presenza istituzionale e partecipazione davvero popolare: le forze che non hanno condiviso i dettami del draghismo, che si sono rifiutati di sostenerlo ulteriormente e che hanno contribuito alla sua caduta, possono aprire, immediatamente dopo il voto, un tavolo comune per unire le proposte, per fare arrivare in Parlamento, con la maggiore forza possibile, le istanze del lavoro, della precarietà e della povertà diffusa.

La campagna elettorale sarà dura nei toni, piena di retorica e di false promesse. Facciamo in modo di distinguerci, noi di sinistra, noi comunisti, noi progressisti. Facciamo in modo di non considerarci nemici ma momentaneamente avversari, per intavolare immediatamente dopo la chiusura delle urne un dialogo che dia a molti la speranza di vedere anche in Italia rinascere una sinistra così come in Francia o in Spagna.

MARCO SFERINI

Di L.M.

Appassionato sin da giovanissimo di geopolitica, è attivo nei movimenti studenteschi degli anni novanta. Militante del Prc, ha ricoperto cariche amministrative nel comune di Casteldelci e nella C.M. Alta Valmarecchia. Nel 2011 crea il blog Ancora fischia il vento.

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