Giuliano De Seta

Sapete perché ai giovani che frequentano l’alternanza scuola-lavoro capitano così tanti incidenti sul lavoro? Perché accade loro quello che avviene nei confronti di tutte le lavoratrici e di tutti i lavoratori ogni giorno a causa della mancanza della sicurezza nei cantieri, nelle fabbriche e nei luoghi di produzione dove si massimizzano i profitti e si socializzano le perdite e, nonostante tutto ciò, non si redistribuisce un centesimo di euro nella prevenzione degli infortuni e, quindi, nella probabile riduzione al minimo delle morti cosiddette “bianche“.

Giuliano aveva soltanto diciotto anni. Un altro ragazzo sepolto sotto il peso della voluta mancanza di coscienza da parte di chi dovrebbe ormai dovrebbe essersi reso conto dei rischi a cui si mandano incontro gli studenti nel costringerli a legare la loro esperienza scolastica ad una sorta di regalia alle imprese, nell’ottica di una piena accettazione della conversione del sapere in utilità privata piuttosto che nella messa al servizio delle proprie conoscenza per la propria vita e per il bene del Paese intero.

L’alternanza scuola-lavoro è una delle riforme peggiori che siano state introdotte: la ispira una illogicità liberista che piega all’interesse del privato tutto, ad iniziare da una concezione padronale della scuola, ad un sapere non più inteso come una ricchezza singola e collettiva, ma come una appendice preventiva di una introduzione ad un mercato del lavoro, variabile dipendente dall’oscillazione delle borse, dei titoli finanziari, della concorrenza spinta all’eccesso.

Giuliano, che aveva solo diciotto anni, è stato, come molti altri suoi coetanei, ingannato da una riforma che includeva soltanto l’osservazione del lavoro altrui, l’acquisizione di nuove conoscenze per poi trasferirle nel proprio bagaglio culturale, nella propria esperienza formativa, nel percorso degli studi che dovrebbero indirizzare i giovani anzitutto alla consapevolezza delle peculiarità che sentono in sé stessi e per cui dovrebbero scegliere liberamente una applicazione pratica che consenta di vivere nel modo più dignitoso possibile.

Ma qui di dignità non ve ne è nemmeno l’ombra, perché non c’è nulla che sia veramente degno di valore, che abbia una qualche virtù, anche nascosta, nel legare ragazzi e ragazze ad una logica imprenditoriale precostituita per le loro menti, spiegando loro che dopo la scuola altra possibilità non esiste se non quella di farsi largo in un mondo fatto di una sorta di “necessario sfruttamento” (che è, del resto, endemico e strutturale nel sistema capitalistico).

Si è, in questo modo, provato ad assorbire e annichilire tutta quella criticità spontanea che gli studi sollecitano, che quasi vellicano nelle menti di una gioventù capace di ragionare a fondo, perché la grande cultura del passato, con tutte le sue contraddizioni e la straordinaria storia di una umanità contraddittoria, capace di creare e capace altresì di distruggere, è, lo voglia il mercato liberista o meno, una pietra angolare per la formazione personale e per la perpetuazione di una società che voglia veramente potersi dire tale.

Al “sociale”, così, con riforme come l’alternanza scuola-lavoro, si è provato a sostituire il rampantismo egoistico che ha le sue radici nella competizione senza scrupoli, nella lotta fratricida, nello sgomitamento violento per farsi largo in un mondo dove conta solamente l’arrivismo, la prevaricazione, la pregiudizialità, l’emersione a discapito di chi rimane sotto il livello di una povertà crescente e viene trattato come la mano d’opera da sacrificare a costi altissimi: prima di tutto quello della vita sul posto di lavoro.

Giuliano è stato sorpreso da una lastra di acciaio che gli si è avventata addosso e non gli ha lasciato scampo. Altri suoi coevi sono rimasti intrappolati tra carrelli elevatori, tra macchine industriali la cui manutenzione è trascurata volutamente e che, prima o poi, si mangiano le mani di qualcuno; non certo di chi sta ai piani alti di una grande industria e ne governa i processi produttivi badando esclusivamente alla competitività internazionale, tagliando i costi al massimo, iniziando proprio da quelli che riguardano la tutela della propria forza-lavoro.

Era già chiaro nell’8oo che il lavoro uccideva quando non si mettevano in essere tutta una serie di garanzie sia in fabbrica sia anche al di fuori di essa: non si muore soltanto di incidenti legati al malfunzionamento di un macchinario. Ma si muore anche per quelle malattie “professionali” che, come l’arsenico di Hitchcock in “Notorious“, ti logora progressivamente e ti fa perdere un pezzetto di vita mentre la stai ancora vivendo, giorno dopo giorno.

Se per altre riforme esiste la possibilità di essere riformate, ritoccate (si spera) in meglio, quindi ad esclusiva tutela delle lavoratrici e dei lavoratori, quella sull’alternanza tra scuola e lavoro non ha e non deve avere un futuro di questo tipo.

Bisogna abolirla, restituendo agli studenti il diritto pieno a vivere scuola ed università per quello che sono e sono sempre state: il potenziamento progressivo delle qualità intellettive, morali, la formazione di un civismo che può anche essere la prima forma della critica verso una società ineguale, ingiusta e dove si muore di lavoro solo se non si ha la proprietà dei mezzi di produzione.

Chi spartisce i dividendi aziendali, solitamente non muore di lavoro, non muore sul lavoro. E’ difficile che in un grande ufficio ben arredato, con piante verdi e vetrate brillanti, dove c’è un tavolo ovale e dove le poltrone sono eleganti e comode, qualcuno possa essere travolto dal peso di una lastra di acciaio o schiacciato da un carrello elevatore.

E’ vero, questo è il solito discorso classista, di chi sta da una parte ben precisa. Suonerà forse un po’ retorico, ma è perché da oltre due secoli siamo costretti, noi comunisti, a ripeterci, visto che il sistema delle merci e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo non è ancora stato superato, ma anzi portato ai suoi più tragici eccessi da una declinazione liberista e globale che ha rigenerato la schiavitù laddove era stata abolita per decreto.

Il capitalismo l’ha rieditata, l’ha resa legalissima una seconda volta: con contratti e produzioni parcellizzati, con una precarietà spacciata per moderna opportunità di futuro, con una riduzione costante di tutte quelle tutele necessarie che avevano, a partire dal dopoguerra fino agli anni ’80 del secolo scorso, protetto le classi sociali più deboli dall’aspetto inflattivo (si pensi al sistema di rivalutazione automatica dei salari, la cosiddetta “scala mobile“) e dal ricatto padronale esercitato sui livelli di occupazione.

Dalla scuola pubblica al lavoro privato, il processo di erosione dei diritti sociali è stato costante ed ha viaggiato di pari passo con promesse inversamente proporzionali, per valore e per impatto di massa, rispetto a quanto veniva magnificato tanto dai governi a maggioranza politica quando da quelli a maggioranza tecnica.

L’aspetto più deteriore, politicamente parlando, è la rivendicazione di queste controriforme del lavoro, delle pensioni e del “fu stato sociale“, da parte di forze politiche come i DS prima e il PD poi che comodamente se ne stanno adagiati a metà strada tra l’attribuzione di un progressismo di facciata e un neocentrismo che contende agli altri attori dell’”agenda Draghi” il campo politico, in particolare nell’attuale sciroccata campagna elettorale.

La contesa della rappresentanza dei disvalori liberisti, del padronato di casa nostra e degli interessi finanziari si gioca sulla pelle di milioni di lavoratori, di precari e di disoccupati. I giovani muoiono a causa delle alternanze invereconde tra la scuola della Repubblica e il lavoro non pagato, regalato alle imprese, e si darà una generica colpa al fato piuttosto che alla mancanza dell’applicazione delle norme di sicurezza o, direttamente, alla mancanza della stessa senza bisogno di alcuna norma che la imponga.

La sfacciataggine di certi esponenti politici di centro(sinistra) e di destra, in questi casi, appare evidente proprio nello stridio che provoca quando si mette a confronto ciò che oggi promettono e ciò che hanno realizzato, come offensiva politico-economica contro il mondo del lavoro, gli ex banchieri di Stato, i grandi economisti e i teorici della concorrenza a tutto spiano, gli arrivisti che hanno fatto cambiare pelle a storici partiti eredi indegni di un grande passato e, infine, i prestati al governo del Paese dopo aver contribuito a sostenere le centrali bancarie continentali.

La morte di un giovane di diciotto anni deve farci riflettere in questa direzione. Se la considerassimo solo un episodio, tra i tanti che comunque avvengono, non si tratterebbe solamente di miopia politica, ma di una separazione netta dalla realtà, da un adeguamento delle nostre (buone) incoscienze a quelle certamente cattive di chi ha le leve del potere economico e sta per farsi rappresentare nuovamente nel futuro governo italiano.

MARCO SFERINI

Di L.M.

Appassionato sin da giovanissimo di geopolitica, è attivo nei movimenti studenteschi degli anni novanta. Militante del Prc, ha ricoperto cariche amministrative nel comune di Casteldelci e nella C.M. Alta Valmarecchia. Nel 2011 crea il blog Ancora fischia il vento.

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