È stata sbloccata venerdì scorso, al rientro di Mario Draghi dagli Stati Uniti, la seconda tranche di fondi prevista dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), dopo il raggiungimento dei 45 traguardi e obiettivi previsti e un confronto serrato tra l’attuale governo in carica per il disbrigo degli affari correnti e l’esecutivo europeo. I documenti per ottenere il via libera da parte della Commissione europea erano stati inviati dal governo italiano a giugno e l’approvazione di Bruxelles sembrava pronta già a luglio, ma è stata rimandata anche a causa della pausa estiva. Così l’ex Premier italiano ha deciso di accelerare i tempi, facendo pressione sull’Ue: dopo ore di telefonate, scambi di documenti e limature, venerdì pomeriggio fonti europee hanno fatto sapere che l’esecutivo comunitario approva l’erogazione degli stanziamenti – pari a ventuno miliardi di euro – ed è impegnato a finalizzarne il loro effettivo trasferimento: la comunicazione è giunta sotto forma di notizia fatta trapelare dalle agenzie, in via non ufficiale.

Se da un lato, l’approvazione all’erogazione della seconda tranche del Pnrr consentirà al nuovo governo di evitare di dover contrattare i fondi durante la fase cruciale della formazione del nuovo esecutivo, dall’altra la manovra di Draghi e della Commissione risulta anche un esplicito avvertimento alla nuova maggioranza: nel momento in cui gli impegni vengono rispettati, i fondi arrivano. Viceversa, una qualunque contestazione o mancata aderenza alla tabella di marcia sulle riforme impostata da Bruxelles o al cosiddetto “Stato di diritto” comporterà la sospensione dei trasferimenti. È bene ricordare, infatti, che quelli del Next Generation Eu sono in parte prestiti e in parte trasferimenti a fondo perduto che vengono concessi dall’Ue solo in cambio di riforme ben precise e subordinatamente a centinaia di “condizioni” o “clausole”: si tratta, dunque, di un vero e proprio commissariamento che legherà sempre di più l’esecutivo di Roma a quello europeo e in cui le politiche nazionali saranno ipotecate almeno per i prossimi sei anni, ossia saranno decise direttamente da Bruxelles indipendentemente dall’esecutivo scelto dall’elettorato. Tanto che lo stesso Mario Draghi, durante una conferenza stampa dopo le sue dimissioni, aveva asserito di essere «certo che qualunque sia il prossimo governo, rispetterà gli obiettivi del Pnrr».

Detto ciò, fin da subito i media e la politica hanno presentato il Recovery Plan – il piano di ripresa dei Paesi dell’Unione – come un piano di salvataggio nazionale immediato e risolutivo, sebbene anche le attuali circostanze mostrino il lavorio lungo e macchinoso necessario per ottenere le somme: dopo le concitate contrattazioni con l’Ue da parte di Roma e il raggiungimento dei 45 obiettivi e traguardi, per l’esborso vero e proprio dei capitali serviranno ancora circa due mesi. Prima che i soldi confluiscano nelle casse dello Stato è necessario l’ulteriore via libera definitivo del Comitato economico finanziario – il braccio tecnico del Consiglio dei ministri Ue delle finanze (Ecofin) – che richiede fino a quattro settimane di tempo. Successivamente, entro un altro mese dal parere tecnico, Bruxelles potrà ufficializzare il suo benestare. Il versamento effettivo della rata, dunque, non arriverà prima della metà di novembre.

Sebbene questa seconda tranche darà al prossimo esecutivo il tempo di insediarsi, il nuovo governo dovrà in ogni caso portare avanti tempestivamente il programma per richiedere e ottenere la terza delle dieci rate di finanziamento previste dal piano: la terza rata vale 19 miliardi di euro e richiede il raggiungimento di 55 obiettivi entro il 31 dicembre 2022: in totale le condizioni da rispettare – lungo tutto il periodo per cui sono previsti i prestiti – sono 528, suddivise in 214 traguardi e 314 obiettivi, da conseguire attraverso 63 riforme e 151 investimenti, come riportato dall’ Allegato riveduto della decisione di esecuzione del consiglio. Fino ad ora, Roma ha ricevuto dall’Ue quasi 46 miliardi di euro per attuare le riforme e gli investimenti del Pnrr: i primi 24,9 miliardi di euro sono stati erogati ad agosto 2021 in forma di prefinanziamento, mentre la prima rata da 21 miliardi di euro è arrivata ad aprile.

L’ottenimento del via libera preliminare della Commissione da parte di Draghi a un giorno dalle elezioni risponde a due esigenze: tracciare il solco del Recovery Plan per il futuro governo, evitando così recriminazioni o deviazioni rispetto a quanto stabilito con l’esecutivo di Bruxelles e portare a compimento, anche dal punto di vista simbolico, il lavoro dell’ex Premier, la cui guida ha avuto come pilastro, tra gli altri, proprio la realizzazione degli obiettivi previsti dal Pnrr. Il prossimo esecutivo, dunque, è avvisato: il rispetto degli impegni circa il Recovery Plan è essenziale per poter governare e il programma di riforme non è oggetto di possibile discussione tra i governi nazionali e la Commissione europea. Sebbene, infatti, le modifiche al piano siano ammesse, su basi oggettive, dal regolamento del Next Generation Eu, quest’ultime rischierebbero di riaprire un negoziato delicatissimo tra Roma e Bruxelles che l’Ue intende assolutamente evitare.

[di Giorgia Audiello]

Di L.M.

Appassionato sin da giovanissimo di geopolitica, è attivo nei movimenti studenteschi degli anni novanta. Militante del Prc, ha ricoperto cariche amministrative nel comune di Casteldelci e nella C.M. Alta Valmarecchia. Nel 2011 crea il blog Ancora fischia il vento.

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