di Stefano G. Azzarà (Università di Urbino)*

PRO­CES­SI DI CON­CEN­TRA­ZIO­NE NEO­LI­BE­RA­LE DEL PO­TE­RE,STATO D’EC­CE­ZIO­NE E RI­CO­LO­NIZ­ZA­ZIO­NE DEL MONDO

1. An­ti­fa­sci­smo de­gra­da­to a pro­pa­gan­da

Non c’è dub­bio che in Fra­tel­li d’I­ta­lia – il par­ti­to di Gior­gia Me­lo­ni che tutti i son­dag­gi in­di­ca­no come vin­ci­to­re delle pros­si­me ele­zio­ni con il 24% circa dei con­sen­si – ci siano forti no­stal­gie fa­sci­ste o fa­sci­steg­gian­ti. Di­ver­si suoi espo­nen­ti na­zio­na­li e lo­ca­li rap­pre­sen­ta­no già per la loro bio­gra­fia la con­ti­nui­tà con il MSI, la for­ma­zio­ne che dopo la na­sci­ta della Re­pub­bli­ca ita­lia­na aveva rac­col­to gli eredi del fa­sci­smo scon­fit­to e che è stato a lungo gui­da­to da Gior­gio Al­mi­ran­te (un fun­zio­na­rio della Re­pub­bli­ca di Salò che nel con­te­sto della Guer­ra Fred­da seppe su­bi­to ri­po­si­zio­nar­si in chia­ve fi­loa­me­ri­ca­na e anti-PCI).

E la stes­sa Me­lo­ni è stata di­ri­gen­te del Fron­te della Gio­ven­tù, or­ga­niz­za­zio­ne gio­va­ni­le del MSI in­cli­ne a un im­pe­gno “so­cia­le” e “mo­vi­men­ti­sta” e at­ti­va nelle scuo­le e nelle Uni­ver­si­tà; un’or­ga­niz­za­zio­ne il cui nome venne cam­bia­to in Azio­ne Gio­va­ni dopo che quel par­ti­to era stato a sua volta ri­de­no­mi­na­to come Al­lean­za Na­zio­na­le da Gian­fran­co Fini, allo scopo di es­se­re am­mes­so al go­ver­no, e della quale la Me­lo­ni di­ven­ne a quel punto lea­der. Tra l’al­tro, se Al­lean­za Na­zio­na­le si pre­sen­ta­va nel 1994 come un’o­pe­ra­zio­ne di fuo­riu­sci­ta della de­stra ita­lia­na dal­l’o­riz­zon­te della no­stal­gia e di aper­tu­ra a un’im­po­sta­zio­ne di­chia­ra­ta­men­te li­be­ral­con­ser­va­tri­ce, Fra­tel­li d’I­ta­lia – che nasce nel 2012 pro­prio dal fal­li­men­to di quel­l’o­pe­ra­zio­ne – ha cer­ta­men­te rap­pre­sen­ta­to ai suoi esor­di un ri­tor­no verso un oriz­zon­te più chiu­so. Dob­bia­mo poi no­ta­re un’in­quie­tan­te ri­cor­ren­za sto­ri­ca: il par­ti­to che sin dal sim­bo­lo si ri­chia­ma al­l’e­re­di­tà del fa­sci­smo (la fiam­ma tri­co­lo­re che si in­nal­za dalla bara sti­liz­za­ta del Duce) po­treb­be an­da­re al po­te­re esat­ta­men­te 100 anni dopo la Mar­cia su Roma di Mus­so­li­ni.

Pos­sia­mo già im­ma­gi­na­re la sod­di­sfa­zio­ne e il sen­ti­men­to di ven­det­ta di quel ceto po­li­ti­co e dei mi­li­tan­ti più ac­ce­si di quel par­ti­to. E pos­sia­mo pre­ve­de­re anche l’o­pe­ra­zio­ne di re­vi­sio­ni­smo sto­ri­co e di ul­te­rio­re nor­ma­liz­za­zio­ne o ria­bi­li­ta­zio­ne del fa­sci­smo alla quale que­sta in­fau­sta coin­ci­den­za darà avvio nel di­bat­ti­to pub­bli­co.

Pen­san­do al grido d’al­lar­me lan­cia­to da David Bro­der sul “New York Times” a pro­po­si­to di una pos­si­bi­le fa­sci­stiz­za­zio­ne del con­te­sto po­li­ti­co ita­lia­no, non in­ten­do sot­to­va­lu­ta­re que­sti pe­ri­co­li, dun­que, e non c’è nes­sun mo­ti­vo per es­se­re ot­ti­mi­sti: che le pre­vi­sio­ni di voto si av­ve­ri­no o meno, ci aspet­ta un pe­rio­do la cui du­ra­ta non è ades­so de­fi­ni­bi­le ma che sarà co­mun­que molto dif­fi­ci­le. Il pro­ble­ma è però a mio av­vi­so un altro e ri­guar­da la so­stan­za e l’og­get­ti­vi­tà dei pro­ces­si, che è più im­por­tan­te delle no­stal­gie sog­get­ti­ve e delle paure che que­ste pos­so­no le­git­ti­ma­men­te su­sci­ta­re. Am­mes­sa la pre­sen­za di que­sti ele­men­ti di con­ti­nui­tà e della loro per­si­sten­za nel ceto po­li­ti­co di de­stra – ma anche in al­cu­ni set­to­ri della so­cie­tà ita­lia­na che hanno tra­di­zio­nal­men­te ani­ma­to i pel­le­gri­nag­gi a Pre­dap­pio o quan­to­me­no non si sono mai scan­da­liz­za­ti per essi –, pos­sia­mo per que­sto par­la­re tout court di un ri­tor­no del fa­sci­smo per via elet­to­ra­le in Ita­lia nel 2022? L’I­ta­lia si avvia a ri­di­ven­ta­re un paese fa­sci­sta e siamo dun­que alle so­glie di un sui­ci­dio della de­mo­cra­zia e di una pos­si­bi­le dit­ta­tu­ra, con la proi­bi­zio­ne dei par­ti­ti po­li­ti­ci e dei sin­da­ca­ti, la rein­tro­du­zio­ne della cen­su­ra e del car­ce­re spe­cia­le, la di­scri­mi­na­zio­ne delle mi­no­ran­ze e una le­gi­sla­zio­ne raz­zia­le? È que­sto il cuore del pro­ble­ma ita­lia­no e più in ge­ne­ra­le è su que­sto ter­re­no, e cioè nelle di­na­mi­che di ra­di­ca­liz­za­zio­ne del con­fron­to po­li­ti­co in chia­ve an­ti­li­be­ra­le – come anche di­ver­si altri in­tel­let­tua­li hanno pa­ven­ta­to – che na­sco­no oggi ri­schi di fa­sci­smo e le mi­nac­ce alla li­ber­tà e alla pace? Non ne sono con­vin­to e que­sta con­si­de­ra­zio­ne vale per il no­stro come per altri paesi eu­ro­pei in­te­res­sa­ti da fe­no­me­ni ana­lo­ghi di re­vi­vi­scen­za delle de­stre più o meno estre­me.

In primo luogo, dob­bia­mo no­ta­re come la de­nun­cia del pe­ri­co­lo del “fa­sci­smo alle porte” sia l’ar­go­men­to pro­pa­gan­di­sti­co prin­ci­pa­le usato dai media di orien­ta­men­to li­be­ral­de­mo­cra­ti­co, e dun­que vi­ci­ni al PD e al cen­tro­si­ni­stra; i quali cer­ca­no in que­sta ma­nie­ra di de­le­git­ti­ma­re l’av­ver­sa­rio e di spac­ca­re in due il campo po­li­ti­co, sem­pli­fi­can­do­lo in una chia­ve bi­po­la­re per mo­bi­li­ta­re i pro­pri sim­pa­tiz­zan­ti e at­ti­ra­re il “voto utile” degli elet­to­ri in­de­ci­si dopo aver­li ter­ro­riz­za­ti. È pro­ba­bil­men­te l’u­ni­co ar­go­men­to che hanno a di­spo­si­zio­ne ma si trat­ta di un ar­go­men­to di­spe­ra­to e per­den­te, per­ché le ra­gio­ni del pos­si­bi­le suc­ces­so e co­mun­que del pre­ve­di­bi­le ri­sul­ta­to di Me­lo­ni non vanno in­di­vi­dua­te af­fat­to in un im­prov­vi­so re­vi­val del­l’au­to­ri­ta­ri­smo fa­sci­sta o in un’o­sti­li­tà di massa verso il li­be­ra­li­smo. Va ri­cor­da­to che solo 4 anni fa, quan­do agli inizi della sua espe­rien­za aveva messo in atto un’o­pe­ra­zio­ne mar­ca­ta­men­te no­stal­gi­ca ri­trat­tan­do in gran parte l’e­vo­lu­zio­ne im­pres­sa alla de­stra ita­lia­na da Fini, il par­ti­to di Me­lo­ni aveva ap­pe­na il 4,3% dei con­sen­si: dove erano, al­l’e­po­ca, tutti que­sti fa­sci­sti che sta­reb­be­ro oggi per rial­za­re la testa? Erano tutti na­sco­sti? Per­ché non si ma­ni­fe­sta­va­no, se l’I­ta­lia era un paese così il­li­be­ra­le e ri­cet­ti­vo nei con­fron­ti del fa­sci­smo? Del resto, non si trat­ta di una no­vi­tà. Anche ai tempi del­l’in­gres­so di Al­lean­za Na­zio­na­le al go­ver­no con Ber­lu­sco­ni, in real­tà, la re­to­ri­ca an­ti­fa­sci­sta uti­liz­za­ta dai media del cen­tro­si­ni­stra non era stata per nulla di­ver­sa e meno al­lar­mi­sti­ca ri­spet­to a quel­la di que­sti gior­ni. Qual­che anno dopo, in­ve­ce, gli stes­si media non avreb­be­ro esi­ta­to a fare di Fini – fino a poco prima de­nun­cia­to come il pre­sun­to nuovo Duce – un eroe della de­mo­cra­zia li­be­ra­le, nel mo­men­to in cui que­sti è ar­ri­va­to a una rot­tu­ra con Ber­lu­sco­ni apren­do le porte al go­ver­no di Mario Monti pro­mos­so dal­l’U­nio­ne Eu­ro­pea e dalla BCE. Ma al di là di que­sta coa­zio­ne a ri­pe­te­re, c’è anche una con­tro­pro­va assai si­gni­fi­ca­ti­va e che ci tor­ne­rà utile al mo­men­to della con­clu­sio­ne di que­sta ana­li­si: è un dato di fatto che men­tre si im­pe­gna­no a con­ta­re le croci cel­ti­che e le sva­sti­che ta­tua­te sulle brac­cia dei mi­li­tan­ti di Fra­tel­li d’I­ta­lia, le stes­se forze po­li­ti­che che si de­fi­ni­sco­no fie­ra­men­te li­be­ra­li e an­ti­fa­sci­ste non esi­ta­no a so­ste­ne­re la le­git­ti­mi­tà de­mo­cra­ti­ca di for­ma­zio­ni che al na­zi­fa­sci­smo si ri­chia­ma­no in ma­nie­ra espli­ci­ta, come le or­ga­niz­za­zio­ni pa­ra­mi­li­ta­ri ucrai­ne, in­vian­do loro anche armi con un voto in Par­la­men­to…

Quale cre­di­bi­li­tà pos­sia­mo dare, al­lo­ra, a que­sta re­to­ri­ca in­coe­ren­te e ad in­ter­mit­ten­za? Per­so­nal­men­te non ne do nes­su­na, senza per que­sto mi­ni­miz­za­re la por­ta­ta del pro­ble­ma. Dob­bia­mo però pen­sa­re che in Ita­lia esi­sta un 24% di per­so­ne in­cli­ni al fa­sci­smo che vo­glio­no ro­ve­scia­re gli or­di­na­men­ti li­be­ra­li? Ed è per la sua na­tu­ra fa­sci­sta che que­sto 24% di elet­to­ra­to vo­te­rà Fra­tel­li d’I­ta­lia? Non lo credo. Si trat­ta di una nor­ma­le pro­pa­gan­da elet­to­ra­li­sti­ca che è spe­cu­la­re a quel­la delle de­stre stes­se, le quali so­sten­go­no a loro volta ad ogni pie’ so­spin­to e con sprez­zo del ri­di­co­lo che il loro prin­ci­pa­le av­ver­sa­rio nel cen­tro­si­ni­stra, il PD, è una forza neo­co­mu­ni­sta.

Di re­cen­te, per fare un esem­pio em­ble­ma­ti­co, per­si­no un in­tel­let­tua­le li­be­ra­le ri­te­nu­to au­to­re­vo­le come Paolo Mieli – ex di­ret­to­re del “Cor­rie­re della Sera”, col­la­bo­ra­to­re della te­le­vi­sio­ne di Stato per i pro­gram­mi cul­tu­ra­li e sem­pre at­ten­to a fiu­ta­re l’a­ria che tira per ri­po­si­zio­nar­si e ri­ma­ne­re a galla – ha so­ste­nu­to che nel PD ci sono di­ri­gen­ti che con­ser­va­no an­co­ra gli idea­li della Ri­vo­lu­zio­ne d’Ot­to­bre. È un’af­fer­ma­zio­ne lu­na­re e chia­ra­men­te pro­pa­gan­di­sti­ca, que­sta, spesa in nome di un po­si­zio­na­men­to cen­tri­sta; ma lo stes­so di­scor­so vale a parti in­ver­ti­te per la pro­pa­gan­da con­tro Fra­tel­li d’I­ta­lia. Certo, è com­pren­si­bi­le uti­liz­za­re per ra­gio­ni po­le­mi­che e nel vivo della bat­ta­glia con­tin­gen­te l’ar­go­men­to del “fa­sci­smo” di Me­lo­ni, in­ten­den­do con que­sto ter­mi­ne un’ac­ce­sa ma ge­ne­ri­ca pro­pen­sio­ne al­l’au­to­ri­ta­ri­smo e a po­li­ti­che di­scri­mi­na­to­rie; se do­ves­si­mo in­ve­ce pren­de­re sul serio que­sta pro­pa­gan­da e in­ten­de­re que­sto ter­mi­ne in un senso più tec­ni­co, però, sba­glie­rem­mo. E co­mun­que non avrem­mo altra pos­si­bi­li­tà che ce­de­re al ri­cat­to del voto utile e af­fi­dar­ci ai se­di­cen­ti neo­par­ti­gia­ni. Al fine – quan­to­me­no – di co­strui­re un vasto fron­te an­ti­fa­sci­sta per fer­ma­re il ne­mi­co as­so­lu­to o ri­dur­ne il danno, come av­ven­ne nella Se­con­da guer­ra mon­dia­le!

2. Crisi or­ga­ni­ca e ri­vol­ta dei ceti medi

Pro­prio nella pro­spet­ti­va di con­tra­sta­re i pe­ri­co­li che mi­nac­cia­mo real­men­te la de­mo­cra­zia, que­sta sa­reb­be tut­ta­via una scel­ta miope che non ri­sol­ve­reb­be in alcun modo il pro­ble­ma della pre­sen­za di una o di più de­stre e della loro forza nel paese. E sa­reb­be miope per­ché – come di­ce­vo – l’a­sce­sa di Fra­tel­li d’I­ta­lia dal nu­cleo no­stal­gi­co ori­gi­na­rio verso i più ampi con­sen­si at­tua­li non è do­vu­ta af­fat­to a un im­prov­vi­so re­vi­val del fa­sci­smo o a un ri­get­to del li­be­ra­li­smo ma nasce da una di­na­mi­ca molto di­ver­sa e strut­tu­ra­le, che chia­ma in causa i rap­por­ti tra le clas­si ma anche le re­spon­sa­bi­li­tà del li­be­ra­li­smo stes­so e che deve es­se­re com­pre­sa in ma­nie­ra ri­go­ro­sa per poter es­se­re af­fron­ta­ta. Que­sta asce­sa nasce in­fat­ti dal per­si­ste­re di una gra­vis­si­ma crisi or­ga­ni­ca di lunga du­ra­ta del si­ste­ma po­li­ti­co ita­lia­no. Una crisi per la quale già dalla fine della Prima Re­pub­bli­ca e cioè dagli anni No­van­ta, e in mi­su­ra cre­scen­te dopo l’e­splo­sio­ne della crisi eco­no­mi­ca del ca­pi­ta­li­smo mon­dia­le del 2008, le li­be­ra­lis­si­me clas­si do­mi­nan­ti sta­bi­li­te e i loro fun­zio­na­ri po­li­ti­ci di tutti gli schie­ra­men­ti, ma anche i fun­zio­na­ri tec­ni­ci in­via­ti come com­mis­sa­ri sal­vi­fi­ci dagli or­ga­ni­smi so­vra­na­zio­na­li per im­por­re l’au­ste­ri­tà e le po­li­ti­che di rien­tro dal de­bi­to, non sono più stati in grado di eser­ci­ta­re una di­re­zio­ne sta­bi­le sulla so­cie­tà e sui suoi con­flit­ti. Così che il qua­dro po­li­ti­co è stato sog­get­to a di­sgre­ga­zio­ne e a con­ti­nui som­mo­vi­men­ti e scos­so­ni, ma sem­pre nel con­te­sto della ten­den­za ge­ne­ra­le a un lo­go­ra­men­to og­get­ti­vo dei rap­por­ti di forza tra le clas­si e dun­que sem­pre nel con­te­sto di un de­ci­so slit­ta­men­to com­ples­si­vo a de­stra del si­ste­ma. Nel­l’am­bi­to, in altre pa­ro­le, di un’in­cal­zan­te de­strut­tu­ra­zio­ne della de­mo­cra­zia mo­der­na – ossia della de­mo­cra­zia in­te­gra­le che ab­bia­mo co­no­sciu­to fino alla fine del No­ve­cen­to – che non co­min­cia ora e non ha aspet­ta­to l’a­sce­sa at­tua­le delle de­stre per ma­ni­fe­star­si ma che è in atto da tempo. E che da tempo si ac­com­pa­gna a un pro­ces­so di dee­man­ci­pa­zio­ne so­stan­zia­le delle clas­si su­bal­ter­ne e alla ri­cer­ca di forme al­ter­na­ti­ve, post­mo­der­ne e più esclu­si­vi­ste, di de­mo­cra­zia.

È una crisi che in que­sto senso ri­guar­da l’I­ta­lia ma parla anche di tutti i paesi oc­ci­den­ta­li e che è le­ga­ta so­prat­tut­to ai con­cre­ti pro­ces­si di im­pau­pe­ri­men­to dei ceti medi e della pic­co­la bor­ghe­sia. Stra­ti so­cia­li che non si sen­to­no più tu­te­la­ti da quel­le clas­si do­mi­nan­ti na­zio­na­li alle quali erano stati le­ga­ti in un bloc­co di al­lean­za per tutto il se­con­do do­po­guer­ra (e in parte an­co­ra nel­l’e­po­ca del con­fron­to tra Ber­lu­sco­ni e Prodi), dal mo­men­to che que­ste clas­si do­mi­nan­ti rie­sco­no oggi a mala pena a tu­te­la­re se stes­se, non sono più in grado di re­di­stri­bui­re ri­sor­se e si tro­va­no alle prese con una lotta fu­ri­bon­da di fra­zio­ne con i com­pe­ti­to­ri in­ter­na­zio­na­li e al loro in­ter­no. Ed è la me­de­si­ma e ben nota crisi che ad un certo punto ha pro­dot­to il ri­bel­li­smo po­pu­li­sta ita­lia­no gon­fian­do il con­sen­so del M5­Stel­le delle ori­gi­ni e quel­lo della Lega di Mat­teo Sal­vi­ni, due par­ti­ti la cui asce­sa sem­bra­va sino a poco fa inar­re­sta­bi­le: di fron­te al fal­li­men­to dei ceti di­ri­gen­ti tra­di­zio­na­li e al pro­dur­si di forti squi­li­bri so­cia­li, è nor­ma­le che lar­ghi stra­ti di po­po­la­zio­ne, i quali ve­do­no gra­ve­men­te in­de­bo­li­to il pro­prio sta­tus e il pro­prio po­te­re d’ac­qui­sto, si sen­ta­no tra­di­ti dal­l’e­sta­blish­ment e ri­man­ga­no senza guida. Ed è al­tret­tan­to nor­ma­le che, ra­di­ca­liz­za­ti dal bi­so­gno e abi­tua­ti ormai a usare la co­mu­ni­ca­zio­ne di­gi­ta­le e a mo­bi­li­tar­si in rete, que­sti stra­ti cer­chi­no tra gli ou­tsi­der nuovi punti di ri­fe­ri­men­to che ca­ta­liz­zi­no le loro fru­stra­zio­ni e im­po­ten­ze, in­di­vi­duan­do­li ora in que­sto, ora in quel si­gni­fi­can­te po­li­ti­co (La­clau) che si pre­sti a tale fun­zio­ne. In quel si­gni­fi­can­te o in quel­l’at­to­re, cioè, che per qual­che ra­gio­ne ap­pa­re meno com­pro­mes­so con l’e­sta­blish­ment “tra­di­to­re” e che – ele­men­to de­ci­si­vo – in que­sta sua ap­pa­ren­te estra­nei­tà al “si­ste­ma” si di­mo­stra in grado di met­te­re in atto una co­mu­ni­ca­zio­ne con il “po­po­lo” che sia la più di­ret­ta e im­me­dia­ta pos­si­bi­le, si­mu­lan­do così una par­te­ci­pa­zio­ne di massa. Un at­to­re che viene iden­ti­fi­ca­to in un mo­vi­men­to o in un lea­der che toc­chi la di­men­sio­ne del­l’im­me­dia­tez­za, dun­que, e che for­ni­sca per­ciò so­lu­zio­ni ele­men­ta­ri e per­si­no rozze a pro­ble­mi com­ples­si, co­struen­do di volta in volta un fa­ci­le capro espia­to­rio e un ne­mi­co ester­no co­mu­ne a tutti gli stra­ti; un ne­mi­co che possa in­car­na­re una chia­ve com­ples­si­va di spie­ga­zio­ne dei fe­no­me­ni e al quale possa es­se­re ad­dos­sa­ta tutta la sof­fe­ren­za della so­cie­tà: la casta dei po­li­ti­ci, l’UE e i tec­no­cra­ti di Bru­xel­les, i fan­nul­lo­ni del pub­bli­co im­pie­go, i mar­gi­na­li, i mi­gran­ti, e così via.

Inol­tre – e que­sto aspet­to pu­ni­sce molto più il cen­tro­si­ni­stra, ossia la si­ni­stra li­be­ra­le, di quan­to non pu­ni­sca i li­be­ral­con­ser­va­to­ri e le de­stre estre­me e spie­ga la par­zia­le “ver­gi­ni­tà” di que­st’ul­ti­ma area e la con­si­sten­za del suo con­sen­so at­tua­le, di con­tro alla per­di­ta di con­sen­so della prima –, poi­ché l’o­rien­ta­men­to ideo­lo­gi­co e cul­tu­ra­le pre­va­len­te dei ceti di­ri­gen­ti na­zio­na­li e con­ti­nen­ta­li è stato ed è an­co­ra di tipo for­mal­men­te pro­gres­si­sta e uni­ver­sa­li­sta astrat­to (pen­sia­mo al co­smo­po­li­ti­smo eu­ro­pei­sta, al po­li­ti­ca­men­te cor­ret­to, all’em­po­wer­ment fem­mi­ni­le di clas­se, al co­sid­det­to gree­n­wa­shing a spese dei più po­ve­ri o alla que­stio­ne dei di­rit­ti ci­vi­li…), que­sti stra­ti im­pau­pe­ri­ti e ar­rab­bia­ti si ri­vol­go­no assai più fa­vo­re­vol­men­te, per rea­zio­ne – e per lo più per­si­no con­tro i pro­pri stes­si in­te­res­si, dei quali hanno una per­ce­zio­ne con­fu­sa – alle ten­den­ze par­ti­co­la­ri­ste e con­ser­va­tri­ci, so­vra­ni­ste e so­cial­scio­vi­ni­ste. A ten­den­ze, cioè, che in que­sta ideo­lo­gia uni­ver­sa­li­sta sono meno coin­vol­te e a quel­le che sono ri­ma­ste per lungo tempo ai mar­gi­ni. E che – ad­di­ta­te dai media come inaf­fi­da­bi­li e pe­ri­co­lo­se per la te­nu­ta del si­ste­ma e per­ce­pi­te per que­sto come an­ta­go­ni­ste o per­si­no “ri­vo­lu­zio­na­rie”, pur se espri­mo­no an­ch’es­se gli in­te­res­si delle clas­si do­mi­nan­ti o sono co­mun­que ad esse su­bor­di­na­te e si col­lo­ca­no del tutto al­l’in­ter­no delle com­pa­ti­bi­li­tà di una vi­sio­ne del mondo li­be­ra­le e pro­prie­ta­ria –, agi­ta­no i con­trap­po­sti va­lo­ri tra­di­zio­na­li e con­ser­va­to­ri di una co­mu­ni­tà com­pat­ta ma im­ma­gi­na­ria. Vel­li­can­do la no­stal­gia degli anni d’oro e il bi­so­gno po­po­la­re di pro­te­zio­ne e ras­si­cu­ra­zio­ne, in una gara inin­ter­rot­ta e con­vul­sa a chi sca­val­ca l’al­tro sem­pre più a de­stra con pro­gram­mi po­li­ti­ci sem­pre più rea­zio­na­ri.

3. Lo slit­ta­men­to a de­stra della si­ni­stra sto­ri­ca e la sua ade­sio­ne al neo­li­be­ra­li­smo

Del resto, c’è anche una ra­gio­ne molto più con­cre­ta e ba­na­le che spie­ga per­ché la crisi in­ter­na del li­be­ra­li­smo abbia preso que­sta di­re­zio­ne par­ti­co­la­ri­sta e non si sia orien­ta­ta, al con­tra­rio, a fa­vo­re dei pro­gres­si­sti uni­ver­sa­li­sti: la ri­bel­lio­ne po­pu­li­sta e que­sta de­ri­va sono in gran parte con­se­guen­za delle po­li­ti­che neo­li­be­ra­li an­ti­so­cia­li che pro­prio que­sti am­bien­ti hanno avuto il com­pi­to di adot­ta­re nelle loro ri­pe­tu­te espe­rien­ze di go­ver­no, as­sie­me alla con­co­mi­tan­te ideo­lo­gia con­su­me­ri­sta, de­si­de­ran­te e com­pe­ti­ti­va. Ed essa è dun­que anche con­se­guen­za del­l’in­ca­pa­ci­tà del PD e del cen­tro­si­ni­stra – un’a­rea che im­ma­gi­na­va una pro­se­cu­zio­ne inin­ter­rot­ta della fase espan­si­va della glo­ba­liz­za­zio­ne clin­to­nia­na degli anni No­van­ta e che ha agito spes­so come man­da­ta­ria del di­ret­to­rio delle clas­si do­mi­nan­ti che di­spo­ne e coor­di­na le po­li­ti­che eu­ro­pee – di ri­co­no­sce­re sul serio la crisi e di go­ver­nar­la in ma­nie­ra equi­li­bra­ta, te­nen­do conto dei set­to­ri in dif­fi­col­tà tra­mi­te ade­gua­te po­li­ti­che re­di­stri­bu­ti­ve e di Wel­fa­re. Il Wel­fa­re, il pi­la­stro della de­mo­cra­zia mo­der­na, dal cen­tro­si­ni­stra il­lu­mi­ni­sta è stato in­ve­ce scien­ti­fi­ca­men­te sman­tel­la­to, così che non è un caso che pro­prio il PD – un par­ti­to erede della si­ni­stra sto­ri­ca ma ap­pro­da­to da tempo a un oriz­zon­te li­be­ral­de­mo­cra­ti­co e che solo per ra­gio­ni di geo­gra­fia si­ste­mi­ca e di no­men­cla­tu­ra con­ti­nuia­mo ad ascri­ve­re a que­st’a­rea – venga per­ce­pi­to oggi come il par­ti­to per ec­cel­len­za dei ric­chi e degli istrui­ti, in con­trap­po­si­zio­ne ai po­ve­ri e al “po­po­lo”. Al con­tem­po, i de­si­de­ri di ac­ces­so al con­su­mo e di af­fer­ma­zio­ne in­di­vi­dua­le dei più ve­ni­va­no fru­stra­ti, senza che ci fos­se­ro più reti di pro­te­zio­ne so­cia­le ad at­tu­ti­re la ca­du­ta di que­sto lungo sogno di massa. In que­sto senso, la crisi dei ceti medi trova sboc­chi sol­tan­to a de­stra e non anche a si­ni­stra – pur non met­ten­do mi­ni­ma­men­te in di­scus­sio­ne il li­be­ra­li­smo come unico oriz­zon­te pos­si­bi­le – per­ché la si­ni­stra, dopo la scon­fit­ta sto­ri­ca su­bi­ta alla fine del No­ve­cen­to, si è già da lungo tempo spo­sta­ta a sua volta a de­stra. E non esi­ste dun­que più di fatto nel paese una si­ni­stra reale – una si­ni­stra in grado di in­ci­de­re sulla real­tà – che possa in­ter­cet­ta­re le enor­mi con­trad­di­zio­ni che sono esplo­se e le nuove forme delle lotte tra le clas­si emer­se dopo la fine della Guer­ra Fred­da, dando loro un orien­ta­men­to pro­gres­si­vo.

Non si trat­ta sol­tan­to di una que­stio­ne eco­no­mi­ci­sti­ca. Anche sul piano cul­tu­ra­le, dob­bia­mo dire, la si­ni­stra si è spo­sta­ta col­pe­vol­men­te a de­stra, as­se­con­dan­do la vit­to­ria dei ceti pro­prie­ta­ri che l’a­ve­va­no scon­fit­ta, e ha pro­dot­to di­sa­stri. Pren­dia­mo ad esem­pio una que­stio­ne cru­cia­le e cioè la que­stio­ne fi­sca­le. Pre­va­le an­co­ra lie­ve­men­te in Ita­lia una pre­fe­ren­za verso la pro­gres­si­vi­tà delle im­po­ste. Tut­ta­via, quasi la metà del paese, anche nella parte su­bor­di­na­ta e a red­di­to basso e fisso, ap­prez­za ormai se­con­do i son­dag­gi la flat tax, l’e­spres­sio­ne più ci­ni­ca e bef­far­da del do­mi­nio di clas­se e del­l’in­gan­no neo­li­be­ra­le. Così che i più po­ve­ri, nella loro to­ta­le in­con­sa­pe­vo­lez­za, sa­reb­be­ro ben con­ten­ti di fi­nan­zia­re i più ric­chi, per­ché si sen­to­no co­mun­que bor­ghe­si o po­ten­zial­men­te tali e non pos­so­no che pen­sa­re con le idee dei do­mi­nan­ti anche quan­do que­ste idee vanno pa­le­se­men­te con­tro i pro­pri in­te­res­si. L’o­pe­ra­io si im­ma­gi­na pa­dron­ci­no. Il com­mes­so pensa di poter di­ven­ta­re mer­can­te. Il ver­du­ra­io si vede quo­ta­to in borsa. Il ba­gni­no vota la stes­sa cosa del ladro di con­ces­sio­ne bal­nea­re. La pic­co­la par­ti­ta Iva si con­fron­ta con il no­ta­io o il den­ti­sta. Tutti im­ma­gi­na­no che l’im­pren­di­to­re crei la­vo­ro e ric­chez­za e nes­su­no in­trav­ve­de un’al­ter­na­ti­va di si­ste­ma. Nulla forse il­lu­stra la ca­ta­stro­fe cul­tu­ra­le e la di­sgre­ga­zio­ne or­ga­ni­ca che ha col­pi­to i su­bal­ter­ni quan­to que­sto fe­no­me­no, che muo­ven­do dal­l’im­ma­gi­na­rio tocca la “bio­po­l­i­ti­ca” au­ten­ti­ca in quan­to è le­ga­to alle ne­ces­si­tà della ri­pro­du­zio­ne so­cia­le stes­sa. E in que­sta ca­ta­stro­fe, an­co­ra una volta, le forze eredi della si­ni­stra sto­ri­ca hanno una re­spon­sa­bi­li­tà pre­ci­sa. Per­ché, so­prav­vis­su­te alla pro­pria stes­sa ca­ta­stro­fe, non sono state in grado nem­me­no di ela­bo­ra­re un pro­gram­ma so­cial­de­mo­cra­ti­co e sono state spo­sta­te in­te­gral­men­te dai rap­por­ti di forza sul ter­re­no del li­be­ra­li­smo, per quan­to pro­gres­si­sta sul piano dei va­lo­ri e della cul­tu­ra. E da quel mo­men­to hanno fatto pro­pria e pro­mos­so l’i­deo­lo­gia del mer­ca­to sre­go­la­to, con il suo in­di­vi­dua­li­smo pro­prie­ta­rio osti­le allo Stato e a quel­la re­spon­sa­bi­li­tà so­cia­le nella quale tra le altre cose rien­tra anche il pa­ga­men­to delle im­po­ste, senza poter of­fri­re forme di co­scien­za al­ter­na­ti­ve né poter spie­ga­re mai quan­to le im­po­ste siano es­sen­zia­li per il Wel­fa­re e per un mo­del­lo so­li­da­le di con­vi­ven­za de­mo­cra­ti­ca.

Che que­sto non sia l’e­si­to di un “tra­di­men­to” delle ex si­ni­stre verso le clas­si po­po­la­ri, come vuole una certa vul­ga­ta com­plot­ti­sta e so­cial­scio­vi­ni­sta oggi in voga, ma la con­se­guen­za tra­gi­ca di una scon­fit­ta e del­l’ar­re­tra­tez­za dei rap­por­ti di forza po­li­ti­co-so­cia­li, è un ele­men­to im­por­tan­te di com­pren­sio­ne della sto­ria re­cen­te ma non cam­bia pur­trop­po il ri­sul­ta­to fi­na­le. Con quale le­git­ti­mi­tà quel­le forze che hanno con­tri­bui­to con osti­na­zio­ne da neo­fi­ti a sman­tel­la­re gli ele­men­ti di mo­der­ni­tà della de­mo­cra­zia – que­gli ele­men­ti che i pro­ge­ni­to­ri di que­ste stes­se forze, e cioè il PCI e per­si­no la DC, ave­va­no co­strui­to con tanta fa­ti­ca nel­l’I­ta­lia del do­po­guer­ra – la­men­ta­no oggi il ri­schio di un’in­vo­lu­zio­ne de­mo­cra­ti­ca del paese? Non ha senso, dun­que, se­gui­re un in­tel­let­tua­le come Mario Tron­ti – pur molto ascol­ta­to per­si­no nel mondo co­mu­ni­sta e co­mun­que lu­ci­do nel de­ru­bri­ca­re il “fa­sci­smo” di Me­lo­ni a sem­pli­ce con­ser­va­to­ri­smo li­be­ra­le –, nel suo in­vi­to a so­ste­ne­re que­sto campo no­no­stan­te i danni so­cia­li e po­li­ti­ci che ha fatto, per paura che gli av­ver­sa­ri met­ta­no a ri­schio la Co­sti­tu­zio­ne e nel­l’il­lu­sio­ne di ri­spo­star­lo un gior­no a si­ni­stra e riav­vi­ci­nar­lo ai ceti po­po­la­ri. Tanto più che nem­me­no il cen­tro­si­ni­stra crede dav­ve­ro a que­sta pro­pria pro­pa­gan­da, dato che ha ri­fiu­ta­to l’u­ni­ca cosa che avreb­be po­tu­to porre un mi­ni­mo di ar­gi­ne a que­sto “fa­sci­smo alle porte” e cioè l’al­lean­za elet­to­ra­le con il M5­Stel­le; un par­ti­to reo però, que­st’ul­ti­mo, di aver messo ti­mi­da­men­te in di­scus­sio­ne la so­li­da­rie­tà atlan­ti­ca con­tro la Rus­sia e di aver osta­co­la­to il go­ver­no del pre­mier uscen­te Mario Dra­ghi, nella cui “agen­da” neo­li­be­ra­le il cen­tro­si­ni­stra si iden­ti­fi­ca in­ve­ce in ma­nie­ra re­li­gio­sa. Si trat­ta di una pro­pa­gan­da fuori ber­sa­glio e con­trad­dit­to­ria, che ap­pa­re per­si­no con­tro­pro­du­cen­te. Con­ti­nuan­do con que­sta sorta di stal­king pu­ra­men­te ideo­lo­gi­co nei con­fron­ti delle de­stre – e te­nen­do­si alla larga, di con­se­guen­za, dalle vere que­stio­ni sul tap­pe­to, ri­spet­to alle quali non pos­sie­do­no so­lu­zio­ni di­ver­se dalla ri­pro­po­si­zio­ne di un pro­gram­ma neo­li­be­ra­le di stam­po tec­no­cra­ti­co ormai de­le­git­ti­ma­to –, è in­fat­ti pos­si­bi­le che gli or­ga­ni di stam­pa e i di­ri­gen­ti delle forze di cen­tro­si­ni­stra o li­be­ral­de­mo­cra­ti­che rie­sca­no nel ca­po­la­vo­ro di por­ta­re per rea­zio­ne la coa­li­zio­ne di Me­lo­ni ben oltre il 65%, per­ché que­sta co­mu­ni­ca­zio­ne ter­ro­ri­sti­ca po­treb­be in­dur­re molte per­so­ne poco ideo­lo­giz­za­te a vo­ta­re a de­stra anche solo per di­spet­to.

Evi­tia­mo al­lo­ra di par­la­re di fa­sci­smo in ogni cir­co­stan­za, se vo­glia­mo com­pren­de­re dav­ve­ro la real­tà e se vo­glia­mo evi­ta­re di lo­go­ra­re que­sto con­cet­to ren­den­do­lo in­ser­vi­bi­le. Se tutto è fa­sci­smo, in­fat­ti, nulla è ef­fet­ti­va­men­te più fa­sci­smo, al punto che anche le mi­su­re di con­te­ni­men­to della pan­de­mia – a mio av­vi­so in gran parte giu­sti­fi­ca­te nella si­tua­zio­ne data – sono state tac­cia­te di fa­sci­smo anche da al­cu­ni set­to­ri delle si­ni­stre. Dob­bia­mo sfug­gi­re però al ri­fles­so pa­vlo­via­no, ere­di­tà della sto­ria del mo­vi­men­to so­cia­li­sta, che ci in­du­ce a usare que­sta re­to­ri­ca di fron­te ad ogni ge­ne­re di av­ver­sa­rio. E dob­bia­mo in­ve­ce pren­de­re con­sa­pe­vo­lez­za di un fatto molto sem­pli­ce: non è ne­ces­sa­rio eti­chet­ta­re sem­pre e co­mun­que le de­stre come fa­sci­ste, per­ché la de­stra si trova anche dove meno ce l’a­spet­tia­mo, ha tante facce e sa es­se­re pe­ri­co­lo­sa anche se non può es­se­re iden­ti­fi­ca­ta con il fa­sci­smo, che è stata un’e­spe­rien­za sto­ri­ca de­ter­mi­na­ta ri­spet­to alla quale le ana­lo­gie vanno usate con cau­te­la e nei casi in cui è real­men­te pos­si­bi­le. Te­nia­mo conto, poi, che nella so­cie­tà dello spet­ta­co­lo que­ste espres­sio­ni fe­no­me­ni­che della ri­bel­lio­ne dei ceti medi su­sci­ta­no sem­pre ele­va­tis­si­me aspet­ta­ti­ve di cam­bia­men­to ma – non meno delle rare espe­rien­ze di go­ver­no della si­ni­stra vera e pro­pria – si scon­tra­no pre­sto con la real­tà del go­ver­no e per­ciò de­lu­do­no e si con­su­ma­no ve­lo­ce­men­te. Sem­mai, molto più si­gni­fi­ca­ti­vo è il fatto che que­sta con­ti­nua con­sun­zio­ne di ve­det­tes (per usare an­co­ra le ca­te­go­rie di Guy De­bord) av­ven­ga nel con­te­sto di una dis­so­lu­zio­ne della de­mo­cra­zia mo­der­na e di un con­ti­nuo spo­sta­men­to a de­stra del­l’as­set­to li­be­ra­le. Fe­no­me­no che co­sti­tui­sce – esso sì – la vera co­stan­te della po­li­ti­ca na­zio­na­le della quale bi­so­gne­reb­be oc­cu­par­si e pre­oc­cu­par­si, per poi ca­pi­re se e dove si dia oggi il pe­ri­co­lo di un fa­sci­smo pos­si­bi­le.

4. Un pro­ces­so di con­cen­tra­zio­ne neo­li­be­ra­le e neo­bo­na­par­ti­sta del po­te­re

Cer­chia­mo di chia­ri­re me­glio, al­lo­ra, i pro­ces­si in corso. Ci tro­via­mo oggi in una fase molto di­ver­sa da quel­la della prima metà del No­ve­cen­to: in una fase nella quale al­l’in­ter­no dei si­ste­mi li­be­ra­li e nei rap­por­ti tra essi non c’è nes­su­na esi­gen­za di un fa­sci­smo in senso clas­si­co che pre­ven­ga la de­mo­cra­zia in­te­gra­le o re­go­li i con­ten­zio­si. E il pro­ble­ma delle clas­si do­mi­nan­ti oc­ci­den­ta­li è sem­mai quel­lo di ela­bo­ra­re una forma sta­bi­le di de­mo­cra­zia li­be­ra­le post­mo­der­na, men­tre al con­tem­po ge­sti­sco­no i con­trac­col­pi della Gran­de Con­ver­gen­za del mondo ex co­lo­nia­le e cer­ca­no di con­te­ner­la o ri­cac­ciar­la in­die­tro.

An­zi­tut­to, al­cu­ne os­ser­va­zio­ni che ci con­sen­to­no di in­di­vi­dua­re la ten­den­za. La re­stri­zio­ne cen­si­ta­ria del suf­fra­gio rias­su­me­va nel XIX se­co­lo la con­ce­zio­ne li­be­ra­le ori­gi­na­ria della de­mo­cra­zia come mero ri­co­no­sci­men­to tra pari, ov­ve­ro tra i mem­bri dap­pri­ma del­l’a­ri­sto­cra­zia, nel loro sfor­zo di li­mi­ta­re i po­te­ri di un so­vra­no che aveva tra­va­li­ca­to il patto alla base della sua in­ve­sti­tu­ra, e poi delle clas­si pro­prie­ta­rie in ge­ne­ra­le, nella loro di­stin­zio­ne dai la­vo­ra­to­ri ma­nua­li e dalla loro con­di­zio­ne ne­ces­sa­ria­men­te ser­vi­le. Solo la lotta po­li­ti­ca au­to­no­ma di que­sti ul­ti­mi, dei la­vo­ra­to­ri or­ga­niz­za­ti nei par­ti­ti so­cia­li­sti, ha con­dot­to al pro­gres­si­vo al­lar­ga­men­to del suf­fra­gio, lad­do­ve le esten­sio­ni le­ga­te alla na­zio­na­liz­za­zio­ne delle masse in coin­ci­den­za delle mis­sio­ni co­lo­nia­li, pur ri­le­van­ti, vanno con­si­de­ra­te in­ve­ce come pro­ce­di­men­ti di coop­ta­zio­ne se­let­ti­va so­cial­scio­vi­ni­sta che non rom­pe­va­no la su­bal­ter­ni­tà di clas­se e ri­ba­di­va­no una con­ce­zio­ne Her­ren­volk ed esclu­si­vi­sta della de­mo­cra­zia pro­iet­ta­ta su scala pla­ne­ta­ria. Ora, cosa rap­pre­sen­ta il cre­scen­te asten­sio­ni­smo odier­no – che non è una con­se­guen­za in­de­si­de­ra­ta ma un obiet­ti­vo pro­gram­ma­ti­co ben pon­de­ra­to del neo­li­be­ra­li­smo, se­con­do il mo­del­lo della so­cie­tà ame­ri­ca­na – se non l’e­qui­va­len­te post­mo­der­no della re­stri­zio­ne cen­si­ta­ria e dun­que una forma di dee­man­ci­pa­zio­ne in­di­ret­ta che vede l’e­spul­sio­ne di vasti stra­ti di po­po­la­zio­ne dal pro­ces­so de­mo­cra­ti­co? Un’al­tra os­ser­va­zio­ne. La pre­sen­ta­zio­ne delle liste elet­to­ra­li ha ri­chie­sto ai sog­get­ti po­li­ti­ci che non erano «co­sti­tui­ti in grup­po par­la­men­ta­re in al­me­no una delle due Ca­me­re» o non aves­se­ro «pre­sen­ta­to can­di­da­tu­re con pro­prio con­tras­se­gno alle ul­ti­me ele­zio­ni della Ca­me­ra dei de­pu­ta­ti o alle ul­ti­me ele­zio­ni dei mem­bri del Par­la­men­to eu­ro­peo» la rac­col­ta di 60.000 sot­to­scri­zio­ni nel pieno del mese di ago­sto, men­tre ha eso­ne­ra­to da que­sto gra­vo­sis­si­mo im­pe­gno i par­ti­ti che in par­la­men­to erano già pre­sen­ti e che si sono ri­ta­glia­ti su mi­su­ra que­sta norma. Un’os­ser­va­zio­ne an­co­ra. A parte que­sti det­ta­gli pro­ce­du­ra­li, il 25 set­tem­bre gli ita­lia­ni vo­te­ran­no sulla base di una re­cen­te ri­for­ma co­sti­tu­zio­na­le che ha di­mez­za­to la rap­pre­sen­tan­za par­la­men­ta­re, in se­gui­to a un re­fe­ren­dum con il quale, per pu­ni­re la “casta dei po­li­ti­ci”, hanno fi­ni­to per raf­for­zar­la e per pu­ni­re se stes­si…

Di cosa ci par­la­no que­sti esem­pi, ai quali nu­me­ro­si altri po­treb­be­ro ag­giun­ger­si? Ci di­co­no che siamo da tempo in pre­sen­za, in Ita­lia, di un gi­gan­te­sco fe­no­me­no di cre­scen­te con­cen­tra­zio­ne del po­te­re, pa­ral­le­lo a un al­tret­tan­to im­po­nen­te pro­ces­so di con­cen­tra­zio­ne della ric­chez­za, che av­vie­ne tutto sul ter­re­no del li­be­ra­li­smo. Ora, non c’è dub­bio che un’am­pia vit­to­ria delle de­stre, so­prat­tut­to qua­lo­ra que­ste do­ves­se­ro ot­te­ne­re più del 65% dei seggi, ci met­te­rà di fron­te al pe­ri­co­lo di uno stra­vol­gi­men­to in senso più esclu­si­vi­sta della Co­sti­tu­zio­ne e del­l’im­pian­to par­la­men­ta­re della Re­pub­bli­ca nata dalla Re­si­sten­za an­ti­fa­sci­sta, forse con l’in­tro­du­zio­ne – come è stato già pre­an­nun­cia­to – di una forma di go­ver­no pre­si­den­zia­li­sta. Ma que­sto pe­ri­co­lo, che è grave e reale e va con­tra­sta­to, non è af­fat­to la «linea di pe­ne­tra­zio­ne per uno svi­lup­po il­li­be­ra­le», come teme Carlo Galli, per­ché si in­stal­la esat­ta­men­te in que­sta ten­den­za alla con­cen­tra­zio­ne del po­te­re che è ben pre­ce­den­te al­l’a­sce­sa di Me­lo­ni e che è, al con­tra­rio, pro­prio la con­se­guen­za della vit­to­ria in­con­tra­sta­ta del li­be­ra­li­smo; una ten­den­za che anche il cen­tro­si­ni­stra e i li­be­ra­de­mo­cra­ti­ci hanno a loro volta pro­mos­so e in­ter­pre­ta­to a pro­prio modo, pro­get­tan­do ri­for­me o me­glio con­tro­ri­for­me che vanno nella me­de­si­ma di­re­zio­ne, e che co­sti­tui­sce la so­stan­za del pro­ces­so in corso. In que­sto senso, gli at­tua­li con­ten­den­ti, i quali sono tutti espres­sio­ni della fase, si so­mi­glia­no molto più di ciò che vor­reb­be­ro e che di­co­no. Me­lo­ni – va ri­co­no­sciu­to pur senza mi­ni­miz­zar­ne il pe­ri­co­lo – non fa che pro­se­gui­re con coe­ren­za e mag­gior ra­di­ca­li­tà di obiet­ti­vi e me­to­di, oltre che in una pro­spet­ti­va par­ti­co­la­ri­sta, un la­vo­ro che è stato ini­zia­to da altri, che ha ra­gio­ni strut­tu­ra­li e nel cui solco, sem­mai, la sua pro­po­sta spe­ci­fi­ca si in­stal­la. Ed è chia­ro che da que­sta pro­spet­ti­va, che riem­pie di con­te­nu­ti e il­lu­stra quel pro­ces­so for­ma­le di con­ti­nuo slit­ta­men­to a de­stra di cui par­la­vo prima, le dif­fe­ren­ze tra il cen­tro­si­ni­stra o la li­be­ral­de­mo­cra­zia e il li­be­ral­con­ser­va­to­ri­smo nelle sue di­ver­se va­rian­ti si ri­ve­la­no certo si­gni­fi­ca­ti­ve e tut­t’al­tro che ir­ri­le­van­ti, dato che la forma è anche so­stan­za; così che è sem­pre pre­fe­ri­bi­le qual­cu­no che im­bel­let­ta lo sman­tel­la­men­to dei di­rit­ti so­cia­li con un’e­sal­ta­zio­ne ipo­cri­ta dei di­rit­ti ci­vi­li, come fanno i li­be­ral­de­mo­cra­ti­ci, a qual­cun altro che, come i li­be­ral­con­ser­va­to­ri, nello sman­tel­la­re i primi sman­tel­la anche i se­con­di e di­scri­mi­na le mi­no­ran­ze per dare un capro espia­to­rio al “po­po­lo”. E però ri­man­go­no dif­fe­ren­ze se­con­da­rie ri­spet­to alla con­di­vi­sio­ne di un ter­re­no co­mu­ne.

Que­sto è l’a­spet­to prin­ci­pa­le, al­lo­ra, senza con­si­de­ra­re il quale non è pos­si­bi­le com­pren­de­re la fase in corso e sul quale dob­bia­mo dun­que con­cen­trar­ci, anche per poter poi fare le ne­ces­sa­rie di­stin­zio­ni: siamo di fron­te non a un pro­ces­so di fa­sci­stiz­za­zio­ne e di ri­fiu­to del li­be­ra­li­smo ma alle di­ver­se pro­po­ste di spe­ri­men­ta­zio­ne di una ten­den­za bo­na­par­ti­sta che è rie­mer­sa dopo la fine della Guer­ra Fred­da e dopo la vit­to­ria di si­ste­ma di un li­be­ra­li­smo che non ha più av­ver­sa­ri stra­te­gi­ci in grado di con­di­zio­nar­lo. Un li­be­ra­li­smo che nella forma odier­na del neo­li­be­ra­li­smo, aven­do scon­fit­to l’av­ver­sa­rio di clas­se sul ter­re­no po­li­ti­co come su quel­lo cul­tu­ra­le, si pre­sen­ta per­ciò come un li­be­ra­li­smo as­so­lu­to e cioè senza li­mi­ti e freni nel suo espri­me­re gli in­te­res­si do­mi­nan­ti; come un li­be­ra­li­smo in pu­rez­za, si può dire, sul cui ter­re­no si sono ri­po­si­zio­na­ti e ri­de­fi­ni­ti via via tutti gli at­to­ri po­li­ti­ci, eredi a de­stra come a si­ni­stra di un mondo ormai tra­mon­ta­to e di tra­di­zio­ni ormai scon­fit­te e con­sun­te. È que­sto il ter­re­no con­di­vi­so tanto dai li­be­ral uni­ver­sa­li­sti eredi della si­ni­stra sto­ri­ca quan­to dai li­be­ral­con­ser­va­to­ri par­ti­co­la­ri­sti, al cui campo va ormai ascrit­to il par­ti­to di Fra­tel­li d’I­ta­lia erede della de­stra: sono tutti sog­get­ti che in­ter­pre­ta­no, cia­scu­no a pro­prio modo e con le pro­prie va­rian­ti – chi in chia­ve più astrat­ta­men­te uni­ver­sa­li­sta, chi in chia­ve par­ti­co­la­ri­sta e più re­tri­va: le dif­fe­ren­ze ci sono e non vanno ri­mos­se –, la fine della de­mo­cra­zia mo­der­na e i pro­ces­si di con­cen­tra­zio­ne bo­na­par­ti­sta del po­te­re che que­sta fine ac­com­pa­gna­no.

Il pro­ble­ma al­l’or­di­ne del gior­no non è dun­que quel­lo del fa­sci­smo o della fa­sci­stiz­za­zio­ne an­ti­li­be­ra­le del paese ma quel­lo di un li­be­ra­li­smo privo di al­ter­na­ti­ve e ab­ban­do­na­to a se stes­so che pro­du­ce dee­man­ci­pa­zio­ne in mi­su­ra mag­gio­re o mi­no­re, di­ret­ta o in­di­ret­ta. È chia­ro, poi, che più que­sto pro­ces­so di con­cen­tra­zio­ne del po­te­re va avan­ti, più è pos­si­bi­le che a qual­che forma di au­to­ri­ta­ri­smo ad un certo punto esso possa sem­pre dar vita, come già è ac­ca­du­to in pas­sa­to, qua­lo­ra lo stato d’ec­ce­zio­ne lo renda ne­ces­sa­rio. Ma que­sto stato d’ec­ce­zio­ne, come ve­dre­mo su­bi­to, non mi­nac­cia il li­be­ra­li­smo dal­l’in­ter­no dei suoi si­ste­mi po­li­ti­ci – sia la de­stra li­be­ral­con­ser­va­tri­ce che i mo­vi­men­ti po­pu­li­sti e so­vra­ni­sti ri­man­go­no su que­sto ter­re­no – e sus­si­ste sem­mai oggi in primo luogo nelle re­la­zio­ni glo­ba­li che que­sti si­ste­mi sono in grado di im­po­sta­re con il resto del mondo. Così che è pro­prio su que­sto piano – e dun­que in una forma sor­pren­den­te che esula com­ple­ta­men­te dalla vista e dalle pre­oc­cu­pa­zio­ni dei li­be­ra­li di tutti gli orien­ta­men­ti, i quali cer­ca­no sem­mai di ri­muo­ver­lo o di na­scon­der­lo – che il vero ri­schio di fa­sci­smo d’ora in avan­ti si pone in Ita­lia e in Oc­ci­den­te.

5. Bo­na­par­ti­smo e stato d’ec­ce­zio­ne ieri e oggi: la ri­co­lo­niz­za­zio­ne del mondo e il vero ri­schio di fa­sci­smo

Ri­chia­man­do­si alle ana­li­si di Marx sulle lotte di clas­se in Fran­cia, Do­me­ni­co Lo­sur­do ha spie­ga­to come dopo il 1848 il li­be­ra­li­smo eu­ro­peo abbia af­fron­ta­to l’av­ven­to della so­cie­tà di massa con una stra­te­gia bo­na­par­ti­sta. La­scian­do­si alle spal­le, cioè, le ob­so­le­te di­scri­mi­na­zio­ni cen­si­ta­rie che ho ci­ta­to poco sopra e cer­can­do in­ve­ce di ca­val­ca­re il suf­fra­gio uni­ver­sa­le, ri­te­nu­to ormai ine­vi­ta­bi­le, ma di neu­tra­liz­zar­ne i ri­schi at­tra­ver­so l’e­la­bo­ra­zio­ne di una forma po­li­ti­ca ine­di­ta; una forma che svuo­ta­va la de­mo­cra­zia elet­to­ra­le dal­l’in­ter­no tra­mi­te l’in­stau­ra­zio­ne di un rap­por­to di­ret­to e im­me­dia­to tra il lea­der ca­ri­sma­ti­co e le masse en­tra­te in po­li­ti­ca, le quali ve­ni­va­no pri­va­te, così, di ogni au­to­no­mia ideo­lo­gi­ca e or­ga­niz­za­ti­va. Come ho detto, solo il con­fron­to con il mo­vi­men­to so­cia­li­sta – e dun­que il con­flit­to po­li­ti­co-so­cia­le – avreb­be ob­bli­ga­to alla lunga il li­be­ra­li­smo ad ac­cet­ta­re la de­mo­cra­zia e avreb­be posto le pre­mes­se di quel­la de­mo­cra­zia mo­der­na che si è poi af­fer­ma­ta, al costo di due guer­re mon­dia­li e dopo la scon­fit­ta del fa­sci­smo in­ter­na­zio­na­le, nella se­con­da metà del No­ve­cen­to.

Ma la de­mo­cra­zia mo­der­na, come per­so­nal­men­te ho cer­ca­to di spie­ga­re più volte – e cioè la de­mo­cra­zia fon­da­ta sul con­se­gui­men­to con­flit­tua­le di un equi­li­brio re­la­ti­vo dei rap­por­ti di forza tra le clas­si e dun­que sul Wel­fa­re e su un mec­ca­ni­smo di re­di­stri­bu­zio­ne della ric­chez­za, del po­te­re e del ri­co­no­sci­men­to – è stata una solo breve pa­ren­te­si ed è fi­ni­ta ormai da tempo, in se­gui­to alla scon­fit­ta sto­ri­ca delle clas­si su­bal­ter­ne eu­ro­pee a par­ti­re dagli anni Set­tan­ta e poi alla con­clu­sio­ne della Guer­ra Fred­da, con la piena ri­scos­sa delle clas­si do­mi­nan­ti. Ed è su­bi­to stata so­sti­tui­ta dal ri­tor­no in gran­de stile della pul­sio­ne bo­na­par­ti­sta e dalla con­se­guen­te ri­cer­ca os­ses­si­va di nuove forme isti­tu­zio­na­li ade­gua­te ai nuovi rap­por­ti di forza, se­con­do le nor­ma­li pro­pen­sio­ni di un li­be­ra­li­smo che, come espres­sio­ne spon­ta­nea dei ceti pro­prie­ta­ri e dei loro in­te­res­si uni­ta­ri e di fra­zio­ne, è a sua volta tor­na­to alle pro­prie forme ideo­lo­gi­che più esclu­si­vi­ste. Tanto più che da quel mo­men­to que­sto li­be­ra­li­smo vit­to­rio­so, li­be­ro di di­spie­gar­si senza im­pac­ci per­ché non più in­cal­za­to dal con­flit­to so­cia­le dal basso dopo la dis­so­lu­zio­ne delle forme di co­scien­za no­ve­cen­te­sche delle clas­si su­bal­ter­ne e delle loro or­ga­niz­za­zio­ni, ha oc­cu­pa­to tutto il campo e si è messo nelle con­di­zio­ni di co­pri­re tutti i bi­so­gni ideo­lo­gi­ci e po­li­ti­ci tra­mi­te le sue di­ver­se va­rian­ti. Le quali – dai li­be­ral ai tec­no­cra­ti, dai li­be­ral­con­ser­va­to­ri ai po­pu­li­sti e so­vra­ni­sti – in­ter­pre­ta­no cia­scu­na a pro­prio modo que­sta me­de­si­ma ten­den­za di fondo alla con­cen­tra­zio­ne del po­te­re ri­spon­den­do ai loro spe­ci­fi­ci com­mit­ten­ti al­l’in­ter­no dei do­mi­nan­ti.

Che bi­so­gno c’è al­lo­ra del fa­sci­smo in­te­so in senso clas­si­co, in una si­tua­zio­ne di que­sto tipo e dopo que­sta netta vit­to­ria di fase? Il fa­sci­smo degli anni Venti e Tren­ta non è stato sol­tan­to il brac­cio ar­ma­to del ca­pi­ta­le con­tro la clas­se ope­ra­ia, come è stato detto in ma­nie­ra sem­pli­ci­sti­ca ai suoi esor­di: come già la Terza In­ter­na­zio­na­le ha pre­sto ap­pre­so a pro­prie spese, è stato un mo­vi­men­to rea­zio­na­rio di massa con una fun­zio­ne con­tro­ri­vo­lu­zio­na­ria in­te­gra­le, nel senso che si è op­po­sto alla ri­vo­lu­zio­ne de­mo­cra­ti­ca in­ter­na­zio­na­le in­te­sa nel suo du­pli­ce con­te­nu­to di ri­vo­lu­zio­ne so­cia­le (che può con­dur­re al so­cia­li­smo o, per quan­to ri­guar­da l’Oc­ci­den­te, alla de­mo­cra­zia mo­der­na) e di ri­vo­lu­zio­ne an­ti­co­lo­nia­le. In po­li­ti­ca in­ter­na, nel con­tra­sta­re la ri­vo­lu­zio­ne so­cia­le in un con­te­sto nel quale que­sta era viva e at­tua­le e le masse erano forti, con­sa­pe­vo­li e or­ga­niz­za­te e nel pre­ve­ni­re i pro­ces­si di de­mo­cra­tiz­za­zio­ne, il fa­sci­smo ha im­por­ta­to i me­to­di della re­pres­sio­ne co­lo­nia­le e cioè la vio­len­za pri­va­ta delle bande dei pio­nie­ri o dei pre­do­ni che di­vie­ne vio­len­za di Stato. La me­de­si­ma vio­len­za co­lo­nia­le, e cioè in que­sto caso la guer­ra to­ta­le, è stata im­pie­ga­ta però ad un certo punto anche in po­li­ti­ca este­ra, quan­do i con­flit­ti inter-im­pe­ria­li­sti­ci tra le po­ten­ze eu­ro­pee, acui­ti dagli esor­di della de­co­lo­niz­za­zio­ne e dal­l’e­mer­ge­re del Gran­de Spa­zio ame­ri­ca­no con le sue am­bi­zio­ni im­pe­ria­li, erano di­ven­ta­ti in­ge­sti­bi­li e gli obiet­ti­vi di mera ege­mo­nia con­ti­nen­ta­le – es­sen­do al­l’e­po­ca im­pos­si­bi­le ogni ipo­te­si fe­de­ra­li­sti­ca e fal­li­to prima di na­sce­re anche il pro­get­to mit­te­leu­ro­peo – erano an­da­ti sfu­man­do in obiet­ti­vi essi stes­si aper­ta­men­te co­lo­nia­li. Tanto più che la Ri­vo­lu­zio­ne d’Ot­to­bre, nel ren­de­re an­co­ra più acuti i con­flit­ti di clas­se al­l’in­ter­no delle sin­go­le po­ten­ze por­tan­do­li sul piano di una guer­ra ci­vi­le per la vita o per la morte, aveva sve­la­to il volto asia­ti­co e “di co­lo­re” della Rus­sia, sino a un at­ti­mo prima mem­bro della fa­mi­glia eu­ro­pea già per il san­gue che scor­re­va nelle vene della sua Casa re­gnan­te. Sfi­dan­do l’or­di­ne Her­ren­volk bian­co con im­men­so ter­ro­re delle clas­si di­ri­gen­ti di tutto l’Oc­ci­den­te, ma fa­cen­do al con­tem­po di que­sto ster­mi­na­to ter­ri­to­rio il pos­si­bi­le obiet­ti­vo di una guer­ra ideo­lo­gi­ca in nome della li­ber­tà e della de­mo­cra­zia (pen­sia­mo al so­ste­gno delle po­ten­ze oc­ci­den­ta­li alle ar­ma­te con­tro­ri­vo­lu­zio­na­rie bian­che) ma anche di una con­qui­sta co­lo­nia­le spie­ta­ta da parte di chi, come la Ger­ma­nia, alle co­lo­nie non aveva sino a quel mo­men­to avuto il do­vu­to e me­ri­ta­to ac­ces­so.

Sotto que­sto aspet­to, il fa­sci­smo è stato la tra­sla­zio­ne sul sacro suolo d’Eu­ro­pa dei me­to­di e delle ideo­lo­gie della tra­di­zio­ne co­lo­nia­le li­be­ra­le; quei me­to­di e quel­le ideo­lo­gie, cioè, che il li­be­ra­li­smo ha sem­pre adot­ta­to dove sunt leo­nes (ge­no­ci­dio com­pre­so) ma che ina­spet­ta­ta­men­te sono stati fatti va­le­re anche den­tro e tra le po­ten­ze che sino ad un at­ti­mo prima si ri­co­no­sce­va­no re­ci­pro­ca­men­te come pari. E que­sta tra­sla­zio­ne – come sem­pre Do­me­ni­co Lo­sur­do ha spie­ga­to – è stata de­ter­mi­na­ta da un du­pli­ce stato d’ec­ce­zio­ne, do­vu­to da un lato a un con­flit­to so­cia­le acu­tis­si­mo che di­ve­ni­va guer­ra ci­vi­le al­l’in­ter­no di ogni paese; e dal­l’al­tro a un al­tret­tan­to acuto con­flit­to tra le po­ten­ze per le co­lo­nie e per il con­trol­lo co­lo­nia­le della stes­sa Eu­ro­pa (basti ci­ta­re, per darne un’ul­te­rio­re prova, al trat­ta­men­to della Ger­ma­nia a Ver­sail­les, con la ri­du­zio­ne del paese a una se­mi­co­lo­nia, e a epi­so­di come l’oc­cu­pa­zio­ne della Ruhr). Un du­pli­ce stato d’ec­ce­zio­ne di pro­por­zio­ni gi­gan­te­sche, dun­que, che ha sol­le­ci­ta­to il pas­sag­gio dal pre­ce­den­te tipo di bo­na­par­ti­smo con il quale dal XIX se­co­lo il li­be­ra­li­smo aveva cer­ca­to di ge­sti­re l’av­ven­to della so­cie­tà di massa in forme soft, che ab­bia­mo ap­pe­na visto, a una forma fe­ro­ce di bo­na­par­ti­smo di guer­ra, senza che nes­su­no fosse più in grado di tor­na­re in­die­tro se non dopo una ca­ta­stro­fe.

Oggi, dopo la Guer­ra Fred­da e la glo­ba­liz­za­zio­ne, la si­tua­zio­ne è però molto di­ver­sa, per­ché la crisi or­ga­ni­ca di ieri non è so­vrap­po­ni­bi­le a quel­la at­tua­le e non esi­sto­no le con­di­zio­ni per una ri­pro­po­si­zio­ne del fa­sci­smo clas­si­co nelle mo­da­li­tà sto­ri­che che co­no­scia­mo. In po­li­ti­ca in­ter­na, non esi­ste nes­sun pe­ri­co­lo “ri­vo­lu­zio­na­rio” che metta in di­scus­sio­ne il do­mi­nio li­be­ra­le in Oc­ci­den­te, dove le clas­si su­bal­ter­ne sono ege­mo­niz­za­te e prive di au­to­no­mia e la stes­sa de­mo­cra­zia mo­der­na è già stata scon­fit­ta. E non c’è dun­que nes­su­no stato d’ec­ce­zio­ne e nes­su­na ne­ces­si­tà di ap­pli­ca­re in que­st’am­bi­to e per una lotta di clas­se già ab­bon­dan­te­men­te vinta i me­to­di della vio­len­za co­lo­nia­le tra­dot­ti nelle forme squa­dri­ste o della vio­len­za di Stato, o qual­co­sa di si­mi­le. Per­ché non esi­ste nes­su­na al­ter­na­ti­va po­li­ti­co-so­cia­le stra­te­gi­ca e per­ché nei rap­por­ti di forza dati è più che suf­fi­cien­te, dun­que, qual­che tipo di con­cen­tra­zio­ne bo­na­par­ti­sta del po­te­re – in chia­ve uni­ver­sa­li­sta o par­ti­co­la­ri­sta che sia – che ag­gior­ni le forme co­sti­tu­zio­na­li e isti­tu­zio­na­li alle nuove ge­rar­chie so­cia­li e as­sor­ba la ri­vol­ta dei ceti medi o la tenga sotto con­trol­lo dan­do­le sfogo par­zia­le.

Allo stes­so modo, poi, non c’è oggi nes­sun con­flit­to inter-im­pe­ria­li­sti­co stra­te­gi­co per le co­lo­nie e dun­que nes­su­no stato d’ec­ce­zio­ne tra le po­ten­ze oc­ci­den­ta­li, dato che il pro­ble­ma co­lo­nia­le o neo­co­lo­nia­le si pone – assai di­ver­sa­men­te dal­l’e­po­ca dei fa­sci­smi – nei ter­mi­ni pre­va­len­ti di uno sfor­zo com­ples­si­vo di ri­co­lo­niz­za­zio­ne del mondo da parte del­l’Oc­ci­den­te, un’a­rea geo­po­li­ti­ca e di ci­vil­tà che si con­trap­po­ne in quan­to tale e in ma­nie­ra uni­ta­ria (un’u­ni­tà che in parte è con­sen­sua­le e in parte è coat­ta) alla Gran­de Con­ver­gen­za, in­te­sa come una sfida glo­ba­le del mondo ex co­lo­nia­le al pri­ma­to oc­ci­den­ta­le. Non c’è quin­di oggi, come al­l’e­po­ca del brodo di col­tu­ra del fa­sci­smo clas­si­co, un con­flit­to pre­va­len­te tra l’im­pe­ria­li­smo te­de­sco in asce­sa ma fru­stra­to e l’im­pe­ro bri­tan­ni­co o fran­ce­se in de­cli­no ma sta­bi­li­to, o un con­flit­to tra Ita­lia e Fran­cia nel Me­di­ter­ra­neo, o uno in­sor­gen­te tra il Vec­chio Con­ti­nen­te e il mondo an­glo­sas­so­ne; ma c’è, per es­se­re più pre­ci­si, un con­flit­to tra l’or­di­ne sta­bi­li­to dal­l’im­pe­ria­li­smo do­mi­nan­te sta­tu­ni­ten­se – che è l’u­ni­co im­pe­ria­li­smo degno di que­sto nome, per­ché sta­bi­li­sce le re­go­le del gioco e as­se­gna i nomi alle cose – e il mondo ex co­lo­nia­le. Un con­flit­to nel cui qua­dro ge­ne­ra­le le po­ten­ze oc­ci­den­ta­li, di­ve­nu­te su­bal­ter­ne dopo la Se­con­da guer­ra mon­dia­le (Unio­ne Eu­ro­pea e sin­go­li Stati UE com­pre­si e di­spo­sti se­con­do ben pre­ci­se ge­rar­chie), com­pe­to­no cer­ta­men­te tra loro sui det­ta­gli ma sono co­mun­que schie­ra­te dalla stes­sa parte nella par­ti­ta più im­por­tan­te. E, pur com­pe­ten­do, cer­ca­no so­prat­tut­to di lu­cra­re po­si­zio­ni van­tag­gio­se, in un ruolo sub-im­pe­ria­le che è al tempo stes­so un ruolo di pro­tet­to­ra­to ame­ri­ca­no. Così che nes­su­na guer­ra fra­tri­ci­da tra po­ten­ze “bian­che” è im­ma­gi­na­bi­le, come è av­ve­nu­to in­ve­ce in pas­sa­to già con la Prima guer­ra mon­dia­le e poi con la guer­ra tra l’As­se e gli Al­lea­ti oc­ci­den­ta­li. Men­tre nella «terza guer­ra mon­dia­le a pezzi» di cui ha par­la­to Ber­go­glio ri­schia in­ve­ce di ap­pros­si­mar­si a passi ac­ce­le­ra­ti – e que­sta è la no­vi­tà più im­por­tan­te di tutte, anche se sem­pre ri­mos­sa – una guer­ra tra l’Oc­ci­den­te nel suo com­ples­so tra­sci­na­to dagli USA e aree del mondo vaste e im­por­tan­ti che sono al­l’a­van­guar­dia della de­co­lo­niz­za­zio­ne (una guer­ra che è sem­mai as­si­mi­la­bi­le a quel­la che avreb­be po­tu­to es­se­re la guer­ra tra un bloc­co eu­roa­me­ri­ca­no e la Rus­sia so­vie­tiz­za­ta, come au­spi­ca­to da non pochi set­to­ri anche nel mondo an­glo­sas­so­ne, qua­lo­ra la com­pe­ti­zio­ne inter-im­pe­ria­li­sti­ca e l’in­gor­di­gia dei vin­ci­to­ri di Ver­sail­les non aves­se por­ta­to la Ger­ma­nia hi­tle­ria­na ad in­fran­ge­re la fra­tel­lan­za Her­ren­volk bian­ca).

Ec­co­lo – al­lo­ra e fi­nal­men­te – il cuore del pro­ble­ma, igno­ra­to o oc­cul­ta­to dai li­be­ra­li pron­ti a de­nun­cia­re il fa­sci­smo in ogni altra cir­co­stan­za e a ri­get­tar­lo sulle spal­le dei pro­pri av­ver­sa­ri senza mai ve­der­ne le trac­ce in casa pro­pria. Lo stato d’ec­ce­zio­ne oggi c’è si­cu­ra­men­te ed è al­tret­tan­to si­cu­ra­men­te ma­cro­sco­pi­co. Ma esso non è più col­lo­ca­to al­l’in­ter­no della co­mu­ni­tà dei Li­be­ri e non la la­ce­ra né nelle na­zio­ni che la com­pon­go­no, né nei rap­por­ti tra que­ste na­zio­ni (come a suo tempo la­men­ta­va Spen­gler guar­dan­do agli esiti della Gran­de Guer­ra), bensì con­trap­po­ne que­sta co­mu­ni­tà nel suo com­ples­so al resto del mondo che di essa non fa parte. È nel rap­por­to tra l’Oc­ci­den­te unito nel­l’Im­pe­ro Ame­ri­ca­no e il mondo che ri­fiu­ta la sua ege­mo­nia, ov­ve­ro – visto dal­l’al­tro lato – nel­l’ag­gres­sio­ne oc­ci­den­ta­le al mondo ex co­lo­nia­le e nel ten­ta­ti­vo di ri­sot­to­met­ter­lo, che sus­si­sto­no oggi la vera con­trad­di­zio­ne prin­ci­pa­le e il vero con­flit­to cru­cia­le. Ed è esat­ta­men­te in que­sto con­flit­to, che le po­ten­ze li­be­ra­li non su­bi­sco­no ma pro­muo­vo­no at­ti­va­men­te per non per­de­re il loro pri­ma­to e che ge­ne­ra uno stato d’ec­ce­zio­ne glo­ba­le alla lunga in­so­ste­ni­bi­le, che al­ber­ga al­lo­ra il vero ri­schio del fa­sci­smo odier­no, il quale va in­te­so per­ciò in primo luogo come il ri­schio di una pos­si­bi­le fa­sci­stiz­za­zio­ne delle re­la­zio­ni tra le na­zio­ni e tra i po­po­li. Ossia come un’esca­la­tion po­li­ti­ca e ideo­lo­gi­ca che as­su­ma un ca­rat­te­re così fon­da­men­ta­li­sta e fa­na­ti­co da tra­sfor­ma­re il con­ten­zio­so ma­te­ria­le, ov­ve­ro il con­flit­to di in­te­res­si per il po­te­re e le ri­sor­se, in uno scon­tro di ci­vil­tà e di fedi po­li­ti­che. E da esclu­de­re ogni pos­si­bi­le me­dia­zio­ne, met­ten­do così fuori gioco il di­rit­to e la di­plo­ma­zia e spo­stan­do i rap­por­ti tra i po­po­li o le re­gio­ni del mondo sul ter­re­no mi­li­ta­re. Un’esca­la­tion che lungo que­sta stra­da si di­spo­ne alla pre­pa­ra­zio­ne di quel pos­si­bi­le con­flit­to fi­na­le per la ri­co­lo­niz­za­zio­ne del mondo che al fine di riaf­fer­ma­re la su­pre­ma­zia oc­ci­den­ta­le sul di­spo­ti­smo asia­ti­co non esita a met­te­re in conto la guer­ra to­ta­le. E che lo fa – gra­zie al la­vo­ro ideo­lo­gi­co di di­ver­si de­cen­ni di ri­vo­lu­zio­ne pas­si­va e di de­tour­ne­ment delle pa­ro­le – in nome della li­ber­tà, della de­mo­cra­zia, dei di­rit­ti uni­ver­sa­li e per­si­no della re­spon­sa­bi­li­tà e della so­li­da­rie­tà an­ti­fa­sci­sta con­tro i to­ta­li­ta­ri­smi!

Nel­l’o­dier­na de­nun­cia rei­te­ra­ta del fa­sci­smo da parte dei li­be­ra­li, un dato di fatto sto­ri­co pur molto sem­pli­ce e ba­na­le ri­ma­ne per lo più igno­ra­to: il fa­sci­smo e il na­zi­smo sono figli di­ret­ti della guer­ra to­ta­le e dei con­flit­ti che l’han­no pro­vo­ca­ta, quan­do l’ac­cu­mu­lo delle con­trad­di­zio­ni og­get­ti­ve della po­li­ti­ca eu­ro­pea e in­ter­na­zio­na­le ha fatto il salto dalla quan­ti­tà alla qua­li­tà e ha de­ter­mi­na­to lo stato d’ec­ce­zio­ne. Dalle trin­cee della Prima guer­ra mon­dia­le sono ve­nu­ti i le­gio­na­ri di Fiume e poi i com­po­nen­ti delle prime squa­drac­ce fa­sci­ste, che il ceto di­ri­gen­te li­be­ra­le si il­lu­de­va di poter usare e te­ne­re sotto con­trol­lo. E dalle me­de­si­me trin­cee sono usci­ti i Frei­korps te­de­schi che, dopo aver pre­si­dia­to la marca orien­ta­le di fron­tie­ra in par­ti­co­la­re nei paesi bal­ti­ci con­tro il bol­sce­vi­smo asia­ti­co che si era af­fer­ma­to in Rus­sia, com­bat­te­ran­no gli spar­ta­chi­sti a Wei­mar per poi ri­ver­sar­si nelle fila delle SA. L’in­te­ro ar­ma­men­ta­rio ideo­lo­gi­co del fa­sci­smo e del na­zi­smo nasce, del resto, dal­l’i­deo­lo­gia della guer­ra con­so­li­da­ta­si in tutti i paesi coin­vol­ti in quel con­flit­to. È assai pro­ba­bi­le, ci dice per­ciò la le­zio­ne della sto­ria, che una si­mi­le fa­sci­stiz­za­zio­ne delle re­la­zio­ni in­ter­na­zio­na­li, in se­gui­to al­l’ac­cer­chia­men­to o ad­di­rit­tu­ra a un’ag­gres­sio­ne alla Rus­sia o alla Cina, si ri­ver­se­reb­be im­me­dia­ta­men­te sui sin­go­li paesi. E po­treb­be por­ta­re anche a una fa­sci­stiz­za­zio­ne della po­li­ti­ca in­ter­na, per­ché sol­le­ci­te­reb­be im­me­dia­ta­men­te una mo­bi­li­ta­zio­ne to­ta­le di tipo ag­gres­si­vo al­l’in­ter­no delle na­zio­ni coin­vol­te e la con­se­guen­te ir­reg­gi­men­ta­zio­ne della so­cie­tà ci­vi­le e delle forme di co­scien­za. Tanto più che, come ab­bia­mo visto, in que­ste na­zio­ni già da tempo è in corso un au­to­no­mo pro­ces­so di con­cen­tra­zio­ne del po­te­re che può sem­pre pren­de­re una di­re­zio­ne più au­to­ri­ta­ria.

Del resto, ab­bia­mo già al­cu­ni sin­to­mi in­quie­tan­ti che vanno pro­prio in que­sta di­re­zio­ne. Come sap­pia­mo, la cin­tu­ra oc­ci­den­ta­le at­tor­no alla Rus­sia, per ci­tar­ne uno, già ben prima della scia­gu­ra­ta in­va­sio­ne del Sud-Est del­l’U­crai­na da parte di Mosca si è ser­vi­ta mas­sic­cia­men­te di or­ga­niz­za­zio­ni fa­sci­ste o pa­ra­fa­sci­ste, mi­ni­miz­zan­do­ne la na­tu­ra a sem­pli­ci espres­sio­ni di na­zio­na­li­smo o giu­sti­fi­can­do­la con la ne­ces­si­tà di con­tra­sta­re un fa­sci­smo an­co­ra più gran­de e pe­ri­co­lo­so, e lo fa con il di­ret­to coin­vol­gi­men­to for­ma­ti­vo o lo­gi­sti­co delle or­ga­niz­za­zio­ni mi­li­ta­ri dei paesi Nato se non della Nato stes­sa. Inol­tre, men­tre sono im­pe­gna­ti in sede elet­to­ra­le a de­nun­cia­re in chia­ve pro­pa­gan­di­sti­ca il fa­sci­smo alle porte, al fine di fron­teg­gia­re lo stato d’ec­ce­zio­ne do­vu­to alla guer­ra che di­vam­pa ai pro­pri con­fi­ni e la con­se­guen­te crisi del gas russo, i li­be­ra­li ita­lia­ni e del­l’U­nio­ne Eu­ro­pea, com­pre­si quel­li di cen­tro­si­ni­stra, si ap­pre­sta­no a far pro­pria su vasta scala una delle più am­bi­zio­se (e più im­pro­ba­bi­li) mi­su­re del fa­sci­smo sto­ri­co: l’au­tar­chia. Della quale hanno già co­min­cia­to a van­ta­re le virtù mo­ra­li e la fun­zio­ne pe­da­go­gi­ca nei con­fron­ti delle masse egoi­ste e in­di­sci­pli­na­te: masse bam­bi­ne abi­tua­te a vi­ve­re al di sopra dei pro­pri mezzi e a con­su­ma­re a più non posso ap­pro­fit­tan­do del la­vo­ro e del me­ri­to al­trui. E non è la cen­su­ra di Stato già at­ti­va in al­cu­ni paesi eu­ro­pei, con la proi­bi­zio­ne dei media ac­cu­sa­ti di dif­fon­de­re no­ti­zie pro­pa­gan­di­sti­che sulla guer­ra su pre­sun­ta com­mit­ten­za dello Stato russo, una forma di mo­bi­li­ta­zio­ne to­ta­le della quale i fa­sci­smi hanno fatto largo uso? Cosa dire poi di ini­zia­ti­ve sur­rea­li per for­tu­na rien­tra­te, come la proi­bi­zio­ne di par­la­re di Do­stoe­v­skij e in ge­ne­ra­le della cul­tu­ra russa? Ri­cor­da, que­sta ze­lan­te mi­su­ra, la pro­po­sta di proi­bi­re la mu­si­ca di Bee­tho­ven al fine di evi­ta­re ogni con­ta­mi­na­zio­ne con la cul­tu­ra te­de­sca, avan­za­ta in Fran­cia nel corso della Prima guer­ra mon­dia­le.

Ora, per tor­na­re alla si­tua­zio­ne ita­lia­na, ri­spet­to a que­sti pro­ble­mi gi­gan­te­schi e a que­ste di­na­mi­che fon­da­men­ta­li, il cen­tro­si­ni­stra e la li­be­ral­de­mo­cra­zia non hanno nes­sun pro­get­to al­ter­na­ti­vo da con­trap­por­re agli av­ver­sa­ri li­be­ral­con­ser­va­to­ri di cen­tro­de­stra e nem­me­no a quel­li espli­ci­ta­men­te di de­stra o ai po­pu­li­sti, dato che si col­lo­ca­no esat­ta­men­te sul loro me­de­si­mo ter­re­no e sono in­ter­pre­ti delle me­de­si­me esi­gen­ze si­ste­mi­che e dei me­de­si­mi pro­ces­si di tra­sfor­ma­zio­ne glo­ba­li.

Sul piano della ge­stio­ne della so­cie­tà di massa, anche il cen­tro­si­ni­stra e la li­be­ral­de­mo­cra­zia con­di­vi­do­no l’o­biet­ti­vo si­ste­mi­co di ela­bo­ra­re una forma post­mo­der­na di de­mo­cra­zia li­be­ra­le li­mi­ta­ta e de­le­ga­ta, che sulle ce­ne­ri della de­mo­cra­zia mo­der­na no­ve­cen­te­sca sia ca­pa­ce di neu­tra­liz­za­re le con­trad­di­zio­ni so­cia­li e cul­tu­ra­li tra­mi­te una nuova for­mu­la bo­na­par­ti­sta di con­cen­tra­zio­ne del po­te­re al­l’al­tez­za dei nuovi rap­por­ti di forza tra le clas­si. La via “epi­sto­cra­ti­ca” al bo­na­par­ti­smo post­mo­der­no da que­st’a­rea ri­pe­tu­ta­men­te pro­po­sta negli ul­ti­mi tempi – e cioè la for­mu­la del “go­ver­no dei mi­glio­ri”, o “dei com­pe­ten­ti”, o “dei tec­ni­ci”, che vor­reb­be co­niu­gar­si a una mo­bi­li­ta­zio­ne idea­le di tipo uni­ver­sa­li­sta (l’i­dea il­lu­mi­ni­sta di di­rit­ti umani) – trova però ormai di­ver­si osta­co­li in Ita­lia e in tutto l’Oc­ci­den­te è oggi in dif­fi­col­tà. E i con­fi­ni del suo con­sen­so sono strut­tu­ral­men­te li­mi­ta­ti, pro­prio per via di quel­la crisi di ege­mo­nia che ha ra­gio­ni sto­ri­che pro­fon­de nei som­mo­vi­men­ti del si­ste­ma-mondo: l’u­ni­ver­sa­li­smo glo­ba­liz­za­to­re pro­gres­si­sta e tec­no­cra­ti­co, che è stato ege­mo­ne sul piano in­tel­let­tua­le per una lunga fase, ha ri­dot­to la quota di ri­sor­se a di­spo­si­zio­ne delle clas­si medie e della pic­co­la bor­ghe­sia d’Oc­ci­den­te, oltre che delle clas­si su­bal­ter­ne scon­fit­te, ed è dun­que per­ce­pi­to come si­no­ni­mo di im­pau­pe­ri­men­to e li­vel­la­men­to so­cia­le. In un paese come il no­stro, ol­tre­tut­to sto­ri­ca­men­te assai fram­men­ta­to e se­gna­to da una de­com­po­si­zio­ne mar­ce­scen­te delle ag­gre­ga­zio­ni e delle iden­ti­tà so­cia­li, è molto più fa­ci­le al­lo­ra in­ter­pre­ta­re il me­de­si­mo pro­get­to bo­na­par­ti­sta post­mo­der­no, ossia la me­de­si­ma esi­gen­za di con­cen­tra­zio­ne del po­te­re, in una pro­spet­ti­va aper­ta­men­te di de­stra e se­con­do la chia­ve par­ti­co­la­ri­sta. E cioè, come si di­ce­va, ca­val­can­do l’im­me­dia­tez­za e ap­pel­lan­do­si a sem­pli­ci quan­to im­pro­ba­bi­li va­lo­ri tra­di­zio­na­li in un range di pos­si­bi­li­tà che va dal li­be­ral­con­ser­va­to­ri­smo al po­pu­li­smo-so­vra­ni­smo. Si trat­ta di due stra­de di­ver­se, cer­ta­men­te, e tra le quali è ne­ces­sa­rio di­stin­gue­re, per­ché una è più im­me­dia­ta­men­te pe­ri­co­lo­sa del­l’al­tra. Ma di due stra­de che con­du­co­no en­tram­be a sca­val­ca­re la de­mo­cra­zia mo­der­na e alle quali è ne­ces­sa­rio con­trap­por­re un’al­ter­na­ti­va che que­sta mo­der­ni­tà de­mo­cra­ti­ca cer­chi in­ve­ce di ri­co­strui­re nelle con­di­zio­ni nuove.

Il me­de­si­mo di­scor­so va però fatto so­prat­tut­to per quan­to ri­guar­da le que­stio­ni in­ter­na­zio­na­li, dalle quali come ab­bia­mo visto sca­tu­ri­sco­no i veri pe­ri­co­li di fa­sci­stiz­za­zio­ne. In que­sto am­bi­to però, an­co­ra una volta, il cen­tro­si­ni­stra e il cen­tro­de­stra o la de­stra e anche i po­pu­li­sti-so­vra­ni­sti, come espres­sio­ni di­ver­se di fra­zio­ni di­ver­se del­l’e­ge­mo­nia li­be­ra­le, non pre­sen­ta­no po­si­zio­ni di­ver­se per­ché si iden­ti­fi­ca­no to­tal­men­te con l’Oc­ci­den­te e con la di­fe­sa del suo pri­ma­to ma­te­ria­le e mo­ra­le con­tro il mondo degli asia­ti­ci che at­ten­ta­no alla no­stra ci­vil­tà e al no­stro be­nes­se­re, fa­cen­do anzi a gara a chi que­sta fede oc­ci­den­ta­li­sta me­glio rap­pre­sen­ta.

Per gran parte del No­ve­cen­to l’Oc­ci­den­te è stato im­pe­gna­to a con­tra­sta­re il pro­ces­so di de­co­lo­niz­za­zio­ne e di co­stru­zio­ne uni­ver­sa­le e con­di­vi­sa del ge­ne­re umano e que­sto obiet­ti­vo è an­co­ra oggi at­tua­le. A de­co­lo­niz­za­zio­ne av­ve­nu­ta, esso si pre­sen­ta però ai no­stri gior­ni non nella forma dei sin­go­li im­pe­ria­li­smi e della loro com­pe­ti­zio­ne ma come fron­teg­gia­men­to uni­ta­rio della Gran­de Con­ver­gen­za del mondo ex­traeu­ro­peo e come ne­ces­si­tà di rin­sal­da­re l’al­lean­za atlan­ti­ca dei “bian­chi” (com­pre­si co­lo­ro che sono stati ri­co­no­sciu­ti tali in­di­pen­den­te­men­te dal co­lo­re della pelle). Ope­ran­do a par­ti­re da que­sto nu­cleo una ma­ni­po­la­zio­ne con­ti­nua dei con­fi­ni dello Spa­zio Sacro della li­ber­tà, ossia del Mondo Li­be­ro, del mondo che con­di­vi­de i va­lo­ri delle de­mo­cra­zie in stile oc­ci­den­ta­le, della Ci­vil­tà in op­po­si­zio­ne al mondo cao­ti­co del di­spo­ti­smo e della bar­ba­rie con­te­sta­tri­ce dei di­rit­ti umani. E sal­va­guar­dan­do que­sti con­fi­ni dalla mi­nac­cia co­sti­tui­ta dal­l’Al­tro tra­mi­te ope­ra­zio­ni di coop­ta­zio­ne se­let­ti­va e/o di esclu­sio­ne di co­lo­ro che di volta in volta ri­ce­vo­no il ri­co­no­sci­men­to come po­po­li li­be­ri quan­do al do­mi­nio oc­ci­den­ta­le di­mo­stra­no di es­se­re fun­zio­na­li o se lo ve­do­no ne­ga­to o re­vo­ca­to quan­do per tale do­mi­nio sono inu­ti­li o dan­no­si. Ma que­sto di­spo­si­ti­vo del­l’im­pe­ria­li­smo con­tem­po­ra­neo – che pro­du­ce il vero stato d’ec­ce­zio­ne e dun­que la vera fonte del ri­schio di fa­sci­smo e che gra­zie a un dram­ma­ti­co er­ro­re stra­te­gi­co di Mosca ve­dia­mo al­l’o­pe­ra in que­sti mesi nel con­flit­to tra l’Oc­ci­den­te a guida sta­tu­ni­ten­se e la Rus­sia per in­ter­po­sta Ucrai­na – non co­sti­tui­sce un di­scri­mi­ne bensì un ter­re­no co­mu­ne per i di­ver­si sog­get­ti po­li­ti­ci, i quali si ri­co­no­sco­no tutti nel su­pre­ma­ti­smo oc­ci­den­ta­le e in esso tro­va­no oc­ca­sio­ne di le­git­ti­ma­zio­ne, in­si­der o ou­tsi­der che siano. Così che se que­sto in­ten­to co­mu­ne vale già per i li­be­ra­li e Casa Pound – un’or­ga­niz­za­zio­ne ex­tra­par­la­men­ta­re di­chia­ra­ta­men­te fa­sci­sta che ha ben com­pre­so la posta in gioco e giu­sta­men­te si stu­pi­sce della messa sotto ac­cu­sa di un pro­prio mi­li­tan­te, par­ti­to mer­ce­na­rio per di­fen­de­re sul ter­re­no que­gli stes­si va­lo­ri oc­ci­den­ta­li per i quali il par­la­men­to re­pub­bli­ca­no bor­ghe­se ha in­via­to a Ze­len­sky le armi –, vale a mag­gior ra­gio­ne per i li­be­ra­li e Me­lo­ni; la quale e già an­da­ta ad ac­cre­di­tar­si pres­so tutti gli or­ga­ni­smi sta­tu­ni­ten­si e so­vra­na­zio­na­li che ri­la­scia­no la pa­ten­te di ade­sio­ne ai va­lo­ri atlan­ti­ci e che a fa­vo­re di quel­l’in­vio di armi ha vo­ta­to as­sie­me al cen­tro­si­ni­stra, ai li­be­ral­de­mo­cra­ti­ci e a quasi tutti co­lo­ro che la ac­cu­sa­no di no­stal­gia del fa­sci­smo e le in­ti­ma­no di cam­bia­re il sim­bo­lo del pro­prio par­ti­to.

6. Fuori dalla pro­pa­gan­da: li­be­ra­li­smo as­so­lu­to e fa­sci­smo

Anche per que­sta via tro­via­mo un’ul­te­rio­re con­fer­ma delle ri­fles­sio­ni fatte sopra. Le ac­cu­se pro­pa­gan­di­sti­che di “fa­sci­smo” con le quali il campo li­be­ral­de­mo­cra­ti­co cerca di de­le­git­ti­ma­re le de­stre sono inef­fi­ca­ci non solo per­ché, come ab­bia­mo visto, sba­glia­no ber­sa­glio, e cioè per­ché non col­go­no la na­tu­ra del con­sen­so degli av­ver­sa­ri, che non nasce da un’o­sti­li­tà di prin­ci­pio al li­be­ra­li­smo e da un de­si­de­rio di dit­ta­tu­ra ma da una pro­fon­da crisi so­cia­le che per varie ra­gio­ni le de­stre me­glio in­ter­cet­ta­no. Sono sba­glia­te anche sul piano con­cet­tua­le, in quan­to non col­go­no la so­stan­za di ciò che il fa­sci­smo è stato sto­ri­ca­men­te e di cosa esso può es­se­re oggi. E ven­go­no for­mu­la­te non alla luce di un an­ti­fa­sci­smo au­ten­ti­co ma del suo sur­ro­ga­to at­tua­le, ossia di un an­ti­fa­sci­smo me­ra­men­te re­to­ri­co che fi­ni­sce per na­scon­de­re l’u­ni­co vero ri­schio odier­no di fa­sci­smo: se­con­do l’“an­ti­fa­sci­sti­smo” stru­men­ta­le di­rit­tu­ma­ni­sta di­ve­nu­to falsa co­scien­za del pri­ma­to mo­ra­le e del di­rit­to so­vra­no ed esclu­si­vo alla guer­ra da parte delle de­mo­cra­zie oc­ci­den­ta­li a guida sta­tu­ni­ten­se.

Se però il fa­sci­smo è in­te­so in que­sto modo, nel senso della teo­ria del to­ta­li­ta­ri­smo e cioè nel senso del­l’al­ter­na­ti­va ar­ti­fi­cio­sa e ideo­lo­gi­ca tra di­spo­ti­smo eter­no e li­ber­tà li­be­ra­le – un’al­ter­na­ti­va per cui tutto ciò che non è ascri­vi­bi­le al­l’Oc­ci­den­te e alla li­be­ral­de­mo­cra­zia è di­spo­ti­co e fa­sci­sta per de­fi­ni­zio­ne, in pri­mis la Rus­sia e la Cina, men­tre fa­sci­sta non è pro­prio chi si ar­ro­ga il di­rit­to di ri­dur­re il mondo alla pro­pria mercé e di stran­go­la­re o ag­gre­di­re gli altri –, Me­lo­ni, non ha nes­su­na ra­gio­ne per non ade­ri­re a que­sto “an­ti­fa­sci­smo” stru­men­ta­le o a que­sto “an­ti­fa­sci­sti­smo”, che è fun­zio­na­le alla ri­co­lo­niz­za­zio­ne del mondo, e non avrà dif­fi­col­tà nem­me­no nel con­vin­ce­re pe­da­go­gi­ca­men­te la pro­pria base più no­stal­gi­ca. Ciò che Me­lo­ni non potrà mai rin­ne­ga­re è in­ve­ce la na­tu­ra reale del fa­sci­smo come mo­vi­men­to rea­zio­na­rio di massa che si pone in con­trap­po­si­zio­ne alla ri­vo­lu­zio­ne de­mo­cra­ti­ca in­ter­na­zio­na­le e cioè al pro­ces­so di eman­ci­pa­zio­ne delle clas­si su­bal­ter­ne nel suo nesso con il pro­ces­so di de­co­lo­niz­za­zio­ne e di co­stru­zio­ne uni­ver­sa­le e con­di­vi­sa del ge­ne­re; una con­trap­po­si­zio­ne che nel­l’e­po­ca del so­cia­li­smo pos­si­bi­le in Eu­ro­pa e della lotta delle po­ten­ze per le co­lo­nie non po­te­va che espri­mer­si nelle forme mi­li­ta­ri della vio­len­za squa­dri­sta e della guer­ra di con­qui­sta in­traeu­ro­pea ma che oggi si espri­me an­zi­tut­to nel pro­get­to neoim­pe­ria­li­sta sta­tu­ni­ten­se pro­mos­so tra­mi­te le guer­re della Nato. Que­sta so­stan­za del fa­sci­smo – alla quale pos­sia­mo solo spe­ra­re che la Rus­sia non abbia fatto un fa­vo­re –, nem­me­no il li­be­ra­li­smo odier­no potrà mai rin­ne­gar­la fino in fondo, però, per­ché la al­ber­ga nel pro­prio seno.

C’è un se­gre­to im­pro­nun­cia­bi­le in co­mu­ne tra i li­be­ra­li e Me­lo­ni, al­lo­ra. C’è un’af­fi­ni­tà di fondo che la be­ne­di­zio­ne “fem­mi­ni­sta” di Hil­la­ry Clin­ton aiuta a met­te­re a fuoco. Tanto più che anche Mario Dra­ghi ha di­chia­ra­to alla pla­tea ri­mi­ne­se di Co­mu­nio­ne e Li­be­ra­zio­ne di es­se­re «con­vin­to che il pros­si­mo go­ver­no, qua­lun­que sia il suo co­lo­re po­li­ti­co, riu­sci­rà a su­pe­ra­re quel­le dif­fi­col­tà che oggi ap­pa­io­no in­sor­mon­ta­bi­li», an­nun­cian­do così il via li­be­ra da parte dell’esta­blish­ment. Nel­l’e­po­ca in cui il nuovo pre­mier in­gle­se Liz Truss può ri­ven­di­ca­re il «do­ve­re» di pre­me­re il pul­san­te nu­clea­re af­fer­man­do con or­go­glio di es­se­re «pron­ta» a farlo, dove si trova il vero fa­sci­smo? È suf­fi­cien­te in que­sto con­te­sto che Me­lo­ni renda un po’ più espli­ci­ta la do­man­da di iscri­zio­ne al club dei pari, ri­mar­can­do me­glio la pro­pria fe­del­tà ai va­lo­ri oc­ci­den­ta­li e atlan­ti­ci (pur se in una de­cli­na­zio­ne in chia­ve più so­vra­ni­sta e scio­vi­ni­sta), e avrà pre­sto piena cit­ta­di­nan­za, oltre alla sim­pa­tia dei media, dello stes­so li­be­ra­li­smo de­mo­cra­ti­co ita­lia­no e forse un gior­no per­si­no del “New York Times”. E a quel punto potrà tran­quil­la­men­te esal­ta­re e pra­ti­ca­re il vero pos­si­bi­le fa­sci­smo dei no­stri gior­ni, unen­do­si alla Santa Cro­cia­ta del Mondo Li­be­ro con­tro le dit­ta­tu­re che mi­nac­cia­no la de­mo­cra­zia e i di­rit­ti umani e tro­van­do in que­sta im­pre­sa una vasta com­pa­gnia di “ca­me­ra­ti”.

È ne­ces­sa­rio, per­ciò, non cre­de­re trop­po alle trap­po­le pro­pa­gan­di­sti­che della guer­ra tra le fra­zio­ni del par­ti­to li­be­ra­le e dei ceti pro­prie­ta­ri, so­prat­tut­to in cam­pa­gna elet­to­ra­le. Ed è ne­ces­sa­rio anche un au­to­no­mo re­vi­sio­ni­smo sto­ri­co di si­ni­stra, che la­vo­ri per ri­bal­ta­re il senso co­mu­ne. Al­l’op­po­sto di quan­to viene so­ste­nu­to nel di­scor­so do­mi­nan­te, non c’è nes­su­na af­fi­ni­tà o con­ti­nui­tà to­ta­li­ta­ria e an­ti­li­be­ra­le o an­ti­de­mo­cra­ti­ca tra so­cia­li­smo e fa­sci­smo, ne­mi­ci ne­ces­sa­ri per­ché fi­lo­so­fi­ca­men­te e an­tro­po­lo­gi­ca­men­te in­con­ci­lia­bi­li. Ed esi­ste in­ve­ce af­fi­ni­tà e con­ti­nui­tà sto­ri­ca e con­cet­tua­le tra il fa­sci­smo e il li­be­ra­li­smo as­so­lu­to e cioè privo di li­mi­ti, il quale in fa­sci­smo può tra­sfor­mar­si o il fa­sci­smo può ge­ne­ra­re per la ge­stio­ne dello stato d’ec­ce­zio­ne e che sem­bra oggi in­cli­ne a non scar­ta­re que­sta op­zio­ne pur di re­go­la­re una volta per tutte la que­stio­ne co­lo­nia­le. Ecco al­lo­ra che non solo la sto­ria della de­mo­cra­zia mo­der­na ma anche la sto­ria della pace nel mondo ap­pa­re in una luce di­ver­sa da quel­la nella quale è stata scrit­ta negli ul­ti­mi de­cen­ni, per­ché an­ch’es­sa si ri­ve­la in­scin­di­bi­le dalla sto­ria del mo­vi­men­to so­cia­li­sta e dalla sua ca­pa­ci­tà di porre li­mi­ti al li­be­ra­li­smo e sal­var­lo da se stes­so. Ren­den­do­lo au­ten­ti­ca­men­te “li­be­ra­le” nel senso che da­va­mo a que­sta pa­ro­la prima del neo­li­be­ra­li­smo – e cioè nel senso di quel li­be­ra­li­smo che si co­niu­ga real­men­te con la de­mo­cra­zia al­l’in­ter­no delle na­zio­ni e tra esse – e ren­den­do im­pos­si­bi­le a monte, in tal modo, qual­sia­si forma di fa­sci­smo, vec­chio o nuovo che sia.

Pur­trop­po, però – e per con­clu­de­re –, non esi­ste più o non esi­ste an­co­ra in Ita­lia una si­ni­stra au­to­no­ma che sia in grado di farsi ca­ri­co di que­sti pro­ble­mi di così vasta por­ta­ta. La­ce­ra­ta in trop­pe e mi­nu­sco­le or­ga­niz­za­zio­ni au­to­re­fe­ren­zia­li e assai con­fu­sa sul piano teo­ri­co, come è ine­vi­ta­bi­le che sia in una fase di di­sgre­ga­zio­ne delle iden­ti­tà di clas­se e di ri­ti­ra­ta, quel poco che di essa ri­ma­ne – ossia quel poco che è ri­ma­sto a si­ni­stra e non ha as­se­con­da­to lo slit­ta­men­to a de­stra com­ples­si­vo del qua­dro po­li­ti­co sulla scor­ta dei nuovi rap­por­ti di forza tra le clas­si – non ha preso ben co­scien­za della ne­ces­si­tà di dar vita a un pro­ces­so di con­ver­gen­za or­ga­niz­za­ti­va e di ri­con­nes­sio­ne con i con­flit­ti so­cia­li che uni­sca ciò che è stato di­vi­so. E sem­bra in grado di mo­bi­li­tar­si e tro­va­re una par­zia­le unità mo­men­ta­nea sol­tan­to in oc­ca­sio­ne delle ele­zio­ni, senza però aver prima fatto quel com­pli­ca­to e fa­ti­co­so la­vo­ro di lunga du­ra­ta che po­treb­be darle un mi­ni­mo di coe­sio­ne e di ra­di­ca­men­to. Così che, al di là delle oc­ca­sio­ni con­tin­gen­ti, è de­sti­na­ta ad an­da­re sem­pre di nuovo in pezzi e a ri­co­min­cia­re a li­ti­ga­re. La­scian­do­ci pri­gio­nie­ri della no­stra tra­ge­dia po­li­ti­ca e del ter­ri­bi­le ri­cat­to che ne con­se­gue: dover sce­glie­re, da spet­ta­to­ri im­po­ten­ti, tra un li­be­ra­li­smo uni­ver­sa­li­sta che de­co­ra di va­lo­ri pro­gres­si­sti e con la re­to­ri­ca dei di­rit­ti umani e del­l’an­ti­fa­sci­smo la con­cen­tra­zio­ne del po­te­re nelle mani delle clas­si do­mi­nan­ti e la loro vo­lon­tà di guer­ra glo­ba­le; e un li­be­ra­li­smo par­ti­co­la­ri­sta che per­se­gue un pro­get­to di dee­man­ci­pa­zio­ne non di­ver­so ma che, nella sua roz­zez­za, non pos­sie­de nem­me­no que­ste ac­cor­tez­ze for­ma­li e fi­ni­sce ine­vi­ta­bil­men­te per ri­sul­ta­re an­co­ra più pe­ri­co­lo­so.


* Fonte: “Dialettica e Filosofia”, settembre 2022. Questo testo è stato pensato e scritto su richiesta di una rivista tedesca. Ciò spiega la presenza di alcune spiegazioni che possono essere ovvie e scontate per un lettore italiano. L’analisi sviluppata prescinde inoltre da quelli che sono stati i risultati effettivi delle elezioni italiane del 25 settembre, visto che i riferimenti all’attualità più contingente sono solo un punto d’appiglio per un ragionamento più ampio

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Di L.M.

Appassionato sin da giovanissimo di geopolitica, è attivo nei movimenti studenteschi degli anni novanta. Militante del Prc, ha ricoperto cariche amministrative nel comune di Casteldelci e nella C.M. Alta Valmarecchia. Nel 2011 crea il blog Ancora fischia il vento.

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