Vincenzo Comito

Alcune grandi compagnie come Apple, Google e Amazon stanno spostando produzioni in Vietnam e India dalla Cina ma il processo di decoupling va lento e presenta spinte in senso contrario. L’Europa si allinea agli Usa ma grandi aziende tedesche continuano a investire nel paese asiatico.

Il decoupling

Ormai la lotta per l’egemonia tra gli Stati Uniti e la Cina è la questione principale che si pone a livello economico, militare, politico, tecnologico, a livello mondiale. E’ in tale quadro che da qualche anno, e con una crescente intensità negli ultimi mesi, si discute molto della possibile separazione – o decoupling – tra l’economia cinese e quella statunitense e, almeno per alcuni versi, di quella più generale tra i paesi occidentali e il gigante asiatico. Sull’argomento c’è però un grande livello di confusione. Il testo che segue cerca di fare in qualche modo il punto su un tema certamente molto complesso da interpretare, centrando l’attenzione in particolare sul caso degli investimenti europei. 

Quanto appare reale la tendenza al decoupling?   

La guerra in Ucraina, il Covid e la decisione cinese di privilegiare la lotta alla malattia rispetto allo sviluppo economico hanno portato a rotture parziali delle catene di fornitura globali, in particolare in alcuni settori a partire da quello dell’auto, e a ritardi nelle consegne di merci, oltre all’intasamento dei porti e così via, nonché soprattutto ad una rinnovata volontà statunitense, peraltro già avviata ai tempi di Trump,  di contrastare a tutti i costi la crescita economica e tecnologica cinese. Bisogna ricordare anche il fatto che negli ultimi dieci anni i salari degli operai cinesi sono aumentati di tre volte, ciò che per le imprese pesa spesso molto. 

Tutto questo sembra spingere verso il fenomeno che con linguaggio inventivo si definisce come decoupling, con le sue varianti di reshoring (di ritorno a casa), di friendshoring (di catene di fornitura limitate ai paesi politicamente amici), di nearshoring (in questo caso di catene di fornitura portate quanto più vicino possibile a casa), abbandonando i grandi legami economici con la Cina. I media fungono da cassa di risonanza di tutta la questione. Ma è molto più facile a dirsi che a farsi. 

Il paese asiatico presenta punti di forza difficilmente replicabili, e se replicabili comunque solo in un arco temporale molto lungo e con grandi investimenti. Tra questi atout bisogna ricordare una fittissima rete di fornitori che copre pressochè tutti i settori (tra l’altro, la concentrazione dei fornitori in distanze ristrette riduce i costi di trasporto e spedizione e rende più facile riparare le parti difettose), una presenza pervasiva di infrastrutture modernissime ed efficienti di tutti i tipi, una logistica che funziona ai massimi livelli, la presenza di capacità produttive impeccabili, con una manodopera abbondante e addestrata, una vasta disponibilità di materie prime; tutto questo fa sì che, come sottolineano alcuni autori (Trivedi, Ren, 29022), il dominio del paese sull’economia mondiale, e in particolare sulle manifatture, non cambierà presto.

D’altro canto il mercato cinese tende ad essere il più importante e attraente del mondo in quasi tutti i settori, dall’auto al lusso, dai semiconduttori alle dettare alimentari, sia a livello di vendite che di tassi di profitto per le imprese tanto che avere una presenza produttiva in Cina è considerato molto importante per ottenere un accesso adeguato a quell’enorme mercato.

Così il valore aggiunto manufatturiero vede nel 2019 la Cina primeggiare nel mondo con circa 4.100 miliardi di dollari, con gli Stati Uniti che segue a molta distanza con circa 2.300 miliardi e l’UE a 28 con circa 2500 (Bricco, 2022). 

Bisogna considerare che qualcosa si sta muovendo. Si segnala ad esempio che diverse imprese operanti nell’alta tecnologia stanno portando via una parte delle loro produzioni dalla Cina. Apple e Google sposteranno una quota sia pure ridotta della produzione dei nuovi smartphone (25% per la Apple) in Vietnam e in India; la Microsoft sta ora producendo le sue console in Vietnam, mentre Amazon ha spostato alcune produzioni tv in India; Foxconn sta espandendo le sue fabbriche in Vietnam (Wakabayashi, Mickle, 2022). 

Intanto la Camera di Commercio Europea in Cina mostra un rilevante pessimismo sul paese, citando tra l’altro il pesante intervento di Xi sulle imprese locali più importanti, in particolare su quelle operanti nel settore delle alte tecnologie, nonchè le draconiane chiusure, sia pure temporanee, di molte grandi città, a partire da Shangai (il lockdown di tale città è stato un vero shock per le imprese straniere e per l’economia globale) e le misure di restrizione dei viaggi in seguito al Covid, ciò che rende impossibile visitare il paese (Yuan Yang, Mitchell, 2022). 

Si parla di alternative alla Cina quali il Vietnam, che sta registrando certamente un guadagno di popolarità e di insediamenti esteri, ma il paese dipende dalla Cina per la fornitura di molti materiali e semilavorati, quindi cade facilmente preda di mancanza di componenti e presenta ad oggi grandi lacune nella sua struttura produttiva e infrastrutturale (The Economist, 2022). I tempi di consegna cinesi sono in genere imbattibili. Quello che sta succedendo è in realtà che numerose imprese stanno cercando un secondo sbocco, adottando la politica cosiddetta “China plus one”, che serve anche a saggiare il terreno per eventuali future diversificazioni di maggiore importanza.

Per altro verso, per restare ancorati ai fatti, bisogna sottolineare che gli investimenti diretti esteri in Cina, dopo aver toccato livelli molto elevati negli ultimi anni (284 miliardi di dollari nel 2020 e 322 miliardi nel 2021; fonte Unctad), nei primi otto mesi del 2022 sono ancora aumentati di circa il 20%.

Certo, purtuttavia Trump e ora ancora di più Biden hanno portato avanti una macchina anticinese che difficilmente si fermerà del tutto. Le recenti decisioni del presidente americano sul fronte della componentistica e dell’auto elettrica indicano che per gli Stati Uniti si tratta ormai di una guerra a tutto campo. Ma, da una parte, cambiamenti seri nelle catene di fornitura globale richiedono parecchio tempo e grandi investimenti per essere portati a buon fine, dall’altra, diversi paesi alleati che il presidente Usa vuole arruolare nella sua crociata sono piuttosto riluttanti, mentre lo sono ancora di più le grandi imprese, statunitensi e non, sempre molto interessate, et pour cause, alla Cina. Inoltre non bisogna trascurare il fatto che il paese asiatico sta facendo progressi veloci nei semiconduttori e nelle altre tecnologie. 

Alla fine appare probabile che si passi progressivamente da una forma molto selettiva di decoupling a una separazione più larga, ma solo sino ad un certo punto e su un orizzonte temporale piuttosto lungo (Lewis, 2022). 

Da una parte l’inflazione occidentale, la carenza di materie prime e altri fattori stanno spingendo negli ultimi mesi diverse imprese occidentali a guardare di nuovo con interesse alla Cina, dall’altra e per altro verso, vista la crescente ostilità occidentale, nel paese asiatico si sta pensando ad una politica che miri ad una crescente autosufficienza del paese. Un quadro molto complesso.  

L’andamento degli investimenti europei in Cina

Cerchiamo a questo punto di porre l’attenzione su di un caso particolare: quello dei rapporti economici, e in particolare degli investimenti diretti, tra Unione Europea e Cina. Assistiamo a qualche forma di decoupling dei paesi del nostro continente rispetto a quello asiatico?

Ricordiamo a livello generale come nell’ultimo periodo la Cina e gli Stati Uniti si contendano il primo posto nel mondo come paesi di destinazione degli investimenti diretti esteri (nel 2020 e 2021, hanno rappresentato insieme il 43-44% del totale mondiale, con i due attori che si alternano al comando della classifica) (Unctad, 2022).

Per quanto riguarda gli investimenti diretti europei in Cina, appaiono oggi concentrati sia a livello di settori, che a livello di imprese, che, infine, di paesi. In relazione alla prima questione li ritroviamo soprattutto nell’automotive, nell’alimentare, nella farmaceutica, nelle biotecnologie, nella chimica, che insieme tendono a pesare nell’ultimo periodo intorno al 70% del totale. Sono invece scarsamente rappresentati i servizi. Mentre rappresentano in generale il 53% del Pil cinese, gli investimenti diretti europei nel settore, rispetto a quelli totali, si collocano soltanto intorno al 7% (Kratz, Barkin, Dudley, 2022). 

A livello di specifici paesi, tra il 2020 e il 2021 quattro paesi Germania, Gran Bretagna, Francia e Olanda) rappresentavano insieme circa il 90% del totale. In maggior dettaglio, se consideriamo il solo 2021 si registra soprattutto la preminenza della Germania (in effetti, il 46% degli investimenti proveniva dal paese teutonico), il 20% dalla Gran Bretagna, il 13% dall’Olanda, il 10% dalla Francia e il resto dal resto dell’Europa. L’Italia si colloca nelle retroguardie, confermando il suo ruolo storicamente marginale nel paese asiatico, uno dei tanti fattori di debolezza del paese (GT staff reporters, 2022, a). 

Le prime 10 imprese europee che hanno investito in Cina pesavano di recente per circa l’80% del totale. Questo indica, indirettamente, che i grandi investimenti sono originati da alcune importanti imprese già presenti nel paese da tempo.

Gli investimenti europei sono diventati più concentrati con il tempo sia a livello di settori, che di paesi, che di imprese. Così, ad esempio, a livello di imprese nel periodo 2008-2017 le prime dieci rappresentavano in media il 49% del totale, contro l’80% dell’ultimo periodo. I primi cinque settori citati adesso pesano per il 70% del totale contro il 57% del periodo 2008-2012. Comunque, quello dell’auto rappresenta circa un terzo di tutti gli investimenti. Infine, mentre i primi quattro paesi rappresentano oggi l’89% del totale, essi nel periodo 2008-2017 pesavano per il 69% (Kratz, Barkin, Dudley, 2022).

Tre grandi imprese dell’auto e una chimica, tutte tedesche (BMW, Volkswagen, Daimler, BASF), rappresentano il 34% di tutti gli investimenti nel periodo 2018-2021. 

Si tratta, per quanto riguarda i paesi dell’UE, per la gran parte di investimenti greenfield, cioè di nuovi investimenti produttivi, mentre le acquisizioni di imprese locali sono molto scarse. Così quelli grenfield rappresentano oggi i due terzi del totale, contro il fatto che a livello globale invece le acquisizioni costituiscono una fetta molto più importante degli investimenti diretti totali (Unctad, 2022).

Un’altra caratteristica che va segnalata è quella che la Cina registra sempre meno nuove imprese che entrano nel paese, basandosi la gran parte dell’attività su quelle già presenti da tempo in loco. Questo fatto potrebbe essere collegato allo scoppio della pandemia nel 2020 e alla politica di zero-covid del governo, o invece rappresentare un fatto strutturale. Lo si vedrà solo nei prossimi anni.

Nei primi otto mesi del 2022 gli investimenti diretti europei in Cina sono aumentati del 123,7% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Certo, si tratta di una questione straordinaria, legata ad un paio di grossi investimenti da parte di alcune imprese (in particolare uno da 10 miliardi di dollari della tedesca BASF, mentre la Merck ha annunciato di recente il completamento di un nuovo importante impianto produttivo), ma questo indica comunque che il trend appare lontano dall’essersi esaurito. 

Da qualche parte si pensa infatti, ragionevolmente, che gli investimenti in Cina da parte delle imprese europee continueranno ad essere rilevanti, ma che tenderanno a concentrarsi sui settori dei veicoli e dei prodotti di consumo, mentre in quelli ad alta tecnologia, che presentano elevati rischi politici, gli investimenti potrebbero in effetti rallentare.  

D’altro canto negli ultimi mesi si registra un nuovo e imprevisto interesse per la Cina (GT staff reporters, 2022, b) dati gli alti costi e la ridotta disponibilità di energia, nonché la carenza di materie prime, le rotture nelle catene di fornitura per la guerra in Ucraina e infine l’inflazione: tutti fattori negativi che tendono a caratterizzare il panorama dei paesi europei. Il trend appare evidente nei settori della chimica organica, dell’impiantistica meccanica ed elettronica, dei componenti per auto e comunque in quelli energivori ed in quelli ad alta tecnologia. E poi si è più vicini al mercato di sbocco cinese, ormai il più importante al mondo per la gran parte dei settori.

Conclusioni

Affermare che stiamo assistendo ad un forte sviluppo del processo di decoupling tra il mondo occidentale (con gli Stati Uniti come convinta guida) e la Cina appare per molti versi lontano dalla realtà; gli ultimi dati indicano ancora una rilevante crescita dei rapporti economici tra i due blocchi. Ma la fortissima spinta politica del governo americano, seguito in misura più o meno convinta dai suoi alleati, potrebbe portare ad una rilevante crescita del fenomeno nel tempo, tanto più che la Cina, di fonte anche alla ormai palese ostilità occidentale, pur tentando di contrastare il fenomeno, sta plausibilmente cercando di rendersi comunque quanto più possibile autonoma dal blocco avverso. Ostano allo sviluppo del processo di separazione, per altro verso, la riluttanza di diversi paesi, nonché l’ostilità di molte grandi imprese occidentali, che riconoscono come la Cina sia diventata il più importante mercato di sbocco in quasi tutti i settori economici, mentre rappresenta di gran lunga l’anello più importante e più efficiente della gran parte delle catene di fornitura. Paradossalmente, gli sviluppi degli ultimi mesi, dall’inflazione, alla guerra in Ucraina, alla carenza di materie prime, sembrano spingere verso una nuova ed ulteriore centralità del paese asiatico.

Il futuro appare comunque quanto mai incerto.

Il caso europeo mostra, pur con delle particolarità, un allineamento abbastanza fedele con il quadro sopra indicato.  

Testi citati nell’articolo

-Bricco P., L’America ricerca i suoi anni verdi persi nel deserto manufatturiero, Il Sole 24 Ore, 14 settembre 2022 

-Global Times staff reporters, European FDI into China show “resilience, concentration”, defies decoupling calls, www.globaltimes.cn,  23 settembre 2022, a

-Global Times staff reporters, European companies lean toward chinese market as demand for sustainable shipments grow amid global turbulences, www.globaltimes.cn, 20 settembre 2022, b

-Kratz A., Barkin N., Dudley L., The chosen few: a fresh look at european FDI in China, www.rhg.com, 14 settembre 2022

-Lewis L., The US and China are decoupling, but not as fast as you think, www.ft.com, 7 agosto 2022

The Economist, Chain reaction, 24 settembre 2022

-Trivedi A., Ren S., Commentary : Good luck trying to take away China’s manufacturing mojo, www.channelnewsasia.com, 26 agosto 2022

-Unctad, World Investment Report, Unctad, Ginevra, 2022

-Wakabayashi D., Micide T., Tech companies slowly shift production away from China, www.nytimes.com, 1 settembre 2022

-Yuan Yang, European businesses forced to “reduce, localise and silo” in China, www.ft.com, 22 settembre 2022

Di L.M.

Appassionato sin da giovanissimo di geopolitica, è attivo nei movimenti studenteschi degli anni novanta. Militante del Prc, ha ricoperto cariche amministrative nel comune di Casteldelci e nella C.M. Alta Valmarecchia. Nel 2011 crea il blog Ancora fischia il vento.

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