L’anticipazione del G20 di Bali, con l’incontro tra Joe Biden e Xi Jinping, chiarisce anzitutto un fatto: il mondo che viene e che verrà si proietta verso un ritorno alla polarizzazione di grandi agglomerati economici, militari e politici geopoliticamente continentali ma con le mire puntate su tutte le zone contenibili del pianeta in quanto ad egemonia finanziaria, sfruttamento delle risorse primarie, intromissione negli affari degli Stati che resteranno al di fuori della cosiddetta “contesa globale“.

Questo può significare, senza prescindere dagli accadimenti che si susseguono velocissimamente in Ucraina e nell’Est europeo nella sua contiguità, che la Russia verrebbe considerata come potenza di secondo livello, certamente non in grado di competere con Pechino sul piano tecnologico, difficilmente su quello militare, e così pure con il gigante americano che, tuttavia, si avvia a concludere il suo ciclo di superpotenza unica, di gendarme del mondo dopo la caduta del Muro di Berlino e la fine della Guerra fredda.

Non che l’appuntamento del G20 in se e per sé rappresenti tutto questo, quindi un punto di partenza di una rivisitazione degli equilibri tra i grandi Stati emergenti, riemergenti e gli astri nascenti ad Oriente. Ma, indubbiamente, più del vertice che si terrà a Bali in questi giorni, paradigmatica e, dunque, emblematica, rimane la distensione tra Cina e Stati Uniti che è trasparita dallo scambio di cortesie istituzionali e dalle rispettive dichiarazioni dei due presidenti.

Grande assente, la Russia forse sta a guardare, intrappolata in un conflitto che stagna sul fronte del Donbass e arretra su quello meridionale di Kherson e del Dnipro, con un ritorno mediatico che la penalizza e la fa apparire isolata internazionalmente, mentre il voto sulla quinta risoluzione dell’ONU contro la guerra dimostra che l’asse dei tredici paesi che la sostengono (più o meno apertamente) o che la affiancano (con tutte le prudenze del caso) non scricchiola affatto.

Bielorussia, Repubblica Centrafricana, Cuba, Repubblica democratica di Corea, Eritrea, Etiopia, Iran, Mali, Nicaragua, Siria e Zimbabwe respingono la risoluzione e altri 73 paesi si astengono sulla medesima. Il che significa che, fatti i conti sulla popolazione mondiale che questi paesi rappresentano, circa sei miliardi di persone sono rappresentate da governi che non condannano l’invasione dell’Ucraina così come vorrebbero, capofila tra tutti, gli Stati Uniti d’America.

E siccome stiamo scrivendo di nuove dinamiche mondiali, di nuove polarizzazioni di grandi interessi economici e finanziari, di un rimescolamento delle carte liberiste tanto ad Ovest quanto ed Est, anche il voto di pochi giorni fa all’ONU fa buon peso sulla bilancia delle considerazioni oggettive sugli schieramenti: la NATO da un lato, storici amici della Russia dall’altro e, in mezzo, una vasta schiera di “non allineati” del nuovo secolo (e millennio) che sono uno spazio contenibile tra i due blocchi.

La Cina, se mettessimo accanto queste prese di posizione, a Bali alle Nazioni Unite, sembrerebbe soffrire di uno strabismo di Venere: un leggerissimo difetto, percettibile nel momento in cui si oppone al dettame americano sulla Russia e, al contempo, dialogando con il commander in chef della Repubblica stellata, apre ad una politica di ricomposizione delle frizioni che si registrano prevalentemente sul “caso Taiwan” e sull’intromissione economica in vasti settori del continente africano.

La fase di apertura della Cina ai capitali stranieri, che si iniziò ad intravedere durante il primo decennio di espansione liberista occidentale (quindi negli anni ’80 del secolo scorso), sembra ormai esaurita, avendo assorbito tutto ciò che era possibile sostenendo investimenti che, con una attenta politica di valorizzazione delle debolezze altrui, sono diventai una ricchezza interna in chiave esportatrice, permettendo a Pechino di acquistare gran parte del debito americano e, quindi, controllando nemmeno tanto indirettamente le mosse del “nemico“.

L’esportazione dei capitali cinesi oggi avviene in direzione di un’Africa dove il neocolonialismo si esprime non più nell’occupazione manu militari di un territorio, bensì rispettandone formalmente l’indipendenza politica ma gestendone i gangli di una economia sempre più subordinata alla tripolarizzazione del mondo che si scorge all’orizzonte non più lontano.

La Russia sulla fascia costiera del Mediterraneo, gli Stati Uniti e la Cina a contendersi le relazioni con i paesi che vivono destabilizzazioni storiche, guerre dimenticate un po’ da tutti e dove, quindi, lo sfruttamento delle fragilità è la cifra di una teorizzazione del sostegno ad una economia africana dove tutto è privato, dove pochissime cose sono riferibili ad una sfera pubblica, ad una sorta di embrionale stato-sociale di cui vi sarebbe tanto bisogno.

Dai racconti che si possono sentire da chi è stato nell’inferno delle guerre tribali, degli scontri interetnici e ha dovuto fare fronte alle centinaia di migliaia di feriti o, anche solo molto più endemicamente, alla povertà assoluta di intere regioni, la prima forma di sussistenza, quella del cibo e quella dell’assistenza sanitaria, è completamente affidata al mercato, al privato senza alcuna distinzione di sorta.

Chi deve ricorrere alle cure mediche deve soltanto sperare di avere i soldi sufficienti per poter completare una terapia. La situazione del continente, ovviamente disomogenea da zona a zona, mostra comunque tratti distinguibili di uniformità nell’impedire l’accesso ai bisogni primari se non dietro il pagamento a privati dell’accesso alle materie prime, all’acqua, alle cure più elementari, al diritto ad una vita che è molto difficile anche definire come mera sopravvivenza.

Cina e Stati Uniti sostengono di voler collaborare per rendere la vita sul pianeta degna di essere vissuta. I cinesi lo fanno nel nome del loro “comunismo di mercato” e “capitalismo di Stato”, mentre gli americani vanno propagandando la nuova teoria della sostenibilità di un liberismo che, proprio grazie all’esempio democratico, scostandolo dalle autarchie e dalle dittature occidentalmente intese (e, del resto, oggettivamente tali) dovebbe ricevere le dovute correzioni per limitare gli eccessi che determinano gli squilibri sociali diffusissimi.

Il G20 di Bali si porrà al centro della scena della salvazione umana (e ambientale), considerando ovviamente una serie di fattori che, trattati con quella vaghezza necessaria all’interpretabilità di tutti e di nessuno, lascerà i rapporti di forza come si stanno ridisegnando oggi: dall’Europa della guerra all’Africa della neocolonizzazione; dal Medio Oriente saccheggiato e in preda a guerre civili tra Siria e Iraq o a monarchie assolute con cui, a differenza dell’autocrazia putiniana, è più che lecito fare petroldollarosi affari.

La Cina è stata costretta, al pari della Russia, ad affrontare le questioni prettamente di politica interna su un terreno internazionale, dettato dalla globalizzazione liberista degli ultimi trent’anni. Il periodo in cui la gendarmeria unilaterale americana ha preso la scena della politica mondiale facendosi alfiera della lotta contro un terrorismo allevato e coltivato per destabilizzare quelle parti del pianeta che rischiavano di diventare egemoni dopo la Guerra fredda.

E’ accaduto l’esatto opposto: il timore di Washington di rivedere l’orso russo rialzarsi per dominare il mondo è stato surclassato dalla prepontente avanzata del gigante cinese sul piano tecnologico, tanto che persino il Giappone – che in questi settori era all’avanguardia – ha dovuto segnare il passo e aprire varchi commerciali con Pechino.

Le relazioni energetiche, unitamente agli sconvolgimenti climatici, hanno poi aumentato il differenziale tra le tre potenze e hanno imposto alla Cina un cambio di passo (molto lento, considerando le proporzioni industriali del drago e la sua estensione anche geografica) in quanto ad emissioni inquinanti.

In questi ultimi decenni, anche Mosca doveva iniziare a scendere a patti con gli effetti della propria “sostenibilità” economica, con una politica di vendita del gas che era l’asse portante della sua economia ma che, inevitabilmente, si portava appresso una serie di contraddizioni. Prima fra tutte la modernizzazione degli impianti di partenza delle forniture e la costruzione di nuovi gasdotti ad iniziare dall’Europa baltica e dalle tratte a ridosso del Mar Nero.

La questione demografica, infine, è di scottante attualità: Guterres si domanda quale futuro saremo in grado di offrire all’otto miliardesimo nascituro sulla Terra.

La risposta non la può dare questo liberismo divoratore di milioni di vite umane all’anno a causa di guerre, fame e indigenza che trascolora nell’iedia permanente, che continua a sfruttare il pianeta uccidendo centinaia di miliardi di animali ogni anno per continuare a sostenere un modello alimentare che impoverisce rapidamente tutto il pianeta e che, sotto il profilo etico dell’antispecismo, è uno dei fallimenti più grandi dell’intelligenza umana.

La risposta non la possono dare né il capitalismo liberista americano in salsa pseudo-democratica, né il partito-Stato cinese e nemmeno la forma autarchico-oligarchica del neozarismo putiniano. Ma la risposta può forse darla il modello europeo di conferederazione anomala di Stati che si uniscono sul monetarismo e che si dividono su valori sociali, su diritti civili e, quindi, si riaggregano nella fedeltà assoluta all’Alleanza atlantica, facendosi nuovamente protesi al di là dell’oceano dello zio Sam?

Forse un’Europa sganciata dalla cieca obbedienza alla NATO e che, parimenti, non guardasse al putinismo come alternativa politica e (in)civile, potrebbe avere qualche possibilità di essere una alternativa credibile alla tripolarizzazione mondiale in corso.

Ma, per ora, rimane un progetto da reinventare, perché se si guarda ai fatti di casa nostra, la lite tra Roma e Parigi sui migranti è ancora tutta da risistemare e ricomporre. Come è possile oggi pensare ad un’Europa democratica, liberale e solidale (quindi tutt’altro che libertaria e sociale…) se i presupposti sono determinati dall’avanza dei nazionalismi conservatori e reazionari?

Che il presente e il fututo del pianeta siano scritti senza un ruolo concreto dell’Europa è l’amara conclusione a cui si addiviene alla fine di queste piccole considerazioni. Che la sinistra europea lavori per dare un contribuito ad un cambiamento radicale è un aspicio su cui tutti, per far sì che sia almeno tale, dobbiamo lavorare senza sentirci schiacciati dalle proporzioni dei nemici che abbiamo tutto intorno.

Di Nardi

Davide Nardi nasce a Milano nel 1975. Vive Rimini e ha cominciato a fare militanza politica nel 1994 iscrivendosi al PDS per poi uscirne nel 2006 quando questo si è trasformato in PD. Per due anni ha militato in Sinistra Democratica, per aderire infine nel 2009 al PRC. Blogger di AFV dal 2014

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