La sinistra italiana smarrita tra polemiche interne e inquietanti vicende di personalismo politico in questo momento sembra aver perduto l’idea della necessità di organizzare una incisiva e coerente opposizione rivolta verso il governo maggiormente (e duramente) spostato a destra nella storia della Repubblica.

Ci si augura (anche con una certa preoccupazione) che rispetto alla manovra economica in arrivo al parlamento si ritrovi almeno una minima capacità d’intervento.

Capacità d’intervento rivolta soprattutto a individuare gli effettivi punti critici sui quali avanzare una “forza della proposta alternativa”.

E’ necessario una visione dell’alternativa che caratterizzi una sinistra moderna in grado di colmare quel deficit di rappresentatività politica che purtroppo caratterizza , dal “nostro” versante, il quadro politico italiano.

Affrontare la questione del lavoro diventa così fondamentale, partendo da un presupposto ineludibile: se il valore aggiunto non decolla non aumenta parallelamente il valore del lavoro.

Troppi lavoretti, troppa precarietà (da non confondere con la flessibilità).

Ormai in Italia la produttività cresce soltanto in settori come i servizi, il commercio, il turismo.

Deve essere presentato un piano di crescita nei settori industriali decisivi (in ispecie la siderurgia che negli USA e in Cina è stata giudicata settore strategico).

Una crescita da avviarsi e realizzarsi attraverso un intervento pubblico programmatorio: un piano industriale inteso quale presupposto di un piano del lavoro complessivo all’interno del quale si affrontino i temi dell’occupazione (stabile) e della crescita dei salari.

L’assenza di una crescita di produttività dell’ industria rappresenta un vero e proprio tallone d’Achille per l’economia italiana e per la condizione materiale di vita per milioni di lavoratori.

L’intero sistema italiano, in base alla rilevazioni di Eurostat, ha un reddito mediano di lavoro, di tutti i tipi, di 14.184 euro che si confronta con i 16.437 del dato medio dell’area Euro.

La Germania è a 18.509, la Francia a 17.423.

A questo punto si rileva come il previsto intervento del cuneo fiscale risulti del tutto insufficiente (si ricorda a titolo di cronaca il tasso di inflazione al 12%).

Dal punto di vista dell’inflazione deve essere ricordato come il vecchio accordo sull’IPCA (indice dei prezzi al consumo armonizzato) è del tutto inadeguato perché non tiene conto dell’inflazione importate per i rincari delle fonti d’energia: un campo quello delle fonti d’energia nel quale il surplus di profitti accumulati dovrebbe essere utilizzato per il ripristino di un meccanismo di scala mobile per l’adeguamento dei salari.

Senza voler invadere il campo sindacale occorre rilevare come in questo momento 6 milioni di lavoratrici e lavoratori sono in attesa di rinnovo del contratto di lavoro (ed è questo un problema politico di primaria grandezza) in particolare nei settori dove al massimo si esprime la precarietà e più basse sono le retribuzioni: commercio, grande distribuzione, vigilanza (settore quest’ultimo dove il rinnovo del contratto manca da sette anni).

L’effetto del dumping contrattuale ha portato gran parte dei salari al di sotto dei 10.000 euro annui.

Nel campo salariale esiste ancora il tema del contenimento del divario tra le remunerazioni degli executive, della prima linea e del resto dell’organico aziendale (laddove il divario ha già consentito ai settori privilegiati di assorbire l’effetto dell’inflazione).

Infine il confronto con le partite IVA e gli autonomi (al netto del mastodonte rappresentato dall’evasione fiscale) con il lavoro dipendente che possono godere della flat tax è umiliante per il lavoro dipendente. A parità di reddito la differenza sul netto è persino più del doppio (come scrive Ferruccio De Bortoli in un suo articolo apparso il 28 novembre sull’inserto del Corriere della Sera dedicato all’economia).

Insomma: ampia materia d’iniziativa, con gli operai che ancora esistono anche se assenti dal dibattito politico, per una opposizione da sinistra.

A questo punto potrebbe aprirsi un discorso sull’assenza di una moderna, concreta, pragmatica soggettività politica di ispirazione socialista capace di tenere assieme la complessità delle contraddizioni moderne: forse non è troppo tardi per avviare un minimo di riflessione in questo senso.

Di Franco Astengo

Lunga militanza politico-giornalistica ha collaborato con il Manifesto, l'Unità, il Secolo XIX,. Ha lavorato per molti anni al Comune di Savona occupandosi di statistiche elettorali e successivamente ha collaborato con la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Genova tenendo lezioni nei corsi di "Partiti politici e gruppi di Pressione", "Sistema politico italiano", "Potere locale", "Politiche pubbliche dell'Unione Europea".

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