A Isfey Al-Fouqa, un villaggio all’interno del complesso di Masafer Yatta, nella Cisgiordania meridionale occupata, il 23 novembre le forze israeliane hanno demolito una scuola elementare palestinese frequentata da 22 studenti, provenienti da quattro diverse comunità. Durante l’orario di lezione i soldati sono arrivati sul posto con un bulldozer, lanciando bombe vicino all’edificio per avvisare della loro presenza, e costringere i bambini a sgomberarlo prima della demolizione.

L’ordine di abbattimento è stato emesso dall’Alta Corte di giustizia israeliana, che quello stesso mercoledì ha revocato un’ingiunzione che fino a quel momento aveva bloccato la demolizione della scuola. Secondo il COGAT (l’ente militare israeliano di proprietà del Ministero della difesa che coordina e gestisce le attività governative nei territori occupati) quell’edificio era stato costruito illegalmente in un’area proibita, e per questo andava rimosso.

La scuola, che si trovava in una zona in cui ai residenti tocca spesso fare i conti con sfollamenti forzati, è riuscita a rimanere in piedi per poco: era stata costruita da circa un mese ed era entrata in “funzione” da ancora meno, all’incirca un paio di settimane prima della demolizione. Secondo quanto raccontato da alcuni attivisti ad Al-Jazeera, la sua costruzione – insieme a quella di almeno altre 12 strutture simili – era stata prevista da un programma del Ministero dell’Istruzione dell’Autorità Palestinese, finanziato dall’Unione Europea, per favorire lo sviluppo palestinese nonostante le restrizioni e le pressioni israeliane.

Tra l’altro la scuola di Isfey Al-Fouqa a Masafer Yatta – una regione che in tutto ospita più di 1.200 palestinesi, tra cui 500 bambini – era l’unica in zona che fornisse istruzione ai suoi abitanti e «quando la polvere si posa su una scuola che ora è ridotta in macerie, 22 bambini palestinesi si chiederanno cosa hanno fatto per meritarsi che la loro scuola fosse abbattuta dai bulldozer israeliani”, ha detto Caroline Ort, rappresentante per la Palestina della Norwegian Refugee Council, un’organizzazione umanitaria non governativa che protegge i diritti delle persone colpite dallo sfollamento.

Quello di Isfey Al-Fouqa potrebbe non essere l’unico episodio di questo tipo. Ad oggi in tutta la Cisgiordania occupata sono 57 le scuole a rischio di demolizione, istituti che ospitano quasi 7mila studenti, costruiti ad hoc in zone ritenute meno pericolose di altre. Senza una struttura adeguata vicina, tutti i ragazzi dei villaggi coinvolti sono costretti a percorrere a piedi ogni giorno lunghissime distanze, con il rischio di ricevere una pallottola durante il tragitto. «Questa occupazione prende di mira tutto: prende di mira le nostre case, l’istruzione, la nostra acqua, i pannelli solari. Pensano che questo spingerà le persone ad andarsene, in modo che Israele possa “pulire” etnicamente questa zona», hanno spigato ad Al-Jazeera gli esponenti del comitato per la protezione e la resilienza di Masafer Yatta. Molte famiglie infatti vivevano in questa zona ancora prima dell’occupazione israeliana della Cisgiordania del 1967, ma con il tempo le forze israeliane hanno reso la loro permanenza un inferno: gli hanno tolto l’acqua, la corrente elettrica, li hanno circondati con insediamenti israeliani illegali e li sottopongono a sistematiche violenze.

Secondo l’ONU, tra l’altro, il 2022 è da considerare uno degli anni più mortali per i palestinesi dal 2005, da quando cioè l’organizzazione ha iniziato a tenere conto delle vittime. I dati, quelli ufficiali, dicono che da gennaio nella Cisgiordania occupata sono morte almeno 120 persone, di cui un quinto sono bambini, per via dell’aumento dei raid militari israeliani. Molti di loro sono stati uccisi durante perquisizioni e arresti, giustificati dalle forze israeliane come operazioni portate avanti contro sospetti “terroristi”.

Studiosi e attivisti per i diritti umani, sia palestinesi che israeliani, sostengono che l’obiettivo reale di Israele sia chiaramente lo sgombero dei residenti arabi, col fine ultimo di perseguire e rafforzare la sua presenza nei loro territori, nonostante “l’espansione degli insediamenti, le demolizioni e gli sfratti sono illegali secondo il diritto internazionale”.

Ad oggi, però, le testimonianze palestinesi (sostenute da filmati aerei, foto, documenti) non sembrano bastare ad una comunità mondiale che continua a riempirsi la bocca di parole, ma che nel concreto sostiene ancora una nazione che perpetua violenze ai danni di un’intera comunità. D’altronde, come si fa a chiedere a qualcuno di accorgersi di qualcosa se di fondo non vuole vederla?

[di Gloria Ferrari]

Di L.M.

Appassionato sin da giovanissimo di geopolitica, è attivo nei movimenti studenteschi degli anni novanta. Militante del Prc, ha ricoperto cariche amministrative nel comune di Casteldelci e nella C.M. Alta Valmarecchia. Nel 2011 crea il blog Ancora fischia il vento.

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