di Lea Melandri*

“Il dono di sé colpisce l’immaginazione più di quello della ricchezza. Una prodigalità naturale introduce nel gioco delle forze un sovrappiù che dà potenza a colui che pone la gloria al di sopra dell’interesse. Ognuno di noi allora viene spinto fuori dalla limitatezza della sua persona e si perde, per quanto può, nella comunità dei suoi simili” (Georges Bataille, Il limite dell’utile, Adelphi 2000). Quando Bataille scrisse queste considerazioni, tra il 1939 e il 1945, pensava a ciò che accomuna “vita guerriera” e “vita religiosa” – l’abnegazione fino alla morte – ne indicava l’esempio più evidente in “una comunità mistica di soldati come l’Islam”. Non poteva certo immaginare che la disponibilità al “martirio”, ritenuto segno di predilezione divina e riconoscimento di onore presso la comunità di appartenenza, si sarebbe trasformata un giorno nella lucida, rabbiosa scelta di impugnare il proprio corpo come un’arma o di farlo esplodere come una bomba per uccidere, umiliare, riempire di orrore il “nemico”.

L’”evento” che l’11 settembre 2001, giorno dell’attacco di terroristi suicidi alle Torri Gemelle di New York, parve cambiare il corso della storia, dovette gran parte della sua terribilità e del suo fascino alla comparsa di una “nuova forma di guerracapace, come sottolineò unanimemente la stampa occidentale, di sconvolgere la vita quotidiana evocando le angosce primordiali dell’imprevedibile, ma anche di rendere impotenti e obsoleti i più raffinati sistemi militari: le “bombe umane”, scagliate contro una “pacifica comunità” hanno dimostrarono di poter ottenere con pochi individui gli effetti devastanti di un esercito.

 

All’attentato dell’11 settembre a New York qualcuno attribuì la valenza simbolica di una “sfida”. “Contro un sistema che vive dell’esclusione della morte, morte-zero anche in guerra – scrisse Jean Baudrillard (Lo spirito del terrorismo, Cortina 2002)- si erge la morte sacrificale per un’idea”. La contrapposizione, come avverte lo stesso Baudrillard, ha radici anche all’interno della nostra civiltà, come ombra o contropartita nascosta di un potere che, esaltandosi oltre misura, prepara fatalmente anche la sua caduta. Questo immaginario le avanguardie dell’Islam hanno dimostrato di conoscerlo e di saperlo abilmente manovrare, e non solo per i rapporti intercorsi con gli Stati Uniti prima dell’11 settembre.

La mistica della guerra, al di là delle diverse fedi religiose e politiche, parla la lingua comune di un arcaico “ideale virile” che cova, mai del tutto estinto, dietro l’immagine di un tranquillo, “civile”, benessere. L’”eroe-martire”, figura incarnata del legame comunitario, ricompare ogni volta che, per stringere in un corpo solo la nazione, diventa necessario innalzare un’idea, un credo, al di sopra dell’interesse del singolo e della stessa pulsione biologica alla sopravvivenza.

Fantasmi di divinità guerriere e di apocalittici angeli vendicatori hanno fatto passare in secondo piano la retorica di morte che accompagna da sempre la lotta per il dominio, riportata al suo volto originario: due contendenti, due “nazioni” cementate al proprio interno dal sangue che le “patrie” chiedono in questi casi ai loro figli.

L’odio e la disperazione che trasformano il corpo in una bomba, più che a una spinta liberatoria sembrano rispondere a un imperativo di morte, che ha la sua radice nei riti sacrificali, fatti per placare e intercedere salvezza presso un qualche Dio.

Con l’attacco suicida, compiuto perlopiù isolatamente e con armi improvvisate da strumenti di uso domestico, la “guerra” si privatizza tanto da poter prescindere da ogni preparazione; il comando viene dall’interno, dai massacri che il singolo ha potuto vedere coi suoi occhi, dall’ira sofferta per la morte di un amico.

Il massimo di individualità viene a coincidere col massimo di fusione col gruppo.

Una valenza tragica, sanguinosa, terrificante, che vorrebbe paradossalmente far giustizia ridistribuendo sofferenza e morte, aprire gli occhi di chi non vuole vedere chiudendoli per sempre, rendere visibile la propria umanità disumanizzandosi.

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Di Nardi

Davide Nardi nasce a Milano nel 1975. Vive Rimini e ha cominciato a fare militanza politica nel 1994 iscrivendosi al PDS per poi uscirne nel 2006 quando questo si è trasformato in PD. Per due anni ha militato in Sinistra Democratica, per aderire infine nel 2009 al PRC. Blogger di AFV dal 2014

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