Ottobre 20, 2020

AFV

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Mosul, la diga di Mosul, referendum in kurdistan.

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Francesco Cecchini

 

Mosul liberata.

CONQUISTA DI MOSUL.

Il 9 luglio 2017 il primo ministro iracheno Haider al-Abadi ha annunciato la completa riconquista della città e la vittoria sull’Isis. L’offensiva per sottrarre Mosul allo   Stato islamico, che da luglio del 2014 ne avevano fatto la propria capitale, era iniziata lo scorso 17 ottobre 2016. Liberatore è stato l’esercito iracheno sostenuto da una coalizione internazionale, di cui fa parte anche l’Italia, guidata dagli Stati Uniti e composta anche da peshmerga curdi, da combattenti di tribù sunnite e dalla milizia sciita.                                                               Dopo la liberazione, DigitalGlobe, una società di immagini satellitari, ha pubblicato alcune foto dall’alto, fornite dal satellite WorldView-2,  della distruzione della città dopo mesi di combattimenti. Sono state liberate delle macerie a un prezzo molto alto: migliaia i civili uccisi e circa un milione gli sfollati.

Comunque in Iraq la vittoria contro l’Isis non può venire soltanto dal campo di battaglia. Il problema principale è il continuo conflitto tra i diversi gruppi etnico confessionali, tra la maggioranza di sciiti e i sunniti. Il Governo iracheno ha fatto poco o niente per tenere sotto controllo le milizie sciite più estremiste. Anche ora vi sono notizie di vendette di militari sciti contro uomini e donne sospettati di essere jahidisti o fiancheggiatori dell’ISIS.

L’ ISIS da Mosul ha trasferito il suo centro territoriale in Iraq a Tal Afar città a maggioranza turcomanna in mano allo Stato islamico dal 2014, dove sembra da informazioni della televisione Al Sumaria si siano ritirati jihadisti stranieri già prima della liberazione di Mosul. Riveste un forte valore strategico, in quanto situata sulla direttrice occidentale di Mosul, vicino al confine con la Siria, e sicuramente l’esercito iracheno tenterà al più presto di riconquistarla. La sua riconquista permetterebbe di tagliare la principale via di rifornimento e comunicazione tra l’Iraq e i territori controllati dai jihadisti in Siria. E’ interessante notare che a causa dei frequenti scontri tra sunniti e sciiti avvenuti in questi anni, anche all’interno della coalizione anti ISIS, le autorità militari irachene ha assicurato che milizie scite non entreranno a Tal Afar, abitata in maggioranza da turcomanni sunniti. Un fatto significativo del groviglio di contraddizioni che caratterizzano il post Mosul liberata.

Comunque l’ISIS da terrorismo islamista con base territoriale definita cambierà tattica, anzi lo ha già cambiata, diventando terrorismo diffuso nel territorio e continuando a colpire.

DIGA DI MOSUL.

I problemi tecnici alla base della riparazione della diga di Mosul sono stati delineati in un articolo pubblicato da Contropiano nell’aprile del 2016.

http://contropiano.org/documenti/2016/04/29/diga-mosul-geologia-geopolitica-078438

Le varie fasi della riparazione sono state seguite da articoli pubblicati da Ancora Fischia il Vento.

Comunque va detto che l’Impresa Trevi S.p.A di Cesena ha, via via, informato circa i lavori di riparazione in corso. Vanno menzionati una lezione della geologa dell’impresa all’Università di Milano, una conferenza al Rotary Club di Cesena tenuta dall’Ing. Gianluigi Trevisani, responsabile estero dell’impresa e un sito:

http://www.trevispa.com/it/DigaMosul

anche se le notizie non sono puntualmente aggiornate.

La diga di Mosul è la più grande dell’Iraq e  ha un’importanza strategica, ma poggia su una geologia non adatta a costruirvi sopra una diga: gessi, anidriti, dolomiti e calcari, tutte rocce particolarmente suscettibili all’erosione. Un solo incidente potrebbe provocare in poco tempo l’inondazione di Mosul e poi, in pochi giorni, quella di Baghdad.

Oltre ai problemi tecnici è però interessante uno politico che riguarda l’Italia: sono i motivi che hanno portato l’esercito italiano a difesa della diga e le ragioni per le quali questa azione è stata più volte contestata dalla società civile italiana. Dopo che la Trevi vinse l’appalto di un valore di 273 milioni di Euro lo Stato italiano decise di creare una task force, ‘Praesidium’, formata da 400-500 militari, con il compito di garantire la sicurezza all’area della diga e al personale della Trevi durante i lavori. Militari italiani sono, quindi, schierati da più di un anno in difesa di una delle dighe più importanti dell’Iraq e, nonostante più volte sia stato ribadito che l’unico obiettivo della task force è quello di tenere in sicurezza la diga e il personale che vi opera, non sono mancate le critiche da parte dell’opinione pubblica italiana sulla decisione di impiegare le forze armate per la sicurezza dei lavoratori di un’azienda privata.

Le critiche sono ben riassunte in un articolo di Marina Forti pubblicato un anno fa su L’Internazionale.

https://www.internazionale.it/opinione/marina-forti/2016/10/18/militari-italiani-mosul-diga

Molti si sono infatti chiesti perché i contribuenti dovrebbero sostenere l’esborso per la sicurezza di un’azienda privata. Infondo, in altri casi simili, uno su tutti quello di ENI in Siria, le aziende si sono dovute affidare a contractors privati a proprie spese.

Critiche inizialmente, sono state mosse anche dal Governo iracheno che sosteneva che sarebbero state sufficienti le proprie truppe per mettere in sicurezza l’area della diga. Gli iracheni sono anche convinti di essere in grado di poter riparare la diga. E qui sta una possibile soluzione. Il prossimo dicembre dovrebbe essere completato il contratto Trevi che riguarda solo un decimo dei lavori previsti. La riparazione potrebbe essere completata da un’impresa irachena o kurda con la protezione dell’esercito iracheno. La Trevi potrebbe fornire, vendere, le attrezzature e fornire assistenza tecnica.

REFERENDUM IN KURDISTAN.

Un fattore di complicazione in più in una situazione, quella dell’Irak già irta di contraddizioni e problemi. Tra l’altro la diga di Mosul si trova in pieno Kurdistan.  Il Kurdistan iracheno ha fissato la data del referendum per l’indipendenza dall’Iraq. Come annunciato dal presidente del Governo Regionale del Kurdistan, Krg, Masoud Barzani, dopo una serie di incontri fra le parti politiche conclusi i primi di giugno, il giorno del voto sarà il prossimo 25 settembre.                                         Barzani ha affermato: “Il voto risolverà un conflitto vecchio quanto l’Iraq – ha detto Barzani – fra le aspirazioni del popolo curdo e il governo di Baghdad che a lungo non ha trattato i curdi come cittadini a tutti gli effetti. L’esercizio del diritto all’autodeterminazione non minaccerà nessuno e anzi potrebbe dare più stabilità alla regione. Il caso dell’indipendenza curda è stringente: cento anni fa, dopo la prima Guerra Mondiale, ai curdi venne promesso un proprio stato. E invece la nostra terra è stata divisa fra Turchia, Iran, Siria e Iraq”.

E’ molto probabile che il risultato del referendum vedrà l’indipendenza del Kurdistan vittoriosa.                              Vi sono, però, alcuni problemi che complicheranno il post referendum, anche immediato. Tra i quali.

L’Iran ha fatto sapere che si oppone al tentativo di minare all’unità dell’Iraq, perché potrebbe essere di suggerimento ai kurdi iraniani. Lo stesso vale per la Turchia.

Un’ area particolarmente critica è Sinjar, vicina al Pkk, il partito dei Lavoratori del Kurdistan. La Turchia ha minacciato un intervento di terra contro le forze vicine al Pkk. La zona, strategica perché al confine con il Rojava siriano, è particolarmente invisa ad Ankara che la ritiene una minaccia all’estendersi di una realtà curda ostile a ridosso del suo confine. Il referendum si terrà anche a Khanaqin, parte del governatorato di Diyala e sotto l’egida del governo regionale, e a Makhmour, sotto il controllo dei Peshmerga ma con una discreta presenza di forze vicine al PKK. Insomma si profila lo lo spettro di altri focolai di conflitto, appena sarà completata la missione contro lo Stato Islamico, che apparentemente ha messo d’accordo tutti contro un nemico comune e mascherato contraddizioni reali.