Ottobre 20, 2020

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Intervista a Fulvio Grimaldi sull’Eritrea di Cesare Germogli. Introduzione di Francesco Cecchini

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FULVIO GRIMALDI IN ERITREA
INTRODUZIONE.
Il nome Eritrea deriva dal greco erythros che significa rosso, in relazione al Mar Rosso. Il nome venne poi ripreso dai colonialisti italiani. Oggi la parola, erythros, rosso può assumere emblematicamente un altro significato. Di fatto Eritrea e una macchia rossa nel continente africano. Eritrea, l’altopiano e Asmara la capitale, la Dankalia , vulcani e un lago di sale, una costa di centinaia di chilometri lungo il Mar Rosso, Massaua, porto tropicale di fronte alle isole Dahalak, . Un Africa che merita di essere visitata e vista. Un’Africa, l’Eritrea, che ancora oggi, nel 2017, lotta per una propria presenza autonoma nel mondo contro le sanzioni dell’ONU, contro i tentativi d’invasione, contro l’isolamento e le ingerenze e per un Corno d’Africa libero da intromissioni imperialiste. La causa, lontana nel tempo di questa situazione, è, anche, il colonialismo fascista, i suoi crimini, che elencheremo, ed i suoi errori, quali, per esempio, i confini con l’Etiopia lasciati indefiniti, che ancora oggi sono causa di tensioni e guerre. Un segnale, seppur limitato, di rottura dell’isolamento può essere il conferimento alla capitale Asmara del titolo di patrimonio UNESCO.
Fulvio Grimaldi è un giornalista e documentarista indipendente di grande valore. Ha lavorato per radio, BBC di Londra, tra le altre, per varie testate giornalistiche Paese Sera, Giorni-Vie nuove, Abc, Lotta continua e dal 1986 alla RAI. Ha il merito, tra gli altri, di aver raccontato l’Eritrea dalla guerra di liberazione ai giorni nostri. Il suo ultimo docufilm è ERITREA, UNA STELLA NELLA NOTTE DELL’ AFRICA che racconta la plurienalle lotta a di liberazione del popolo eritreo dal dominio etiopico appoggiato in varie fasi prima dagli Stati Uniti, poi dall’ URSS e da Cuba e le vicenda eritrea dall’indipendenza, sancita con referendum a oggi.
Il link con il trailer del docufilm è il seguente:

INTERVISTA.
‘Aiutiamoli a casa loro‘, la formula magica sventolata dalle forze politiche di turno con cui si cerca di buttare acqua sul fuoco quando si parla, ormai quotidianamente, del problema immigrazione.
Niente da ridire sul proposito, ovviamente, la cui giustezza di fondo è quasi lapalissiana. Qualche dubbio può invece sorgere quando si cerca di capire le modalità con cui tale linea andrebbe seguita, ma anche qui rimaniamo nel campo non inedito dei propositi non accompagnati da piani concreti.
E se scoprissimo che non solo stiamo facendo poco per favorire il progresso economico e sociale in Africa, ma che al contrario stiamo operando nella direzione opposta, cosa dovremmo pensare?
Questo sembra emergere quando si ascolta la testimonianza di Fulvio Grimaldi, giornalista e inviato di guerra per RAI e BBC, poi documentarista indipendente che, dopo una recente visita in Eritrea, ha realizzato insieme a Sandra Paganini ‘Eritrea una stella nella notte dell’Africa‘, un docufilm che racconta una verità diversa su quello che oggi è il paese più demonizzato dell’Africa.
Abbiamo quindi parlato con lui dei rapporti tra il nostro paese e la prima delle sue ex colonie, le cui autorità auspicano un intensificarsi dei rapporti con l’Italia risultando però inascoltate.
Cerchiamo dunque di andare oltre la superficie e di capire cosa c’è realmente dietro ad una situazione diversa da come la possiamo immaginare, e da come ci è stata raccontata.

In cosa consiste la specificità dell’Eritrea nel contesto africano, in particolare nei rapporti con l’occidente?
Innanzitutto la questione Eritrea andrebbe sempre affrontata inquadrandola nel contesto complessivo del continente africano, che in questo momento è sicuramente sotto un attacco massiccio di molte potenze che si sono rese conto che lì c’è un futuro fatto di grande potenziale economico, e quindi di arricchimento inestimabile. E che ci sono le condizioni, anche dal punto di vista politico e sociale, per intervenire e approfittarne, data la presenza di una serie di governi corrotti che hanno aperto le porte ad nuovo colonialismo, sostanzialmente portato avanti dalle stesse potenze coloniali di un tempo, più gli Usa ora in prima fila, ma con rinnovato vigore.
In questo contesto l’Eritrea si colloca un po’ a parte, ricoprendo una posizione molto specifica e diversa dalla maggioranza dei paesi africani, in quanto non è succube dei diktat degli organismi finanziari e politici internazionali. Questo ha comportato naturalmente l’inimicizia delle potenze occidentali, accompagnata anche da una massiccia propaganda mediatica ostile, in quanto questo paese esce dal quadro di quello che si vorrebbe che fossero i governi subalterni del sud del mondo, per esempio non accettando (unico paese africano insieme allo Zimbabwe) alcuna presenza militare statunitense sul proprio territorio.
Tale clima che si è creato attorno all’Eritrea si è sostanziato, tra i vari modi, nelle sanzioni comminate dall’Onu nel 2009.

Quanto è critica attualmente la situazione politica ed economica dell’Eritrea?
Le sanzioni del 2009 hanno sicuramente peggiorato una situazione venutasi a creare anche in seguito all’uscita dell’Eritrea da una guerra di liberazione trentennale, poiché le rendono difficile svolgere un ruolo di partner economico nei confronti di altri paesi senza che questi vengano a loro volta sanzionati e isolati.
La realtà è comunque diversa da quella che la propaganda mediatica vuole far passare per vera, cioè quella di un paese ostaggio di una dittatura che è causa di povertà estrema, dalla quale la popolazione cercherebbe di fuggire in tutti i modi. La politica sociale del governo è improntata a una equa distribuzione della ricchezza, tale da cancellare fame e miseria. Si tratta di un modelloo di giustizia sociale ed ecologica chge non può che essere inviso, per il suo potenziale di contagio, agli interessi predatori del nuovo colonialismo.

Cosa determina quindi la grande affluenza di migranti eritrei verso l’Europa?
In questo senso le problematiche economiche sono determinanti, non quelle politiche. Le sanzioni internazionali hanno frenato notevolmente uno sviluppo che negli anni dopo la liberazione, 1991, e fino all’aggressione etiopica del 1998-2000 (su mandato Usa), era stato tra i maggiori nel continente africano.
Ho girato ripetutamente l’Eritrea e non ho riscontrato assolutamente le condizioni di miseria estrema e di fame che si trovano in tanti altri paesi del continente. E questo per merito di un governo che ha posto come sua assoluta priorità l’autosufficienza, la non dipendenza dagli organismi internazionali, una politica che pone al primo posto i mbisogni basilari della popolazione e dove, di conseguenza, le disuguaglianze sono minime,
Ciò si può notare da una parte all’altra dell’Eritrea dove non si trova una povertà estrema nonostante le difficili condizioni che il paese ha dovuto affrontare, tra guerre di aggressione, isolamento economico e diplomatico e la mancanza di scambi commerciali se non con alcuni paesi arabi e che se ne infischiano delle sanzioni internazionali.
Questo isolamento ha sabotato la capacità del mercato del lavoro di assorbire la domanda delle nuove generazioni generando un flusso migratorio cospicuo, ma gonfiato nelle statistiche e anche da un pull factor inventato dai colonialisti per svuotare il paese delle sue migliori energie. Infatti, ai rifugiati eritrei, e solo a loro,è concesso automaticamente il diritto d’asilo in Europa, e per questo motivo molti profughi provenienti da paesi vicini, come Etiopia, Gibuti, Somalia, con grandi affinità etnmiche, linguistiche e culturali, vantano strumentalmente la cittadinanza eritrea per godere dei diritti che a loro non sarebbero concessi.
A questo si aggiunga la tendenza naturale al ricongiungimento famigliare con la prima generazione di immigrati eritrei, giunti nel nostro paese in particolare negli anni ’70, in fuga dali bombardamenti e dalla repressione del regime etiopico.

Il ministro degli Esteri eritreo ha recentemente manifestato un grande interesse all’intensificarsi dei rapporti politici, economici ed imprenditoriali con l’ex potenza coloniale italiana, non trovando però nel nostro paese un ascolto attento. Se è veramente così che occasione stiamo perdendo?

È certamente così. Questa è una grande vergogna storica dell’Italia che ha nei confronti dell’Eritrea un debito gigantesco. Siamo stati una colonia rapinatrice e predatrice, abbastanza spietata e con caratteri analoghi all’apartheid sudafricana. Certamente abbiamo anche contribuito ad un certo sviluppo del paese in ambito urbanistico, agricolo e dell’industria leggera, ma sempre e soprattutto a beneficio delle classi borghesi italiane colonizzatrici. Alla popolazione indigena non era permesso di accedere all’istruzione superiore, non si doveva superare la quarta elementare, si restava confinati nei propri ghetti con accesso accesso solo ai lavori più umili.
Tutti i governi del dopoguerra sono responsabili del rifiuto di un doveroso e anche proficuo rapporto di amicizia e collaborazione. Politica autolesionista, dato il grande potenziale geostrategico e geoeconomico offerto dall’Eritrea per la sua posizione strategica cruciale sul Mar Rosso e sullo stretto di Bab-el-Mandeb, che, aprendo all’Oriente, costituisce una specie di ponte tra Medio Oriente, Asia, Europa e Africa; oltre ad essere un paese ricco di risorse naturali.
Non abbiamo avuto la forza e il coraggio di approfittare di questa condizione di potenziale partnership privilegiata con un paese chiave nell’area del corno d’Africa e questo per sottostare agli interessi delle multinazionali e dei centri di potere occidentali. Si tratta delle stesse dinamiche che hanno portato alla caduta di Gheddafi in Libia, altro paese con cui l’Italia godeva di rapporti privilegiati sul piano economico ed energetico in particolare. Anzi, aderendo alla guerra di sterminio lanciata da Francia, Usa, Nato abbiamo compromesso forse definitivamente, oltre la pace nella nostra area e la sopravvivenza di un grande paese, i nostri interessi. Interessi che sono stati sostituiti da quelli degli altri.

Un miglioramento nei rapporti tra Italia ed Eritrea potrebbe rientrare nel famoso paradigma dell”Aiutiamoli a casa loro”? E quanto questo potrebbe incidere sul contenimento dei flussi migratori?

Anche solo il ritiro delle sanzioni economiche ridurrebbe ad un fenomeno marginale l’emigrazione di giovani dall’Eritrea. Per cui dovremmo smetterla di cercare di imporre i nostri modelli di assetto politico ed istituzionale ad altri paesi. La storia dimostra che con questo pretesto, insieme a quello della difesa dei diritti umani, l’occidente ha più volte causato disastri piuttosto che risolvere problemi. In sostanza, per aiutarli a casa loro, per evitare che Eritrea e Africa vengano svuotate dalle loro giovani generazioni, cioè’ dalle migliori energie, dal futuro, per offrirsi nude alla spoliazione colonialista, con parallela destabilizzazione di molti paesi europei, basterebbe astenersi dal volere loro dettare quel che devono fare, rispettarne autonomia e libertà di scelta. Collaborare nel quadro di questo rispetto.