Sorella è una di quelle parole di cui tutti conosciamo il significato, ma di cui merita raccontare l’etimologia. Si tratta propriamente del diminutivo di suora, che deriva – come le analoghe forme delle lingue neolatine, ad esempio la francese soeur – dal latino soror, a sua volta derivata dal sanscrito svasr, che ritroviamo nell’inglese sister e nel tedesco schwester. In pratica in quasi tutte le lingue del mondo usiamo la stessa parola – o meglio una parola con una comune origine etimologica – per indicare la donna che ha gli stessi genitori del fratello, perché questo è il significato letterale di quell’antichissima parola sanscrita. Una volta di più si dimostra come le lingue che parliamo siano profondamente maschiliste, perché create da maschi, e quindi come implicitamente ci descrivano un mondo dominato dagli uomini. Mentre il fratello è etimologicamente colui che nutre, perché contribuisce al sostegno della famiglia, specialmente quando i genitori sono troppo vecchi per farlo, la sorella esiste solo in relazione del fratello.
Lo spagnolo è una delle poche lingue che non ha due parole di radice diversa per indicare il fratello e la sorella, ma usa hermano ed hermana, una parola che deriva dal latino germen, che significa germoglio. Almeno dal punto di vista linguistico gli spagnoli hanno fatto un piccolo passo avanti rispetto a noi, ma non pare sia bastato.

Non credo che i giudici del tribunale della Navarra abbiano emesso la loro sentenza contro i cinque maschi della manada, tenendo conto della storia etimologica delle parole, ma certamente ha pesato – come pesa in ogni situazione del genere – un pregiudizio culturale, che ha origini antichissime e contro cui dobbiamo lottare con sempre maggior forza e costanza. Quei giudici si sono probabilmente attenuti a un’interpretazione letterale di una legge scritta male e non hanno avuto la forza e il coraggio di dire che è stupro anche se la donna non reagisce, anche se non dice no, perché come quella nostra sorella di Pamplona è rimasta atterrita da quel branco di animali che le si è avventata contro e non ha trovato la forza di opporsi alla violenza, ha solo sperato che finisse il prima possibile. Quei giudici avevano la possibilità di fare una cosa giusta dicendo che anche in questo caso è stupro. Perché non l’hanno fatto? Non so, bisognerebbe chiederlo a loro. Forse semplicemente perché sono maschi, perché la cultura in cui hanno vissuto, la lingua che hanno usato, sono state create da maschi. E’ una storia che abbiamo già letto in tante sentenze, che abbiamo già sentito in tanti commenti, è la variante del se l’è cercata o peggio del è piaciuto anche a lei, o dell’ipocrita se non si fosse messa quel vestito, o se non fosse uscita da sola di notte, del finto compassionevole in un’occasione del genere avrebbe dovuto andare con un uomo. Non ci sono giustificazioni a uno stupro. Mai. E se la donna non vuole, è stupro, se la donna è costretta o minacciata o ingannata, è stupro.
Per fortuna in Spagna c’è stata una reazione forte – che speriamo faccia cambiare la legge, togliendo anche questo alibi a giudici ignavi – una reazione che ha visto protagoniste tante donne, al grido di hermana, yo sì te creosorella, io sì, ti credo. Ci hanno colpito le parole delle suore di clausura di Hondarribia, che hanno spiegato che, proprio in nome della loro scelta, difendono “il diritto di tutte le donne a fare liberamente il contrario senza che vengano giudicate, violentate, intimidite, uccise o umiliate per questo.”

Per la storia di quel paese, credo sia una presa di posizione importante, come quella delle migliaia di donne che sono scese in piazza, che hanno reagito.
Siccome penso che le parole siano importanti, io vorrei dire a quella donna spagnola fratella, io sì, ti credo. Vorrei inventare una parola diversa, perché mi piacerebbe dire quanto le donne ci nutrano, ci sostengano, ci proteggano. Ma la voglio anche chiamare sorella, perché penso lo sia, perché, come dice l’etimologista traducendo in latino svasr, credo sia mia congenita. Siamo tutti figli di donne e di uomini e siamo in qualche modo tutti fratelli e sorelle. Dobbiamo pensare a ogni donna umiliata, ferita, uccisa coma a nostra sorella, dobbiamo pensare a ogni donna cacciata dal proprio paese, sfruttata, privata dei propri figli come a nostra sorella. E’ il motivo perché a me hanno insegnato a usare compagna.

Hermana, yo sì te creo.

 

 

 

Di Luca Billi

Luca Billi, nato nel 1970 e felicemente sposato con Zaira. Dipendente pubblico orgoglioso di esserlo. Di sinistra da sempre (e per sempre), una vita fa è stato anche funzionario di partito. Comunista, perché questa parola ha ancora un senso. Emiliano (tra Granarolo e Salsomaggiore) e quindi "strano, chiuso, anarchico, verdiano", brutta razza insomma. Con una passione per la filosofia e la cultura della Grecia classica. Inguaribilmente pessimista. Da qualche tempo tiene il blog "i pensieri di Protagora" e si è imbarcato nell'avventura di scrivere un dizionario...

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