Ottobre 20, 2020

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Polesine Zibello, quando la corruzione rompe gli argini

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Immagino che voi non conosciate Polesine Parmense. Comprensibile. Per diversi mesi all’anno è un piccolo paese immerso nella nebbia – o almeno lo era, quando il clima non era così strano come lo stiamo facendo diventare – e soprattutto per arrivarci devi volerci proprio andare, non ci passi per andare da qualche altra parte: perché a Polesine il mondo finisce, davanti all’argine del Po. E’ una terra difficile, per alcuni tratti inospitale, ma in cui gli uomini hanno sempre abitato, in simbiosi con il grande fiume, capace di donare la vita e la morte. Conosco Polesine perché c’è uno dei miei ristoranti preferiti, gestito dai fratelli Spigaroli – che, figli di queste terre, ne incarnano al meglio la passione per il lavoro e per la tradizione – e per la possibilità di camminare in silenzio lungo l’argine, a contatto con il fiume e con queste terre così cariche di storia.
Anche se non ci siete mai stati, quelli di voi che sono nati e cresciuti in un piccolo paese conoscono già Polesine. Io, quando sono venuto a vivere in provincia di Parma, lo conoscevo, visto che sono cresciuto in un altro paese di questa nostra pianura nata per l’azione del Po. Perché un po’ questi paesi si assomigliano tutti e ci assomigliano noi che, da ragazzi li vivevamo come un limite, come una costrizione, e da adulti ci siamo tornati, o ci vorremmo tornare. Anzi praticamente tutti voi conoscete Polesine, perché è il paese raccontato da Giovanni Guareschi nelle sue storie del “mondo piccolo”. Le esigenze della produzione cinematografica spinsero a scegliere Brescello per ambientare i film, ma probabilmente Guareschi pensava a Polesine, visto che il personaggio che aveva creato era stato ispirato a un parroco di questa piccola comunità, su cui incombe – proprio come nei racconti e nei film – il Po. Quindi visto che tutti avete visto quei film, credo che adesso tutti possiate dire di conoscere Polesine, i suoi preti e i suoi sindaci.
I miei lettori di Parma sanno già che storia voglio raccontarvi. Qualche giorno fa è stato arrestato Andrea Censi, il sindaco di Polesine Zibello – perché nel frattempo questi due paesi confinanti si sono uniti costituendo un unico comune – accusato di essere al centro di un sistema di corruzione molto ramificato ed esteso, per quanto limitato a questo territorio. In un’intercettazione telefonica un altro degli indagati ha definito il sindaco “una grande scrofa”, da cui tanti succhiavano – il paragone non poteva essere più azzeccato perché qui il maiale è una cosa importante. E’ una storia di malaffare di provincia, qualcuno direbbe di “ladri di galline”, che poco interessa fuori dai confini del “ducato”, ma credo sia in qualche modo emblematica, proprio perché Censi sedeva nella poltrona occupata un tempo da un sindaco come Peppone (anche se Polesine era un comune “bianco” in cui la Democrazia cristiana aveva molti voti ed eleggeva il sindaco).
Censi è uno di quei sindaci che hanno successo in questi anni di post-politica: è il tipo pragmatico e concreto nell’affrontare i problemi e abbastanza neutro nelle posizioni che un tempo avremmo definito ideologiche. I sindaci di questo tipo non è chiaro se siano di destra o di sinistra, anzi sul punto cercano di essere piuttosto ambigui, perché il loro obiettivo è piacere a tutti; fanno i simpatici, usano disinvoltamente i social, seguono le mode del momento e dicono le cose giuste al momento giusto. Uno così si fa vedere spesso a messa e pure mette sul suo profilo Facebook l’arcobaleno gender quando vede che gli altri lo mettono, se qualcuno gli dice che in paese ci sono troppi extracomunitari annuisce e dice che ci vuole più rigore e pure partecipa alle feste multietniche organizzate dalle associazioni locali, auspicando integrazione. Un colpo al cerchio e uno alla botte. Se non commette errori marchiani, uno così riesce a stare nell’amministrazione per molto tempo e magari anche a far carriera, perché si crea un piccolo potentato locale utilissimo per pensare a traguardi più ambiziosi. E infatti Censi è sindaco dal 2004: per due mandati a Polesine, poi per un altro a Zibello e infine adesso nel nuovo comune, nato dalla fusione dei due; e ogni volta eletto con buone percentuali.
Anche Giuseppe Bottazzi veniva eletto con percentuali molte alte, anche Bottazzi era simpatico, alla mano, stava in mezzo alla gente, anche Bottazzi aveva le sue contraddizioni – era fieramente anticlericale e pure partecipava alle funzioni religiose quando erano “pubbliche” – ma non voleva piacere a tutti. E non piaceva a tutti. Ma piaceva alla maggioranza dei suoi concittadini, perché li sapeva difendere, sapeva di cosa avevano bisogno; aveva i loro stessi ideali, e i loro stessi nemici.
Peppone non è mai esistito, diranno alcuni di voi. Certo il personaggio inventato da Guareschi e a cui il democristianissimo Gino Cervi ha dato un viso e un’anima non è mai esistito, ma io ne ho conosciuti di uomini così, nel mio di “mondo piccolo”, nella mia storia politica. So che a Polesine è stato sindaco per molti anni un altro Bottazzi, ma di nome Vittorio, che con Peppone condivideva solo il cognome, perché era un professore universitario democristiano. Immagino che anche lui non piacesse a tutti, perché non voleva piacere a tutti.
E immagino che qualcuno di voi pensi che neppure quella Polesine lì sia mai esistita. Io invece credo ci sia stata. Perché in quel tempo là esistevano gli argini. Non solo quelli che salvavano le terre e le case dal fiume e che in qualche modo lo creavano, perché il corso del Po e degli altri fiumi della nostra pianura sono anche quelli che gli uomini hanno costruito per secoli. Esistevano argini etici, che la politica – e gli oggi tanto vituperati partiti – si impegnavano a far rispettare. Peppone non era perfetto, prende una sbandata per la giovane compagna venuta dalla città, nasconde di aver vinto i soldi al totocalcio per non dividerli con la sezione, ma i suoi argini evidentemente funzionavano.
Anche Andrea Censi aveva qualche vizio privato: nel 2009 e nel 2016, a seguito di indagini delle forze dell’ordine, è emerso che faceva uso di cocaina. Lui non ha mai negato. In entrambe le inchieste è sempre stato scagionato – giustamente – perché era solo un consumatore e non spacciava. Questa dipendenza conclamata e potenzialmente pericolosa non ha impedito ai suoi concittadini di votare per lui. Gli argini non hanno tenuto. Credo non sia giusto colpevolizzare chi fa uso di sostanze stupefacenti – sono persone che devono essere aiutate, molto più di quello che si fa oggi – ma voi votereste per una persona che sapete fatica a controllarsi e soprattutto può essere in balia di persone che approfittano della sua dipendenza? Forse chi l’ha votato ha pensato che fosse meglio scegliere uno che lo ammette piuttosto di qualcuno che lo fa, negandolo? Forse hanno pensato che le sue qualità fossero comunque superiori a questo vizio? Non lo so. Certo qualcuno lo ha votato perché ne aveva un proprio tornaconto o sperava di averlo, e qualcuno ha pensato che con lui si poteva vincere e per vincere bisogna ingoiare qualche rospo. Credo che nel “mondo piccolo” in cui sono cresciuto e in cui ho imparato la politica questo non sarebbe successo, perché qualcuno avrebbe chiamato Censi e gli avrebbe spiegato che una sua candidatura era impensabile. Eravamo ipocriti? Forse sì. Avremmo chiuso un occhio su qualche altro vizio? Forse sì. Non eravamo perfetti. Ma credo che gli argini avrebbero retto.
Un argine di terra può essere insufficiente, un argine di terra può perfino crollare: è una costruzione umana e quello che noi uomini facciamo non è destinato a durare in eterno. E’ successo qualche volta, anche a Polesine. Lo racconta molto bene Guareschi nelle sue storie. In quel “mondo piccolo” è proprio il momento in cui la comunità si unisce, in cui si diventa più forti, in cui cresce la solidarietà: di fronte al fiume che entra nelle case e che invade le terre si dimenticano tante piccole meschinità. Poi si decide di ricostruire gli argini che si sono rotti, di alzare quelli che si sono rivelati insufficienti. E si può ricominciare a vivere, anche con le proprie piccinerie.
Ma quando crollano questi altri argini, quelli che sono a un tempo dentro di noi e nella comunità in cui viviamo, allora la situazione è più grave. Osserviamo sgomenti il fango che è entrato in casa nostra, ci chiediamo come sia potuto succedere, se riusciamo proviamo a pulire, ma solo da noi, difficilmente scatta la solidarietà e l’idea di fare insieme. Ma soprattutto non ricominciamo a ricostruire gli argini, perché abbiamo da molto tempo smesso di fare la necessaria manutenzione, perché non sappiamo neppure più come si fa. Abbiamo rinunciato alla politica, abbiamo rinunciato a tanti valori che erano i materiali necessari per tenerli saldi. Abbiamo dimenticato quello che ci hanno insegnato.
Polesine non esisterebbe da tempo se qualcuno non avesse costruito i suoi argini. Il nostro paese rischia di sparire se noi non cominciamo subito a farlo.

 

 

 

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