Ottobre 31, 2020

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La NATO e la grana Erdogan

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Mario Lombardo

I pochi giorni che mancano al summit di settimana prossima a Londra che celebrerà il 70esimo anniversario della NATO si annunciano particolarmente tesi. Le acque all’interno del Patto Atlantico continuano a essere agitate soprattutto dalle tendenze centrifughe che stanno interessando la Turchia, mentre, su un piano più generale, l’alleanza soffre dello scontro tra gli Stati Uniti di Donald Trump e i principali paesi dell’Europa occidentale, i cui interessi appaiono sempre più divergenti da quelli di Washington.

Il governo del presidente Erdogan avrebbe messo il veto su un piano di “difesa” destinato ai tre paesi baltici e alla Polonia come ritorsione per il rifiuto di alcuni membri NATO di approvare un documento relativo alla Turchia che includeva la definizione delle milizie curde siriane delle YPG (“Unità di Protezione Popolare”) come una minaccia alla sicurezza di Ankara. Tra coloro che si sono opposti alla richiesta turca ci sono proprio gli Stati Uniti, visto che un’eventuale via libera alla decisione avrebbe obbligato il Pentagono a combattere contro quelle stesse forze con cui collabora sul campo in Siria da alcuni anni.

La mossa di Erdogan, come ha spiegato giovedì un commento apparso sul quotidiano turco Hurriyet, punta chiaramente a danneggiare “la relazione di natura tattica tra i propri alleati NATO e le YPG”, in modo da ritrovarsi la strada spianata nel nord-est della Siria e facilitare la rottura dei rapporti tra questa fazione curda e il PKK, operante sul territorio turco.

La diatriba tra alleati si fa interessante però se si considera che lo stop di Ankara al piano di “difesa” disegnato dalla NATO per Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia rappresenta un favore alla Russia di Putin. L’assistenza extra preparata dall’Alleanza Atlantica per questi paesi dell’Europa orientale è infatti un elemento di grave disturbo per Mosca, che vede correttamente l’operazione nel quadro dell’avanzamento di natura offensiva della NATO verso i confini russi. A Bruxelles e a Washington, è superfluo ricordarlo, il piano in questione dovrebbe invece servire ufficialmente a garantire la difesa del fianco orientale della NATO da una fantomatica aggressione della Russia.

Da un certo punto di vista, dunque, la vicenda rientra nelle dinamiche legate al riallineamento strategico della Turchia di Erdogan, segnate dal rafforzamento della partnership militare, energetica ed economica con Mosca. Alcuni commentatori turchi hanno peraltro respinto l’ipotesi che il veto di Ankara all’iniziativa NATO abbia a che fare con l’intenzione di Erdogan di compiacere Putin, ma gli effetti della decisione sono difficili da equivocare.

Ciò non toglie che alla base dell’iniziativa, su cui sono in corso trattative a livello NATO per sbloccare lo stallo, ci siano in primo luogo ragioni di altro genere. In particolare, la Turchia intende mandare un ulteriore messaggio agli alleati dell’insoddisfazione per l’indifferenza nei confronti dei propri interessi sul fronte meridionale, ovvero, ancora una volta, sull’andamento della guerra in Siria che vede i curdi al centro delle manovre occidentali.

A complicare ulteriormente le cose è anche il riaccendersi della polemica sull’acquisto da parte di Ankara del sistema difensivo anti-aereo russo S-400. Attorno a esso, gli Stati Uniti hanno montato una campagna al limite dell’isteria, nel tentativo di far naufragare l’intesa tra Erdogan e Putin. L’S-400 in un paese NATO viene visto con orrore, principalmente perché potrebbe offrire alla Russia la possibilità di carpire segreti militari delicatissimi, come quelli legati alla tecnologia “stealth” americana.

Washington aveva già escluso la Turchia dal programma comune per la realizzazione degli aerei da guerra F-35, provocando a questo paese una perdita di circa nove miliardi di dollari. La Casa Bianca aveva poi minacciato pesanti sanzioni e il Congresso americano è sul punto di approvare un pacchetto di misure punitive che potrebbero avere conseguenze in svariati ambiti, da quello militare a quello economico-finanziario.

Il recente incontro a Washington tra Erdogan e Trump sembrava avere ammorbidito le rispettive posizioni, lasciando intravedere una possibile soluzione al nodo S-400. Nemmeno due settimane più tardi, però, Ankara ha attivato il radar del sistema anti-aereo di fabbricazione russa per eseguire i primi test sul campo. A questo punto, il governo americano potrebbe non avere scelta e applicare le sanzioni previste dalla legge che intende colpire quei paesi che acquistano equipaggiamenti militari “significativi” dalla Russia, nota col nome orwelliano di “Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act” (CAATSA).

Al Congresso, infatti, questa settimana svariati senatori hanno sollecitato un voto definitivo sul provvedimento e invitato la Casa Bianca a non esitare ulteriormente. L’amministrazione Trump ha invece mostrato di volere temporeggiare, spostando più avanti i paletti fissati di recente. Il segretario di Stato, Mike Pompeo, ha cioè spiegato che le discussioni con la Turchia continueranno e una decisione finale sulle sanzioni non arriverà prima dell’eventuale “piena operatività” del S-400, prevista per l’aprile del 2020.

Il ripetuto rinvio del momento nel quale la Casa Bianca sarà costretta a fare una mossa che potrebbe rappresentare una rottura più o meno irreparabile con la Turchia rivela il nervosismo e la posizione scomoda in cui si trova l’amministrazione Trump sull’atteggiamento dell’alleato NATO. Un’intensificazione delle pressioni potrebbe infatti avere l’effetto contrario a quello desiderato, spingendo Erdogan ancora di più verso la Russia.

Il presidente turco, da parte sua, non è nella posizione di fare marcia indietro sul S-400. In primo luogo, il sistema anti-aereo russo è costato ben 2,5 miliardi di dollari, di cui una parte già pagata. Inoltre, Ankara non ha nessuna intenzione di rivedere i propri piani strategici riguardo i rapporti con Mosca, per non parlare del fatto che l’equipaggiamento russo risponde a esigenze relative alla sicurezza da tempo evidenziate dalle forze armate turche e che gli USA e la NATO non hanno saputo finora soddisfare.

A riprova della determinazione di Erdogan e, di riflesso, dell’imbarazzo crescente per Washington, martedì l’agenzia di stampa russa RIA Novosti ha riportato la notizia dell’intesa tra Ankara e Mosca per discutere nel 2020 di nuovi contratti in ambito militare che andranno al di là del S-400.

Il “caso” Turchia sarà così al centro dell’agenda NATO tra pochi giorni a Londra. Esso si sovrapporrà inoltre a dinamiche interne all’alleanza segnate da tensioni in aumento su vari fronti, da quello del contributo economico dei singoli stati alle divergenze circa i rapporti con Mosca. Per dare un’idea del clima che prevale tra gli alleati, basti ricordare le parole pronunciate di recente dal presidente francese, Emmanuel Macron, secondo il quale la NATO ai tempi di Trump si trova ormai in uno stato di “morte cerebrale”.

http://www.altrenotizie.org/primo-piano/8697-la-nato-e-la-grana-erdogan.html