Novembre 29, 2020

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“TASSA COVID”: LA NECESSITÀ DI UNA PATRIMONIALE EUROPEA

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7.600.000 milioni. Cifre, punti, virgole, decimali, parti di nomi espressi in numeri. Apparentemente questi dati sono slegati tra loro: per lo meno non sono direttamente collegati. Questo, almeno, in una visione ristretta di una economia vista e analizzata settorialmente, dove l’influenza del Covid-19 sembra aver inciso in modo a volte “democratico” e, in altri contesti, invece aver letteralmente avuto la mano pesante ad iniziare dai due mesi di chiusura totale, per continuare anche oggi con l’allerta emergenziale che prosegue seppure nel flusso irresponsabile di un allentamento delle misure di prevenzione che invece dovrebbero essere mantenute alte.

7.600.000 sono i milioni di lavoratrici e di lavoratori che hanno perso loro posto, che non lo hanno ritrovato e che non sono nemmeno in un percorso di riconversione occupazionale, di ridistribuzione della forza-lavoro nel mercato aziendale. Tecnicamente parlando sono classificati come “inattivi“. Si presume, dunque, che prima o poi vengano “riattivati“, ma ad oggi non è dato sapere quando i padroni decideranno di reimpiegarli.

Anche perché, leggendo le impietose pagine dell’ISTAT circa l’effetto-crisi creato dalla pandemia in Italia, il 12% delle aziende non ha la minima intenzione di riconfermare la propria piena occupazione. Anzi, sono previsti ampi tagli delle maestranze. Per ora il blocco dei licenziamenti ha svolto il suo ruolo di tampone e ha impedito che il Covid-19 venisse assunto come alibi imprenditoriale per rideterminare le condizioni contrattuali al ribasso, beneficiando comunque degli aiuti di Stato.

Se è vero che la produzione delle merci, quindi le aziende private, hanno subito pesanti contraccolpi dal diffondersi del coronavirus da fine febbraio fino ad oggi, è pur vero che le categorie maggiormente colpite sono le classi sociali più deboli e non certamente il tenore di vita degli imprenditori che – Covid-19 o meno – hanno una cumulazione di “risparmi” (vien da ridere a definirli così, se si pensa al risparmio come al meticoloso recupero dal salario di una quota del medesimo per costruire un piccolo conto corrente bancario…) così ampia, così ben foraggiata da tanti decenni di speculazioni finanziarie e di abusi nei confronti del pubblico, da poter essere al sicuro personalmente per secoli.

A pagare il prezzo più ingente della diffusione del coronavirus in Italia in termini di mortalità sono i cittadini meno abbienti e meno istruiti. Due dati che possono sembrare avvicinabili ma non sommabili tra loro e che invece esprimono tutta l’inadeguatezza di un sistema ormai non più sociale, a cominciare dalla sanità pubblica ampiamente ridimensionata e schiacciata sotto il peso della concorrenza tra i privati nei settori più redditizi della medicina e delle cure a pagamento.

Il 30% in più fra gli uomini e il 20% in più fra le donne sono i deceduti che sono ascrivibili tra coloro che avevano un tasso di istruzione basso, elementare, forse anche inferiore al livello minimo della scuola dell’obbligo. Il Paese, le istituzioni, la Repubblica nel senso più nobile del termine si è dimenticata dei suoi figli più fragili, meno capaci di comprendere i pericoli, più deboli tanto sul piano economico quanto su quello sociale a tutto tondo.

Scienziati e statistici hanno ormai provato, numeri alla mano, che la parte della popolazione meno istruita è anche quella che si cura di meno e che soffre di patologie curabili ma che, se trascurate, possono assumere le proporzioni di vere e proprie bombe ad orologeria nel proprio corpo.

Qui il tema è ambivalente: se ci si ritrova, infatti, nel gradino più basso della scala sociale è evidente che il livello di istruzione sarà altrettanto basso. E se non si hanno le capacità di comprensione dei fenomeni che si sviluppano intorno a noi, è facile rimanere preda di un corto circuito che imprigiona nell’ignoranza non solo meramente scolastica ma sociale: tutto viene sottovalutato e anche disprezzato, perché primi a non tenere in considerazione queste fasce così deboli della popolazione sono quelle istituzioni che dovrebbero scavalcare la burocrazia e agire in fretta per salvaguardare i  più elementari – e per questo ancora più importanti – diritti di ogni donna e di ogni uomo, di ogni cittadino.

Non molto diverso è il discorso per le lavoratrici e i lavoratori, per la classe sociale contraria a quella che detiene la proprietà dei mezzi di produzione e sfrutta la mano d’opera e l’intelligenza dei “propri” sottoposti. L’ISTAT conferma che tra i più colpiti dalla crisi economica sono le famiglie che devono conciliare la vita quotidiana con le esigenze del lavoro: il 38% delle mamme ha cambiato i propri orari di lavoro per poter seguire i figli nella forzata reclusione casalinga, per organizzare le attività didattiche dei figli e per occuparsi in prima persona della casa, facendo a meno di badanti, di colf, comunque di un aiuto in merito.

Sul fronte paterno, il 12% ha dovuto modificare anch’esso i propri orari di lavoro, mentre i ragazzi che sono rimasti privi di un collegamento costante con la scuola sono addirittura 850.000. Non tutti vivono in famiglie che si possono permettere un tablet o una connessione Internet ultra veloce; oppure risiedono in comuni dove i servizi della fibra ottica non sono ancora arrivati.

La disparità antiegualitaria che regna nel Paese evidenzia come al nord praticamente tutti abbiano connessioni e accessi ad Internet, tranne una parte della popolazione che decide di non far entrare il mondo del web nella propria vita (con qualche ragione…); al sud, invece, se ci riferiamo alla cosiddetta “didattica a distanza“, un quinto dei bambini (quindi 20 su 100!) non ha nemmeno un computer per poter seguire le lezioni da casa. Qui si potrebbe parlare della “distanza della didattica a distanza“, ma nel capitolo “scuola“, prima ancora dell’emergenza Covid-19, le distanze tra alunni e sapere erano già ben più ampie e gravi.

Il Covid-19 ha fatto emergere insieme tutte le problematiche individuali e sociali che dovrebbero essere invece di semplice soluzione per consentire una eguaglianza sostanzialmente sufficiente tra tutti i cittadini, tra tutti gli studenti e i giovani, al fine di rendere omogenea la crescita di una nuova generazione. Invece le differenze negative permangono e si vanno poi a cumulare finendo per determinare nuove ineguaglianze che, sommate alla pavidità del capitalismo italiano nella gestione della crisi sanitaria e occupazionale, producono milioni di nuovi poveri che, inevitabilmente, rinunciano a dare vita ad una famiglia.

Se si parla, infatti, di famiglie eufemisticamente definibili “in difficoltà“, ci si riferisce a quasi 2.000.000 di cittadini, pressapoco a 860.000 famiglie.

Le aziende continuano a delocalizzare le produzioni, ad accumulare i profitti nei cosiddetti “paradisi fiscali“, mentre aumenta il divario sociale in modo esponenziale.

In questo devastante quadro di povertà crescente, di diseguaglianze che non accennano ad essere mitigate da interventi strutturali di portata rivoluzionaria, intervenendo pesantemente sull’ascensore sociale che precipita sempre più in basso per le classi che patiscono le condizioni peggiori di sopravvivenza, è naturale che la denatalità diventi un ulteriore elemento di caratterizzazione della crisi generale.

La crisi di un sistema che si preoccupa solo di elargire dei “bonus” senza formulare un piano di recupero e rinascita sociale, spostando il prelievo fiscale soltanto concernente la tassazione indiretta dell’IVA (che dovrebbe essere – anche in questo caso – progressiva e parametrata ai beni di consumo di vasta scala rispetto a quelli di lusso), dilazionando i pagamenti delle tasse e consentendo l’aumento di beni di consumo universali come l’elettricità nel periodo estivo in cui, ovviamente, se ne consuma molta di più rispetto ai mesi invernali per via dei condizionatori d’aria… tanto per fare un esempio.

Non si tratta solamente (si fa per dire…) di recuperare alla gestione pubblica tutto un sistema sanitario spezzatinizzato, diversificato fra regioni ricche e regioni povere. Si tratta di recuperare una idea di comunità, di popolo, di Paese e di Repubblica che metta davanti a tutto l’interesse sociale come espressione della diffusione del maggiore egualitarismo possibile fra le classi sociali più deboli della popolazione: ad iniziare dai lavoratori, dai precari, dai disoccupati, dai pensionati e dai malati, passando per casalinghe, studenti, indigenze causate da mille problematiche sociali che si vengono a creare in una società così complessa e “liquida” al tempo stesso. Proprio come l’aveva stigmatizzata Zygmunt Bauman.

La proposta di una “tassa Covid” che intervenga sui profitti accumulati dagli imprenditori in decenni di speculazioni e di investimenti che hanno causato danni incalcolabili alla stabilità delle ricchezze nazionali dei vari paesi dell’Unione Europea, provocando veri e propri tracolli come quello greco; che punti alla creazione di un fondo di solidarietà sociale in tutto il continente; che apra un dibattito politico-economico sulle modalità attraverso cui si possa intervenire per mettere in discussione l’attuale modello produttivo, è una proposta che va condivisa, diffusa, ampiamente dibattuta prima di tutto nell’ambito della sinistra di alternativa, di opposizione, veramente socialista e liberataria, comunista e antiliberista.

Scuola, lavoro e salute dovrebbero essere espressioni di una società che cresce nell’eguaglianza dei valori, mediante una solida base di rispetto delle differenze sociali: qualificate come elementi costruttivi di un progressismo che escluda la proprietà privata delle aziende e che superi il capitalismo. Non lo si può fare con una “tassa”. Ma si può iniziare a ridiscutere i termini di un rinnovamento culturale, civile e morale, per aprire una nuova stagione di lotte che rimetta al centro il rapporto della lotta di classe, il contrasto inevitabile e mai sanabile tra mondo del lavoro e mondo della proprietà della forza-lavoro, delle braccia e delle menti di ogni singolo operaio, impiegato, precario e studente-lavoratore.

MARCO SFERINI

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