Negli ultimi mesi in Portogallo si è assistito alla moltiplicazione di azioni intimidatorie dell’estrema destra contro la crescente forza dei movimenti antirazzisti. Per comprendere quello che sta accadendo, occorre tornare all’eredità coloniale portoghese e al modo in cui continua ancora oggi a perpetuare e giustificare logiche discriminatorie

La sera dell’8 agosto 2020, venti militanti dei movimenti ultranazionalisti portoghesi si sono recati presso la sede dell’organizzazione SOS Racismo, a Lisbona, muniti di torce e mascherati di bianco, in un’azione intimidatoria che ha rievocato il modus operandi del Klu Klux Klan. Scegliendo di filmare l’azione dimostrativa e di divulgare il video su YouTube, la loro attenzione si è rivolta principalmente a Mamadou Ba, dirigente dell’SOS e noto attivista antirazzista in Portogallo che ormai da anni fronteggia in modo diretto i movimenti di estrema destra. Pochi giorni dopo, dieci persone ricevevano via mail minacce di morte per loro e i loro familiari, con l’intimazione a lasciare il paese nel giro di 48 ore. Tra loro, le deputate Beatriz Gomes Dias, Joacine Katar Moreira e Mariana Mortágua, oltre che vari attivisti appartenenti ai collettivi antirazzisti e antifascisti. Poco più di una settimana prima, il 31 luglio, l’ultima delle grandi manifestazioni antirazziste riempiva a Lisbona il Largo de São Domingos, chiedendo giustizia per Bruno Candé Marques, attore nero ucciso a colpi di pistola e in pieno giorno da un ex combattente della Guerra Coloniale, che aveva premeditato l’omicidio su basi razziste.

Le azioni dei movimenti neofascisti e neonazisti portoghesi costituiscono una manifestazione plateale dello smarrimento causato dall’intensificarsi del dibattito sul razzismo nella cultura nazionale, dall’inedita elezione di tre deputate nere per il parlamento da novembre 2019[1] e, infine, dalla crescente forza dei movimenti antirazzisti e antifascisti che escono dalle periferie per riempire i centri nevralgici delle città.

L’urgenza di politiche che combattano attivamente il razzismo – istituzionale e non – ha, negli ultimi anni, popolato le pagine dei quotidiani e i dibattiti televisivi, spesso in seguito alla denuncia di violenze della polizia nelle periferie della capitale: dopo il famoso caso delle torture avvenute nel 2015 nella squadra di Alfragide a danno di sei cittadini neri, hanno avuto eco – tra gli altri – le aggressioni poliziesche nel quartiere Jamaica di Seixal, l’omicidio razzista del giovane studente Luís Giovani, le violenze poliziesche contro Cláudia Simões. Casi di discriminazione, violenza e segregazione ai danni di cittadini appartenenti alla minoranza romaní sono, inoltre, molto frequenti.

Foto di Gianira Ferrara

OLTRE LA CRONACA: IL MITO LUSOTROPICALE E LA “BRAVA GENTE”

Gli eventi delle ultime settimane dimostrano, ancora una volta, la necessità di andare oltre i fatti di cronaca, per comprendere quali siano le narrazioni che favoriscono la segregazione territoriale, lo sfruttamento economico dei soggetti sottoposti a discriminazioni etnico-raziali e il perpetuarsi di pratiche discriminatorie, a livello istituzionale e non, interne alla società portoghese. Ci troviamo di fronte alla persistenza di strutture socio-culturali che il paese ha ereditato dell’Estado Novo, in particolare dalla propaganda coloniale ad esso associato. Il regime fascista di António de Oliveira Salazar si è concentrato, a partire dal secondo dopoguerra, sul mantenimento delle colonie africane, nella speranza di garantirsi un ruolo nodale nel precario equilibrio di potenze della Guerra Fredda.

Se il colonialismo italiano cercò di giustificare la sua perpetuazione con il mito che Angelo del Boca identificò come “Italiani, brava gente”, quello portoghese insistette, almeno a partire dai primi anni ‘50, su quello del lusotropicalismo.

Inizialmente elaborata dal sociologo brasiliano Gilberto Freyre, la teoria lusotropicalista sosteneva che, in virtù delle sue caratteristiche culturali e di questioni storiche e geografiche, i portoghesi fossero particolarmente predisposti alla convivenza e alle relazioni con i popoli insediati nelle aree tropicali. La dittatura salazarista si appropriò di tale teoria al fine di giustificare la perpetuazione dei suoi domini in Africa, implementando una politica di assimilazione culturale delle popolazioni africane.

Analogamente agli italiani, i portoghesi sarebbero dunque stati, secondo la propaganda ufficiale, dei buoni colonizzatori, dediti a una missione civilizzatrice il cui obiettivo principale era quello di portare il progresso nelle colonie. Se per gli italiani il meticcio era fonte di vergogna (anche per via della diffusa pratica del madamato), secondo la propaganda lusotropicalista la miscigenazione sarebbe stata la prova lampante dell’unità nazionale, in un paese che si presentava al mondo come “unico e pluricontinentale”. Fino alla Rivoluzione dei Garofani del 25 aprile 1974, il Portogallo mantenne infatti varie colonie extraeuropee: Angola, Mozambico, Capo Verde, Guinea Bissau e São Tomé e Principe e Timor Est. Macao rimase sotto amministrazione portoghese fino al 1999, mentre Goa, Daman e Diu vennero annesse al territorio indiano nel 1961. Dal Minho (regione nel nord del Portogallo) a Timor, il regime fascista promuoveva, nonostante la propaganda, un regime di oppressione basato sulla persecuzione attuata dalla polizia politica, la PIDE, sulla censura e sul lavoro forzato nelle colonie.

CHI HA PAURA DEL CAMBIAMENTO?

La resistenza al cambiamento culturale avviene, attualmente, su più fronti: da una parte, quella violenta e aggressiva dei movimenti ultranazionalisti, dall’altra, quella mascherata dell’élite e di una società poco abituata – come nel caso italiano – alla discussione critica sulla sua storia, che spende energie cercando di relegare al ruolo di controfigure o personaggi passivi quei soggetti che coscientemente rivendicano uno spazio per narrative plurali e critiche relativamente al passato nazionale, all’accesso all’istruzione, al razzismo istituzionale.

Foto di Gianira Ferrara

É importante chiarire che la questione è culturale ancora prima che politica, non essendoci distinzione sostanziale tra il tentativo di silenziamento o di fagogitazione del discorso che viene realizzato a danni degli attivisti e degli intellettuali appartenenti a minoranze etniche e delle deputate appartenenti alle minoranze. Se Edward Said ha osservato che pensare all’appropriazione culturale implica inevitabilmente una riflessione sulle dinamiche di dominazione, la tradizione anticoloniale ci insegna – da Frantz Fanon a Amílcar Cabral – che il colonialismo si è riprodotto storicamente tramite la rimozione e la negazione culturale – ancora prima che fisica – dei soggetti dominati. Per quanto riguarda il caso portoghese, è bene ricordare che la propaganda lusotropicalista è riuscita a permeare i più diversi strati della società, entrando a far parte dell’immaginario collettivo, ed essendo successivamente interiorizzata e trasmessa a livello intergenerazionale. La stampa anticolonialista, antifascista e indipendentista prodotta durante la Guerra Coloniale dimostra, ad esempio, come anche le frange più radicali si alimentassero di questo immaginario, i cui contorni si confondevano, a volte, con l’appello all’internazionalismo e all’unione tra i popoli.

Le implicazioni di queste logiche fanno sì che, in Portogallo, episodi di cronaca a sfondo razzista popolino il dibattito nazionale, ma che l’egemonia bianca e patriarcale domini ancora, con rare ma preziose eccezioni, le riflessioni che su di esse vengono elaborate.

É a causa della perpetuazione, nell’inconscio collettivo, di dinamiche coloniali che è possibile fare apologia della violenza poliziesca. É in virtù di tali continuità, tanto quelle coloniali come quelle della propaganda del regime salazarista, che è, ancora una volta, considerato legittimo silenziare più o meno indirettamente voci femminili, a maggior ragione quelle appartenenti a minoranze etniche, relegandole incessantemente al ruolo rappresentanti delle minoranze a cui appartengono e senza che ne venga riconosciuto il merito politico, intellettuale o accademico. Contrariamente a ciò che soventemente si argomenta, l’obiettivo di queste riflessioni non è, né è mai stato, quello di cancellare la storia del paese, il suo passato o i suoi valori culturali. Si pretende, al contrario, di promuovere una maggiore coscienza culturale sulle dinamiche che lo hanno caratterizzato, al fine di render possibili cambiamenti concreti e consapevoli nella società civile.

Foto di Gianira Ferrara

INTERSEZIONALITÀ E SOVVERSIONE DELL’EREDITÀ COLONIALE

Tornando alla condizione femminile, uno dei detti popolari diffusi durante l’Estado Novo recitava all’incirca così: «In casa comanda lei, ma su di lei comando io». Quale sarà allora l’impatto di una partecipazione attiva delle donne, e soprattutto delle donne appartenenti alle minoranze etniche (come le tre deputate recentemente elette), nella vita del paese? Nel momento in cui diamo per valido che, come sostiene Silvia Federici, nelle società moderne la donna sia stata storicamente assoggettata ed utilizzata come strumento di riproduzione delle logiche capitalistiche (pensiamo all’educazione, al lavoro domestico non retribuito o all’attività sessuale), stiamo riconoscendo il potenziale rivoluzionario che il ruolo attivo delle donne rappresenta nelle nostre società. O, per dirlo con le parole di Angela Davis, questa partecipazione attiva è essa stessa la forza motrice che permette di immaginare un mondo veramente libero dalle asimmetrie e dalle oppressioni generate dal sistema capitalista. Come scrisse Alda Espírito Santo, poeta di São Tome e resistente anticoloniale:

Non grideremo più

I nostri cantici dolorosi

Pregni di eterna rassegnazione…

Un altro canto si eleverà, Sorelle

Sulle nostre teste[2]

Solo pratiche realmente intersezionali, trasversali ai concetti di classe, razza, genere, disabilità e età biologica potranno dunque, in Portogallo come in Italia, permettere una reale sovversione dell’eredità coloniale e di quella fascista, entrambe così presenti nell’inconscio collettivo ma, proprio per questo, troppo spesso assenti dal dibattito culturale su ampia scala.

Di Nardi

Davide Nardi nasce a Milano nel 1975. Vive Rimini e ha cominciato a fare militanza politica nel 1994 iscrivendosi al PDS per poi uscirne nel 2006 quando questo si è trasformato in PD. Per due anni ha militato in Sinistra Democratica, per aderire infine nel 2009 al PRC. Blogger di AFV dal 2014

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