Ottobre 28, 2020

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La sinistra radicale in Europa: memoria, sfide e prospettive

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Nel dibattito politico italiano, è oramai opinione corrente quella secondo cui la sinistra radicale non esista praticamente più o che non abbia più nulla da dire, non essendo stata in grado di reggere e di adattarsi ai processi di modernizzazione conosciuti dalle società europee negli ultimi vent’anni: contro tale profondo provincialismo, tratto tipico delle nostre classi dirigenti, presentiamo una selezione di testi dell’ultima edizione internazionale dell’annuario di transform!europe, la fondazione di cultura e ricerca politica affiliata al Partito della sinistra europea che in questi anni ha pazientemente costituito una rete di ricercatori, intellettuali, dirigenti politici e sindacali espressione delle differenti organizzazioni della sinistra politica e sociale del nostro continente, i cui saggi forniscono al lettore italiano una prova della ricchezza e della vivacità mostrata da questa famiglia politica – non certo riducibile alla situazione del contesto italiano – in termini di elaborazione teorica e di riflessione sull’attualità.

Il volume permette infatti di comprendere meglio la profondità e la multidimensionalità della cultura politica e dell’identità propria dei partiti della sinistra radicale europea, così come delle problematiche da cui questa identità è innervata. Una prova del fatto, insomma, che pur mantenendo ben saldo il proprio posizionamento dentro il conflitto sociale e redistributivo tra capitale e lavoro, l’azione e la visione della sinistra non si esaurisce, in modo economicistico, in esso, facendo propria una concezione dei rapporti di dominio dei processi di trasformazione più ricca e più larga, in grado di assumere pienamente la dimensione culturale ed egemonica di questi, e di affrontare la molteplicità dei conflitti e delle contraddizioni presenti nelle nostre società: il rapporto uomo-donna e il problema di una cultura patriarcale ancora pesantemente presente; il conflitto uomo-natura e la questione ambientale, riportati all’attenzione nell’ultimo anno dai Fridays for future; ma anche il rapporto che, fermo restando il presupposto della laicità dello Stato e della politica, anche la sinistra di ispirazione marxista deve intrattenere con la dimensione religiosa e con le domande di senso che ad essa si riconnettono.

È evidente come ciascuno dei temi sollevati sia centrale nella definizione di una rinnovata prospettiva strategica e di una progettualità che sia realmente all’altezza della complessità sociale dentro cui ci muoviamo. In primis, la “questione europea”: mai come in questo momento, in cui la crisi innescata dalla pandemia e dal Covid-19 impone di rivedere radicalmente il modello sociale, è stato urgente ridisegnare l’impalcatura europea, ripensando il rapporto tra pubblico e privato, o quello tra spesa pubblica e vincoli di bilancio (per non parlare poi del ruolo della Banca centrale, che nei confronti di una simile iniezione di liquidità dovrebbe porsi quale garante, al fine di evitare manovre speculative sui titoli di debito pubblico). Bisogna, cioè, farla finita con la filosofia sociale che ha sostenuto fino a ora il processo di integrazione. Frutto di quello che è stato definito come il “compromesso” dinamico e “in evoluzione” tra l’ordoliberalismo tedesco e il dirigismo francese – seppur, va sottolineato, entro un quadro fortemente sbilanciato a favore del primo elemento, e ciò in quanto, lungo il sentiero tracciato prima dai Trattati di Roma e poi da quello di Maastricht, è indubbiamente più agevole e diretto implementare la funzione regolatoria e “arbitrale” delle istituzioni, piuttosto che quella redistributiva e socially-oriented – l’attuale costruzione europea ha sancito, nei fatti, una sostanziale subordinazione della politica e delle finalità sociali alla dimensione del mercato e del libero scambio. Una subordinazione tale e talmente accentuata da avere fatto parlare del ribaltamento dei principi e della filosofia che avevano ispirato i patti sociali e costituzionali postbellici, dando vita a una antitetica e speculare organizzazione politica e sociale “fondata sul capitale”. La posizione prioritaria assegnata dai Trattati agli obiettivi della stabilità monetaria, della solidità della moneta e dell’inflazione contenuta se non inesistente, unita all’obiettivo di una “competizione non falsata” da eventuali interventi statali volti a perseguire una organica politica industriale, castra indubbiamente le istituzioni europee e gli Stati membri della possibilità di condurre politiche finalizzate alla piena occupazione e alla riconduzione degli interessi privati a finalità sociali e di rilevanza collettiva1. La stessa dimensione sociale rivendicata dall’Unione assume una portata assolutamente irrilevante, posta com’è in posizione ancillare rispetto alle dinamiche di mercato: sulla base della già richiamata ascendenza ordoliberale, la “politica sociale europea” prefigurata nei documenti della Commissione assume un significato e una valenza diversi – se non addirittura opposti – da quelli che questo termine aveva nel costituzionalismo democratico-sociale postbellico. Se in quest’ultimo la politica sociale si caratterizzava infatti per la sua natura “polemica”, dovendo fungere da elemento di correzione e di contrappeso allo spontaneo svolgimento dei processi economici e delle interazioni a cui dava vita, nell’ottica ordoliberale dell’UE la “socialità” viene fatta coincidere con lo status quo: con una situazione, cioè, in cui la distribuzione della ricchezza e del potere sociale fra i differenti soggetti è quella che verrebbe a determinarsi spontaneamente e in assenza di una qualsivoglia intromissione dello Stato. Compito della politica sociale UE non è quindi quello di orientare il mercato e di correggerne i fallimenti, quanto piuttosto assicurarsi che a non fallire sia il mercato in quanto «progetto complessivo di conformazione della società»2.

Per ciò che concerne l’atteggiamento e la strategia da assumere rispetto a questo quadro, il saggio di Luciana Castellina è, in tal senso, esemplare: mettendo infatti in evidenza lo scarto clamoroso tra l’Europa reale edificata storicamente, e i termini dell’originario progetto di Spinelli, Rossi e Colorni, a essere rivendicata è la riassunzione “critica” del Manifesto di Ventotene, del quale andrebbe valorizzata l’istanza democratica volta al controllo degli impetuosi processi economici internazionali. Quanto di più lontano, insomma, dalla governance multi-level che caratterizza attualmente l’UE e attraverso cui la sovranità popolare viene fiaccata e dispersa in mille rivoli. Più complessivamente, bisogna poi essere consapevoli del fatto che non basta soltanto porsi l´obiettivo, difficile ma necessario, di cambiare i Trattati: occorre mettere in campo un nuovo progetto costituente capace di produrre un’ipotesi di integrazione politica ed economica alternativa nei principi a quella realizzatasi fino ad adesso. Una proposta che aggredisca gli attuali Trattati e modifichi nella sostanza la politica monetaria, senza rischiare di essere ricacciati nell’illusorio terreno dell’isolamento nazionale, dove non esiste più da tempo la forza contrattuale necessaria a contrastare lo strapotere globale e dove saremmo rapidamente resi impotenti. Alla “moneta senza Stato” delineata da Maastricht3, cara ai teorici neoliberali e funzionale alla tutela degli interessi socialmente più forti, bisogna quindi contrapporre un’autentica democrazia sovranazionale, in grado cioè di riunificare a un livello più alto e legittimato democraticamente quelle funzioni precedentemente espropriate agli Stati nazionali e suddivise tra organismi tecnocratici e impermeabili al conflitto sociale e a qualsiasi logica democratica4.

Questo approccio alla tematica europea chiama evidentemente in causa la questione nazionale, sia per ciò che riguarda il ruolo dello Stato-nazione dentro le diverse forme di esplicazione ed espressione della sovranità popolare, sia per ciò che concerne invece, la problematica di marca gramsciana della traduzione in termini nazionali di una impostazione strategica comune e condivisa: per essere progressivo, nessun universalismo può dunque essere “astratto”, dovendo al contrario calarsi nella realtà delle cose, facendosi “concreto”. Nel momento, infatti, in cui affermiamo la necessità di “riunificare a un livello più alto e legittimato democraticamente” le funzioni storicamente proprie delle democrazie novecentesche, dimostriamo di prendere sul serio l’esperienza dello Stato-nazione quale sede finora privilegiata e ineguagliata della democrazia e della sovranità popolare.

Lungi quindi dall’effettuare sbrigative e semplicistiche equazioni che vorrebbero lo Stato-nazione inevitabilmente intriso di nazionalismo e di pulsioni esclusive ed escludenti (come afferma un certo europeismo liberale acritico), riconosciamo la dimensione nazionale come il luogo in cui è stato finora agito con maggior efficacia il conflitto sociale5, senza però accettare l’idea deterministica – sulla base di affrettate generalizzazioni della proposta federalista avanzata da von Hayek, incomprensibilmente assunta come l’unica forma possibile di federalismo, e non invece come la sua declinazione neoliberale – secondo cui qualsiasi ipotesi democratica sovranazionale sia ineluttabilmente destinata a percorrere i sentieri ordoliberali conosciuti dalla nostra recente esperienza storica. Una simile lettura sconta infatti la mancata comprensione dell’essere stato, quello dell’integrazione economica e politica del continente, un campo di battaglia senza esclusione di colpi, oggetto del contendere fra diverse egemonie sociali e culturali. A uscirne vincitore è stato evidentemente il blocco sociale strettosi attorno agli interessi capitalistici, con la rinnovata visione liberale della società: il deficit democratico e sociale dell’UE sarebbe dunque riconducibile all’imporsi di questa visione, e al riprodurre entro nuove e più sofisticate forme quella scissione tra politica ed economia (elemento, questo, di neutralizzazione della democrazia) che Pietro Barcellona ci ha mostrato essere caratterizzante del capitalismo sin dai tempi della sua fase concorrenziale e liberista6.

La seconda problematica connessa alla questione nazionale, relativa cioè alla comprensione degli elementi culturali e ideologici dei diversi contesti nazionali, e alla valorizzazione in termini strategici, è quella affrontata in maniera più esaustiva dal saggio di Walter Baier. Quest’intervento prende di petto uno dei nodi più controversi dell’agenda politica, utilizzando le riflessioni di pensatori come Lenin, Rosa Luxemburg e, in particolar modo, dell’austro-marxista Otto Bauer, al fine di dotare la politica di classe portata avanti delle organizzazioni della sinistra radicale nel quadro sovranazionale dell’Unione europea di un’attenzione peculiare per le ricadute in termini politico-culturali della “questione nazionale”, senza nulla concedere all’egoismo nazionalistico ed etnico caratterizzante le destre xenofobe e, purtroppo, in misura sempre maggiore anche quelle liberali7. Soprattutto in una fase in cui il funzionamento di UE ed eurozona vede manifestarsi un aspro conflitto tra centro e periferia, tra paesi creditori e paesi debitori – con un annesso processo di “mezzogiornificazione” e desertificazione industriale di questi ultimi –, la questione sociale e le differenti questioni nazionali possono e devono saldarsi, al fine di sottrarre terreno alla propaganda xenofoba delle destre. L’anello di congiunzione e il momento di saldatura tra le due questioni può evidentemente essere rappresentato solo da una forma articolata di lotta alle politiche di austerity: entro queste ultime si realizza infatti non solo il conflitto capitale/lavoro – attraverso le pratiche deflazionistiche di svalutazione del lavoro –, ma anche un conflitto intercapitalistico tra le diverse aree del continente, nello specifico tra i capitali nazionali “forti” e i capitali nazionali a rischio di insolvenza8. È qui che la questione di classe si fa anche nazionale, è qui che l’interesse delle varie forme di lavoro subordinato si fa “interesse generale”: mettendo in discussione una struttura, come quella dell’UE, fondata sulla deflazione salariale e tale da assumere le esportazioni come elemento trainante dell’economia, e rimettendo al centro del modello di sviluppo il ruolo del salario e della domanda interna, la classe lavoratrice salva “sé stessa” agendo e praticando il conflitto sociale e redistributivo, ma al contempo salva “l’intera società” ponendo le basi per una reindustrializzazione dei paesi periferici e debitori e per delle relazioni economico-commerciali equilibrate fra i paesi dell’UE. In assenza di una simile saldatura, è evidente come il senso di insofferenza ingenerato nei ceti popolari dalla politica dell’UE finirà inevitabilmente per riversarsi sulla sola questione migratoria.

Questi nodi chiamano però in causa una proposta in positivo da parte della sinistra; esigono cioè che a essere definito sia un organico e articolato progetto di società che alle differenti forme di spoliazione della sovranità democratica e di privatizzazione di fette sempre più consistenti della vita associata, risponda riscoprendo e aggiornando quello che rappresenta il cuore della progettualità socialista sin dai suoi albori: la democrazia economica. Ovvero, l’idea che sia imprescindibile per la tenuta e lo sviluppo stesso di una democrazia che non si voglia meramente formale, l’estensione delle logiche e dei meccanismi democratici al cuore del processo produttivo, influenzando sia le modalità d’esecuzione e le finalità di quest’ultimo, sia la successiva allocazione di risorse economiche e di potere sociale che da esso si diparte9. Una concezione che intende dunque superare in avanti e dialetticamente la lezione storica del liberalismo, non indirizzando cioè, come quest’ultimo, l’azione di limitazione e contenimento del potere alla sola dimensione politica, ma comprendendo al contrario anche quella economica, in modo da rendere la proprietà privata e le attività che a essa si riconnettono funzionali a interessi di natura collettiva e sociale. Una tematica, questa, toccata dal saggio di Kioupkiolis, che ragiona per l’appunto intorno al ruolo che può essere potenzialmente svolto dai commons – ossia da quei beni comuni per loro natura indisponibili a processi aventi come unico fine quello del profitto – entro un processo di trasformazione sociale che ambisca sia a modificare il modo di produrre, la sua gestione e la sua organizzazione, sia ad approfondire in senso partecipativo i sistemi della rappresentanza politica attraverso forme di controllo dal basso e di autogoverno popolare. Pur senza voler erigere la teoria dei commons a nuova strategia generale, ne sottolineiamo però l’interesse e la fecondità, visti i ponti che essa lancia verso una questione teorica da sempre presente nei punti alti della sinistra marxista e del movimento operaio. La questione, cioè, della funzione delle forme di autogoverno (economico e non) all’interno di un processo di transizione al socialismo, nodo teorico fondamentale sin dalle riflessioni marxiane sulla Comune di Parigi e da quelle di Lenin sui soviet quali elementi fondanti di uno Stato socialista che avvia immediatamente la sua estinzione in quanto corpo separato, fino ai più recenti sviluppi del marxismo e dei partiti che a esso si sono ispirati. Pensiamo solo alla ricerca condotta dal socialismo jugoslavo intorno alla “proprietà sociale”, intesa come una forma specifica di proprietà, alternativa sia a quella privata, caratteristica dei sistemi capitalistici, sia a quella statale vigente nei paesi del blocco sovietico, e che, in virtù della dinamica autogestionaria e “riappropriativa” che si realizzerebbe al suo interno, viene vista come la “cellula originaria” a partire dalla quale costruire una società socialista10. Oppure, pensiamo alle Tesi di Panzieri e Libertini sul controllo operaio, in cui le forme di democrazia economica e industriale sviluppate dai lavoratori vengono considerate come il miglior antidoto alle degenerazioni burocratiche e autoritarie che avevano conosciuto fino a quel momento i paesi socialisti11. O, infine, all’“ipotesi di transizione non statalista” che una parte del Pci, rileggendo Gramsci e le sue riflessioni sul riassorbimento in seno alla società civile delle funzioni pianificatrici e di regolazione proprie dello Stato, sembra adombrare a partire dallo sviluppo delle forme di democrazia dei produttori che si realizza in Italia negli anni settanta e dalla loro potenziale ricongiunzione con gli organismi della democrazia rappresentativa generale12. Un filone, dunque, che ha attraversato in maniera carsica tutta la tradizione del movimento operaio e che ancora oggi ci interroga e aiuta a interrogarci sulle caratteristiche e sulle strategie per costruire un socialismo che non sia solo autenticamente democratico, ma che rappresenti addirittura la forma più avanzata e radicale di democrazia.