Nulla da segnalare
Ci si aspettava molto dal dibattito vicepresidenziale di questa notte. In realtà non si riscontra nulla di particolarmente rilevante al termine della diatriba verbale – che poi tale non è neppure stata – tra Mike Pence, vice di Donald Trump, e Kamala Harris, candidata vicepresidente per Joe Biden.
Il tema prevalente, nei giorni che ci hanno avvicinato all’appuntamento di Salt Lake City, tenutosi nella notte italiana appena passata, era quello di prestare attenzione al dibattito televisivo tra i numeri 2, poiché tanto Pence quanto Harris potrebbero disporre di una posizione niente affatto subalterna, viste le età del presidente e del candidato democratico.
Non appena i due sfidanti si sono seduti alle loro postazioni, dietro la protezione di plexiglass che ha conferito unicità all’appuntamento, però, la realtà ci ha ricordato che i due oratori non erano che candidati vice, un ruolo di importanza veramente relativa.
Il ruolo del vice
Tanto il tono di voce quanto le argomentazioni portate dai due avversari politici hanno fatto capire fin da subito che i due rivali non competevano per uno dei lavori più invidiabili del mondo, bensì erano due comprimari, due riserve di lusso, vicinissime al potere ma non in grado di disporne.
Sebbene gli scambi si siano accesi, di tanto in tanto – senza mai giungere nemmeno lontanamente vicini alle aggressioni verbali che hanno contraddistinto il dibattito tra i due candidati presidenti della scorsa settimana – i due candidati vice non sono mai usciti dal seminato. Pence si è mostrato più aggressivo ma non è mai stato invadente e maleducato come Trump nei confronti della sua avversaria.
Chiunque si aspettasse di cogliere da questo dibattito qualche indizio di come sarebbe stata una presidenza Harris o Pence sarà restato probabilmente deluso. Sia dall’una che dall’altra parte si è scelta una strategia difensiva, senza mai rispondere veramente alle domande poste dalla incalzante moderatrice – Susan Page di USA Today – nonostante gli stili siano stati diversi, più lungo – a volte pure troppo – Pence, più sintetica – a volte troppo sbrigativa – Harris, nel concreto poi ambedue gli sfidanti hanno preferito lasciare le armi nel campo dei loro due superiori piuttosto che portarle nel proprio campetto. Entrambi i numeri 2 dei relativi ticket sono abituati a stare nell’occhio di bue, sotto le luci della ribalta, eppure nessuno ha voluto mettere i bastoni tra le ruote, se così vogliam dire, al proprio numero 1. Pence e Harris non sono sembrati due profili in grado di alterare la corsa della campagna elettorale; difficilmente uno dei due sarà in grado di convincere elettori non decisi a votare per l’una o l’altra parte a cambiare idea.
Ciò non deve stupire, in fin dei conti fa parte del ruolo. Il primo vicepresidente della storia, John Adams, affermò una volta: “Sono il vicepresidente. In questo non sono nulla ma potrei essere tutto.” Meno positivo di lui nel parlare del lavoro fu John Nance Garner, storico vice di Franklin Delano Roosevelt, secondo il quale il lavoro non varrebbe neppure un secchio di piscio caldo. In realtà negli ultimi anni il ruolo del vicepresidente ha acquistato via via maggiore importanza, con incarichi e staff sempre più ampi. Eppure ogni singola decisione del numero 2 viene autorizzata o negata dal numero 1, il quale inevitabilmente si addossa ogni merito e demerito anche di quel che combini il suo vice.
Più intrattenimento che politica

L’estrema importanza del ruolo del presidente lascia in ombra quello del vice. Anche quando il numero 2 sia stato una persona di grande peso e importanza, si pensi a Lyndon B. Johnson o Nelson Rockefeller, si è sempre trattato di un incarico puramente di rappresentanza. Lo sa bene lo stesso Biden, ex vice di Obama. Ai tempi dell’ultima presidenza democratica, l’attuale candidato non ha esattamente vissuto sotto i riflettori.
In sostanza, è parso che tanto il dibattito quanto il traffico di parole che ha generato poi in tv, sui social, sulla carta stampate e sui blog, sia stato più intrattenimento che politica. Esattamente come era stato preparato. I media statunitensi, infatti, ci hanno venduto questo dibattito come un incontro/scontro tra un convinto conservatore, cristiano praticante e nativo di uno Stato piuttosto destrorso come l’Indiana (Pence) e la senatrice donna, di colore – fin troppa enfasi è stata posta sull’aspetto razziale della candidata vice di Biden – e progressista, senatrice dello Stato più popoloso e multiculturale d’America, la California (Harris). In realtà lo scontro non c’è stato e l’incontro ha un pò annoiato. La principale regola della politica americana, però, è stata rispettata: tutto è uno show.
