Novembre 29, 2020

AFV

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LA VELOCITÀ PANDEMICA E LA CRISI DELLA RISPOSTA POLITICA

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Una volta era la politica a viaggiare veloce, a precorrere i tempi della vita quotidiana, a farsi rincorrere persino da giornalisti che doveveno “stare sul pezzo“.

In un certo qual senso ce l’ha fatta fino ad ora a mantenere questo primato, in mezzo alla rivoluzione tecnologica, alle innovazioni della comunicazione via Internet, nello sciabordare gorgogliante delle onde social, dove le notizie arrivano quasi prima ancora di essere notizie e dove i commenti si trasformano in anatemi, ostracismi nutriti alla grande di pregiudizi e di odii viscerali, agitanto le peggiori pulsioni antisociali nel nome – paradossalmente – proprio della difesa dei più deboli socialmente parlando.

Poi è arrivato il Covid-19 e, nonostante la celerità della decretazione d’urgenza, dei DPCM (22 ne sono stati emanati dalla fine di febbraio fino a questa fine di ottobre), le istituzioni hanno perso il primato del traguardo e l’unidirezionalità è passata dall’evolversi della pandemia alle stanze di Palazzo Chigi e, in subordine (purtroppo), al Parlamento.

Ovvio che fosse così, come avrebbe potuto essere altrimenti. Ciò vale anche per le Regioni e le altre amministrazioni locali della Repubblica: il coronavirus si diffonde, pare retrocedere nel periodo estivo e, adesso, riprende vigore ed anzi pare persino più vigoroso rispetto alla primavera: in Francia si parla di “grande ondata“, mentre noi ci balocchiamo ancora sulla bravura che abbiamo dimostrato nella “prima ondata” e in un virtuosismo di comportamenti che non sarebbero proprio stati tali se non fosse stata imposta la chiusura totale del Paese per due mesi.

La pandemia ha preso il controllo tanto della struttura economica capitalistica quanto della sovrastruttura politica e, di conseguenza, condiziona pesantemente tutti i settori: lavoro dipendente per primo, lavoro autonomo, piccole, medie, grandi imprese, scuola, sport, cultura, manifestazioni artistiche, musicali, convegni e congressi universitari, politici, assemblee di ogni tipo e ritrovi sociali.

Si salvano soltanto i grandi miliardari che gestiscono le multinazionali che sfruttano i lavoratori come schiavi sotto i faraoni o i cesari: per loro, per lo più aziende che commerciano sul web, l’aumento dei fatturati è stato del 31% (stime del Fondo Monetario Internazionale). Si tratta di una manciata di persone, meno di cento su quasi otto miliardi di individui presenti sul pianeta.

La risposta della politique politicienne è tardiva anche per la velocità con cui il virus si diffonde e allarga la sua presa su interi continenti (in questa fase, Europa e America), ma soprattutto è riconducibile ad una serie di mutamenti che la costringerebbero a interventi abbastanza energici nei confronti di grandi ricchezze per frenare la giusta rabbia popolare che si esprime, non senza contraddizioni e incapacità di arginarsi rispetto a strumentalizzazioni tanto malavitose quanto di estrema destra, in questi giorni senza una organizzazione sindacale o partitica.

La piazza viene lasciata allo spontaneismo che è il migliore coagulatore non di coscienze critiche ma di rabbia indiscriminata, capace di saldarsi ora con questa ora con quella forza politica che ha interesse a creare ancora maggiore instabilità sociale per destabilizzare il governo e lo sforzo sanitario in atto.

Ciò non significa approvare l’azione dell’esecutivo in questa fase di recrudescenza del Covid-19. Tutt’altro. Significa però, mantenendo una giusta critica propositva nei confronti tanto del metodo quanto nel merito dei provvedimenti presi, riconoscere che qualunque governo sarebbe in difficoltà in una stagione epocale e storica come quella in cui viviamo: dal liberista Macron al socialista Sànchez, dalla cancelliera Merkel allo scapigliato Johnson, non esiste Stato che non si trovi in una vera e propria morsa, stretto nella contrapposizione tra tutela della salute e preservazione dei privilegi del sistema liberista.

La protesta sociale di disoccupati, precari, lavoratori e lavoratrici anche a posto fisso è quella più temuta perché può essere tanto ampiamente strumentalizzabile quanto diretta in una giusta dimensione di rivendicazione di diritti che divengono urgenti e che non possono essere subordinati alla tenuta del “sistema – impresa“, paradigma che tutto vorrebbe rappresentare e regolamentare, ma soltanto alle condizioni reali di sopravvivenza peggiorate gravemente dalla pandemia.

La chiusura totale del Paese sarabbe stata una risposta adeguata al precipitare della situazione: siamo praticamente circondati da paesi dove il Covid-19 impazza con 50.000 casi al giorno in Francia, 30.000 in Spagna, il triplo dei casi in Austria da due settimane a questa parte e la Slovenia che si è messa praticamente in clausura vista l’accelerezione del contagio. Ma una seconda chiusura totale del nostro Paese non sarebbe pensabile senza un adeguato prelievo di risorse laddove queste esistono e non cessano di autoriprodursi grazie proprio allo sfruttamento della condizione di disperazione che la pandemia ha creato.

Questi grandi catene e gruppi internazionali, si giovano di una concorrenza sleale non sanzionabile da nessun organismo di controllo economico (ammesso che si possa davvero controllare l’”anarchia del mercato” con strumenti sovrastrutturali) e che imperversa in tutto il mondo. Fette di mercato si sono aperte inaspettatamente per poche grandissime aziende, mentre la compressione produttiva fa strage di fatturati nei settori nazionali, quelli che esportavano e ora non possono farlo perché sono letteralmente bloccate.

Mentre la Cina supera la fase critica e torna a crescere economicamente, tanto da far stimare un segno positivo a fine 2020, mentre piccole e grandi economie sono destinete a vedere nei bilanci nazionali segni negativi davanti a cifre che parlano di una recessione che durerà anni, con debiti da estinguere in decenni e decenni presso la Banca Centrale Europea o altri istituti di credito internazionale. I cinesi hanno puntato molto alla ricostruzione economica interna piuttosto che alle esportazioni, consapevoli che in questa fase la domanda europea e americana viene indirizzata proprio al consumo di prodotti nazionali per sostenere lo sforzo complessivo dei singoli paesi. Una autarchia indotta che, tuttavia, non può che essere un appello e fermarsi a questo stadio, poiché è impensabile chiudersi alla globalizzazione.

L’export europeo vede ad oggi un crollo nei comparti dei macchinari e dei veicoli: si calcola una perdita di oltre 12 miliardi di fatturato rispetto al marzo 2019; il settore alimentare ha un contrazione inferiore (da 8 a 6 miliardi di euro sempre rispetto al 2019) mentre una generica cifra di 5 miliardi riunisce tutte le altre categorie produttive (fonte: “Il Sole 24 Ore“).

Ne consegue che la filiera produttiva in crisi significa perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro se fosse dato il via alla libertà di licenziamento. Il governo ha prorogato il divieto fino a fine 2020. Ma non è sufficiente. Così come non è sufficiente la proroga della Cassa integrazione straordinaria che dovrebbe arrivare a data indefinita, a fine pandemia. Qui la consueta domanda dei liberisti, giornalsti, intellettuali, economisti o politici che siano, è: dove prendiamo i soldi?

Di sicuro non è possibile reperire risorse da chi ha già le tasche vuote. Logica matematica, prima ancora che politica. I dividendi delle multinazionali, per una volta, possono mettersi al servizio di quelle sovrastrutture pubbliche, statali che sempre vengono in soccorso quando si strepita al “rischio di impresa“.

E’ uno sforzo etico più che economico, una voce che urla nel deserto, una sorta di antinomia della contraddizione capitalistica che colpisce proprio là dove è più evidente l’attrito delle diseguaglianze, il traguardo dei processi di produzione: dopo sfruttamento della forza lavoro e circolazione delle merci, accumulazione di profitti che salgono vertiginosamente nei primi 600 ultramiliardari d’America e d’Europa.

Uno sforzo etico ed economico insieme che, siccome si può anche chiederlo al capitale ma di cui si sa già la risposta, ossia il silenzio, l’indifferenza, andrebbe concretizzato con un prelievo patrimoniale che consentirebbe di evitare tante polemiche sul MES, mettere al sicuro una parte del Paese e, paradossalmente, favorire pure chi quei soldi li dà. C’è il problema: il precedente. Si crea e diventa spettro che si eleva dai fuochi fatui dei cimiteri sociali che le grandi crisi creano e alimentano. Guerre, carestie, crisi cicliche del liberismo, bolle speculative, magari anche rivolte popolari contro lo sfruttamento schiavistico moderno delle imprese.

Può permettersi l’impresa moderna di consentire l’introduzione come elemento parzialmente risolutivo dei problemi economici di una popolazione intera, di uno Stato, di una tassazione patrimoniale anche se una tantum?

Dipende dai punti di vista… Anzi, no… Dipende dai rapporti di forza: magari l’unità dei lavoratori, delle forze sindacali e del mondo della sinistra anticapitalista e comunista, del progressismo di varia natura e dell’associazionismo spontaneo possono essere un utile contrappeso sulla bilancia decisionale nel merito.

Per ora il piatto piange… Sarebbe il caso di incontrarsi, parlare e aprire un nuovo fronte di classe, una chiara e netta alternativa alle pretese confindustriali, dell’alta finanza e di tutti coloro che devono difendere dei privilegi che sono ancora più pericolosi in tempi pandemici come quelli in cui siamo immersi fino al collo.