Sono vecchio come Gesù. 
Non ci avevo mai pensato. Fino al momento in cui Zaira mi ha ricordato che quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario del musical Jesus Christ Superstar. All’improvviso – come è successo a Jake Blues nella chiesa di Triple Rock – ho avuto questa sconvolgente rivelazione: io e Gesù siamo praticamente coetanei. 
Prima però facciamo il punto sugli anniversari, che sono diversi, a seconda di dove si fa partire la storia. Immagino che mia moglie volesse ricordarmi quello del 13 ottobre 1971, il martedì in cui il musical con questo titolo ha debuttato in quello che allora era il Mark Hellinger Theatre, sulla 51esima Strada a Midtwon Manhattan. Questo edificio è stato costruito nel 1929 come il grande cinema della Warner: allora si entrava da un ingresso laterale su Broadway che, alla fine di un lungo corridoio, portava all’ampio foyer sulla 51esima, perché un cinema negli anni Trenta, per essere un davvero un “grande” cinema, doveva avere l’ingresso su Broadway. Il Mark Hellinger Theatre è stata la “casa” per sei anni e più di duemila repliche di My Fair Lady e di molti altri successi di Broadway, compreso Jesus Christ Superstar, rimasto in cartellone settecentoventi repliche. Per un beffardo scherzo del destino, oggi non è più un teatro, ma la sede di una congregazione religiosa chiamata la Chiesa di Times Square. Che forse non piacerebbe molto al Gesù mio coetaneo né al suo compagno di lotta Giuda.Però c’è un’altra data da ricordare, precedente a questa di soli tre mesi: il 12 luglio 1971. In quel lunedì d’estate, alla Civic Arena di Pittsburgh, tredicimila persone hanno assistito allo spettacolo in cui sono state eseguite per la prima volta in pubblico, in forma di concerto, tutte le canzoni contenute nell’album Jesus Christ Superstar. In quell’enorme igloo costruito con più di tremila tonnellate di acciaio – ovviamente di Pittsburgh – dove giocavano a hockey su ghiaccio i Penguins e dove si sono esibiti nel settembre 1964 i Beatles, c’è stato il vero debutto di questa opera rock. Ma dobbiamo fare un altro passo indietro, questa volta di circa nove mesi. Questo doppio album – sono due LP e un libretto di ventotto pagine – è uscito in Gran Bretagna il 27 ottobre 1970, un martedì. I discografici della Decca hanno voluto dare fiducia a Tim Rice e Andrew Lloyd Webber che hanno presentato questo ambizioso progetto: un musical sull’ultima settimana di vita di Gesù.Tim ha avuto questa idea ascoltando With God on Our Side di Bob Dylan, e in particolare quei versi 

You’ll have to decide
Whether Judas IscariotHad God on his side.È una canzone del 1963, la terza traccia dell’album The Times They Are A-Changin’. Queste parole rimangono impresse nella mente di Tim: così comincia a raccontare quella storia che tutti conoscono come l’ha vissuta l’apostolo che ha tradito.Sono giovani Tim e Andrew, hanno rispettivamente ventisei e ventidue anni, uno scrive le parole e l’altro le musiche. Hanno già lavorato insieme. Nel 1965 hanno scritto un musical, intitolato The Likes of Us, sulla vita del filantropo dell’Inghilterra della rivoluzione industriale Thomas John Barnardo, il creatore di tanti orfanotrofi e anche uno di quelli su cui, dopo la morte, è caduto il sospetto di essere Jack lo Squartatore. Le musiche sono piuttosto tradizionali: Webber si ispira ai musical degli anni Cinquanta, a Rodgers, a Loewe, ma ormai i gusti del pubblico sono cambiati e The Likes of Us rimane nei cassetti dei due ragazzi. Nel 1967 scrivono una cantata per coro di una quindicina di minuti basata sulla storia biblica di Giuseppe, Joseph and the Amazing Technicolor Dreamcoat. Questa volta Tim e Andrew osano di più: mettono insieme rock, country, calypso. La cantata piace, la casa di produzione Novello dà loro un anticipo. Tim e Andrew la allungano e in questa nuova versione ottiene anche una recensione positiva sul Times. Ma le porte del West End rimangono ancora sbarrate per questi due ragazzi, soprattutto quando raccontano ai produttori che stanno scrivendo un musical su Gesù. Però loro due non smettono di provarci. Nel 1969 scrivono la canzone con cui Lulu dovrebbe rappresentare il Regno Unito all’Eurovision Song Contest, la manifestazione che in Italia chiamiamo Eurofestival. Un’edizione particolare che si svolge in Spagna – e Salvador Dalì è chiamato a disegnare i manifesti e il materiale pubblicitario – e a cui l’Austria non partecipa per protesta, perché in quel paese c’è ancora il regime fascista di Franco. La canzone si chiama Try It and See, ma viene scartata a favore di Boom Bang-a-Bang che comunque vince, seppur a pari merito con le canzoni di Spagna, Francia e Paesi Bassi. Si sospetta di un’accordo sottobanco, e la cosa fa infuriare i paesi scandinavi. Siccome non si butta via niente, sempre nel 1969, quella canzone scartata viene incisa da Rita Pavone, come lato B di Till Tomorrow. A Webber e Rice quel motivo piace molto e diventa Herod’s Song. A parte questa canzone di Rita la zanzara, quell’album non è proprio un inedito. Il 21 novembre 1969 è uscito un quarantacinque giri, intitolato Superstar, sul lato B c’è il pezzo strumentale John Nineteen Forty-Onequel venerdì nasce Gesù, che quindi è più vecchio di me, per poco più di tre mesi. L’album viene registrato agli Olympic Studios, nella sede al 117 di Church Road, lo studio più all’avanguardia in Inghilterra, il cui arredamento è stato disegnato da Mick Jagger. Tim e Andrew per interpretare Gesù chiamano Ian Gillan, che da poche settimane è il nuovo cantante dei Deep Purple. In quel periodo i componenti della band stanno scrivendo Deep Purple in Rock – che uscirà nel giugno del 1970 – interrompendosi solo il 24 settembre 1969 per eseguire alla Royal Albert Hall il Concerto for Group and Orchestra, composto da Jon Lord, in cui la band inglese suona con la Royal Philharmonic Orchestra. Giuda è Murray Head che viene dal musical: ha appena terminato le repliche dell’edizione londinese di Hair. Sono quasi tutti inglesi gli artisti chiamati a cantare e suonare per la registrazione delle ventitré tracce del doppio album. Caifa è il bluesman di Manchester Victor Brox, mentre Mike d’Abo dei Manfred Mann è Erode. Sono inglesi anche i chitarristi Neil Hubbard e Henry McCullough, il bassista Alan Spenner e il batterista Bruce Rowland, che vengono da The Great Band, il gruppo che ha suonato con Joe Cocker a Woodstock. Mentre il sassofonista Chris Mercer viene dai Juicy Lucy. Alle tastiere c’è John Peter Robinson.Al gruppo si uniscono due artisti nati negli Stati Uniti. Per interpretare Ponzio Pilato Tim e Andrew scelgono un attore che ha già una solida esperienza nel West End: Barry Dennen è il Maestro di cerimonie nella prima edizione inglese di Cabaret, accanto a Judi Dench che interpreta Sally Bowles. Yvonne Elliman è una diciassettenne che è arrivata a Londra da Honolulu per tentare la fortuna come cantante: è nata in quelle isole del Pacifico da un padre irlandese e una madre giapponese. Ha una bella voce: a Londra canta nei club, ma rischia di perdersi nella droga. Il suo viso, con quei lineamenti vagamente orientali e la sua voce sensuale e innocente allo stesso tempo, convincono Tim e Andrew che lei può essere Maddalena e quell’incontro cambierà la sua vita. Lei sarà l’unica a essere nel disco, a Pittsburgh, a Broadway e nel film che uscirà il 26 giugno 1973, un martedì, in anteprima all’Uptown Theatre, il grande cinema in stile art decò di Washington DC, dove nell’aprile 1968 è stato proiettato per la prima volta anche 2001: Odissea nello spazio. È Yvonne la vera regina di Jesus Christ Superstar.I discografici della Decca si pentono di aver dato credito a quei due ragazzi. Il problema non è tanto che la BBC non voglia trasmettere i brani di quel disco, ma che il pubblico dei giovani inglesi sembra ignorarlo. Nelle classifiche del Regno Unito si ferma al ventitreesimo posto. Ma finalmente arrivano i dati di vendita dagli Stati Uniti: l’album è primo nella classifica Billboard a febbraio e a maggio del 1971 e alla fine di quell’anno sarà il più venduto, davanti a Tapestry di Carole King, che contiene, tra gli altri brani, It’s Too Late.    Nell’America che da almeno un decennio combatte in Vietnam e che da poco più di un anno ha eletto Nixon come presidente, gli ebrei condannano il disco, i cristiani lo giudicano blasfemo. I “bravi” cristiani guardano con sospetto a questo Gesù, che non è più loro “monopolio”, ma che diventa uno di quegli hippies che loro detestano così caldamente: non riescono ad accettare un Gesù così umano, non se lo possono proprio permettere. Forse anche per questo le ragazze e i ragazzi lo amano sempre di più. Comprano il disco, ne cantano le canzoni, vengono allestiti in forma più o meno amatoriale degli spettacoli non autorizzati. Anche per impedire che qualcuno arrivi a Broadway prima di loro, Rice e Webber organizzano il concerto di Pittsburgh. Nella città dell’acciaio, oltre a Yvonne, i protagonisti sono Jeff Fenholt e Carl Anderson, che interpretano rispettivamente Gesù e Giuda. Carl ha ventisei anni, è nato in Virginia, nel 1969 ha fondato con alcuni suoi amici a Washington DC, dove intanto si è trasferito, un gruppo che si chiama The Second Eagle. Quando ascoltano Jesus Christ Superstar decidono di interpretare qualcuna di quelle canzoni durante le loro esibizioni: Carl ha una voce calda, potente, adatta a quei brani. Carl è nero e quando interpreta Giuda, con i suoi drammi e le sue contraddizioni, in un paese ancora fortemente razzista, questo conta. E molto. Jeff ha ventun’anni, è nato in Ohio, è un ragazzo salvato dalla musica: infatti è grazie alla sua capacità di cantare che ottiene una borsa di studio e può andare all’università, lasciando la strada e un avvenire molto incerto. Jeff viene scelto anche per lo spettacolo di Broadway, mentre Carl viene scritturato soltanto come sostituto di Ben Vereen, anche lui nero, anche lui venticinquenne, ma più conosciuto dal pubblico: ha già lavorato nei musical, ha ballato con Sammy Davis Jr. e ha avuto una parte nel film Sweet Charity, diretto da Bob Fosse. Ma Ben si ammala e Carl può far vedere quanto sia bravo e così i due si alternano nel corso dello spettacolo. Ted Neeley è più vecchio di loro di un paio d’anni, è nato in Texas nel ’43, e si è fatto le ossa a Broadway nel cast di Hair: non ottiene il ruolo di Giuda a cui ambiva, ma rimane in compagnia come corista e sostituto di Fenholt. Jeff non si ammala, ma Ted sarà finalmente Gesù a Los Angeles e soprattutto sarà scelto da Norman Jewison per il film, insieme al suo amico Carl Anderson. E Ted sarà un Gesù molto longevo, tanto che ancora nel 2017, a più di settant’anni, ha interpretato questo ruolo in un tour arrivato qui in Italia. Anche Jeff a suo modo continuerà a essere Gesù, anche se non interpreterà più quella parte nel musical. Si converte al cristianesimo, diventa una personalità nei circoli religiosi conservatori, dove i suoi capelli lunghi sono comunque mal tollerati, si considera in qualche modo un evangelizzatore e nel 1989 “consacra” la Chiesa di Times Square, in quella grande sala dove lui per tanti mesi è stato Gesù.
Yvonne, Carl, Jeff, Ben, Ted e tutti gli altri ragazzi di vent’anni che in quelle settimane cantano, danzano e suonano quelle canzoni sono cresciuti in un mondo in cui è appena finita una guerra lunga e terribile, che chiude, sotto la coltre letale del fungo di Hiroshima, la prima parte del Novecento, e in cui ne è immediatamente scoppiata una nuova, tutt’altro che “fredda”, perché semina vittime in tanti paesi, specialmente quelli più poveri, una guerra che segna tutta la seconda metà del “secolo breve”. L’America e il mondo stanno cambiando, anche grazie alla musica, a quella musica “nuova” che sconvolge le regole, grazie alle canzoni di Bob Dylan, a quelle dei Beatles e degli Stones, a quella musica che “contamina”, come nel caso del Concerto di Lord, le forme più tradizionali e entra nei “vecchi” teatri . E Jesus Christ Superstar arriva in questo mondo in bilico con la forza di una deflagrazione. Come Hair, Oh! Calcutta!, The Rocky Horror Show. Quel disco è una delle micce del cambiamento in un mondo in cui le forze della reazione sono ancora fortissime – in tre grandi paesi europei ci sono ancora regimi dichiaratamente fascisti, in tanti paesi dell’America latina, dell’Africa e dell’Asia gli Stati Uniti di Nixon e di Kissinger impongono e sostengono delle dittature sanguinarie. Ora sappiamo che quelle bombe non hanno distrutto il potere, ma allora era forse lecito sperare in un mondo diverso.Intanto sono passati cinquant’anni. E siamo invecchiati sia io che Gesù. E naturalmente anche Giuda. Confesso che io sto dalla sua parte. O almeno stavo dalla sua parte. Anch’io, come lui, non capivo perché Gesù avesse smesso di combattere, proprio nel momento in cui sembrava poter vincere. Quando arrivano a Gerusalemme, Gesù è una star: una sua parola e la rivoluzione che hanno sognato per tanto tempo potrebbe finalmente scoppiare. Ma Gesù non dà il segnale che Giuda e gli altri aspettano, rinuncia alla lotta, meglio farsi cullare dalla voce e dalle carezze di Maddalena, Gesù si arrende. Giuda non capisce, diventa furioso. Si sente tradito, perché Gesù ha tradito la rivoluzione. E così decide di tradirlo anche lui. Giuda accettando i soldi di Caifa vuole punire se stesso e Gesù per quella rivoluzione mancata, per il coraggio che non hanno avuto. Adesso che anch’io, come ha fatto allora Gesù, mi sono arreso, accettando senza combattere che il potere sia gestito da uomini crudeli e laidi come Pilato ed Erode, guardo con tenerezza alla voglia di combattere di Giuda, a quel suo ostinato desiderio di rivoluzione. Noi atei possiamo amare Jesus Christ Superstar perché Gesù è un uomo, he’s just a man, come canta Maddalena. Non c’è la resurrezione, non ci sono i miracoli, non c’è un altro mondo, c’è solo questo mondo, e allora bisogna solo decidere come starci. Noi sappiamo che c’è una parte in cui non vogliamo stare, quella dove stanno i mercanti, i preti, gli uomini del potere: lì non ci troverete. Ma se quella è certamente la parte sbagliata, qual è quella giusta? Temo non lo sappiano né Gesù né Giuda, non lo sanno quei ragazzi. Forse lo sa Maddalena, che è l’unica che capisce davvero quello sta succedendo, è giovane anche lei, ma è portatrice di una cultura e un’esperienza millenaria. Per lei questi cinquant’anni sono nulla: lei, a differenza di noi, non è diventata vecchia.

se avete tempo e voglia, qui trovate quello che scrivo…

Di Luca Billi

Luca Billi, nato nel 1970 e felicemente sposato con Zaira. Dipendente pubblico orgoglioso di esserlo. Di sinistra da sempre (e per sempre), una vita fa è stato anche funzionario di partito. Comunista, perché questa parola ha ancora un senso. Emiliano (tra Granarolo e Salsomaggiore) e quindi "strano, chiuso, anarchico, verdiano", brutta razza insomma. Con una passione per la filosofia e la cultura della Grecia classica. Inguaribilmente pessimista. Da qualche tempo tiene il blog "i pensieri di Protagora" e si è imbarcato nell'avventura di scrivere un dizionario...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito utilizza cookie indispensabili per il suo funzionamento. Facendo clic su Accetta, autorizzi l'uso di tutti i cookie.
Attenzione: alcune funzionalità di questa pagina potrebbero essere bloccate a seguito delle tue scelte privacy