La pandemia non ci lascerà un mondo migliore. Ce lo lascerà diverso ma non per questo più equo, eguale, sociale e solidale. Equità, uguaglianza, socialità e solidarietà non sono diventate i punti di riferimento di una rinascita collettiva, di una presa di coscienza singola, per eradicare tutte le variabili dipendenti dai disvalori del sistema delle merci e del profitto. Tutt’altro. Non si tratta di abbracciare una visione pessimistica del domani, ma di prendere atto che l’oggi è già incontrovertibile e che, quindi, non vi sarà un “ritorno alla normalità” capitalista dell’ieri, ma non vi sarà nemmeno una apertura nei confronti di una società che tralasci le esigenze del privato e metta l’accento sul pubblico, sui beni comuni.

E’ piaciuto a tanti raccontare un anno di pandemia come una linea di spartiacque che avrebbe decretato, in qualche modo, il superamento almeno della fase liberista del moderno capitalismo, attenuando la voracità dello sfruttamento di miliardi di salariati che vivono, per la maggior parte, nella rassegnazione individuale e confidano soltanto nel voto (e nell’astensione, nel rifiuto della partecipazione) per aprire le porte ad un cambiamento sociale che dalla delega rappresentativa e istituzionale non può venire se non in forma di aggiustamento di alcuni eccessi, senza mettere in alcuna discussione il dovere sovrastrutturale di rappresentare la struttura economica.

La pandemia ha immobilizzato molti tentativi di rivendicazione sociale, di tutela dei lavoratori e ha avuto nella scena televisiva e massmediatica come principali protagonisti il ceto medio composto dalle aziende private piccole e per l’appunto medie, fino agli strepitii di corporazioni vere e proprie che non hanno cercato una unità del e nel mondo del lavoro, ma si sono mosse attraverso schemi settoriali, dividendo e separando le categorie, creando così ancora di più un clima favorevole per le associazioni imprenditoriali nel richiedere alle istituzioni contromosse politiche adeguate.

La povertà crescente dipinge scene inquietanti: nelle feste di Natale scorse, quasi cinque milioni di italiani sono ricorsi ad aiuti da parte della Caritas e altri enti di sostegno sociale per acquistare non tanto i regali per i bambini, quanto il cibo. Se il ceto medio lamenta una crisi mai vista (come, del resto, mai vista era stata una pandemia di questa entità e natura), i moderni ceti proletari fatti di disoccupati a lungo termine, di precari dal lavoro a chiamata, di cinquantenni costretti a fare i rider per mantenere la propria famiglia, avvertono ancora di più gli effetti di una crisi di lunghissima durata che nemmeno in questo 2021 può dirsi immaginabile nel suo traguardo finale.

Gli oltre 5 milioni di italiani che faticano a mettere insieme pranzo e cena, che non possono comperare quaderni e penne per la scuola dei propri ragazzi che, tra l’altro, proprio nella “didattica a distanza” hanno sperimentato una differenza di classe forse prima poco percepita, visto che la necessità di avere un computer (o un tablet) con una linea Internet stabile e veloce a casa non è patrimonio o bene comune garantito dallo Stato a tutta la popolazione, sono gli stessi che non possono pagarsi adeguate cure mediche e che rinunciano alla prevenzione per malattie altrettanto gravi quanto il Covid.

La selezione di classe è stata quindi acuita dalla pandemia, ma così non sarebbe stato se l’economia fosse stata costretta nei decenni passati a piegarsi alla tutela del benessere sociale, con tassazioni patrimoniali che rendessero parte dei profitti utili non per il lusso di grandi padroni e finanzieri beatamente in vacanza in Costa Smeralda o alle Bahamas, ma per investire nelle strutture sanitarie, nel potenziamento dello stato-sociale (ormai praticamente una Araba Fenice), nell’ammodernamento del sistema scolastico e nel ripristino di garanzie elementari e quindi fondamentali per quella parte anziana della popolazione che in Italia è una fascia ampia su cui si regge, in tutto e per tutto, il futuro di masse di moderni schiavi, precari e senza lavoro privi di qualunque futuro.

Uno studio accurato del quotidiano di Confindustria, che riprende dati dal “Rapporto povertà” della Caritas, rivela che il tasso di impoverimento (quindi la voce “nuovi poveri” nelle pagine ISTAT) sale dal 31 al 45%: un 14% che include soprattutto fasce di ceto medio che si sommano all’endemica povertà accumulata nel tempo e che, ovviamente, nella fase pandemica non può decrescere. Il periodo preso in analisi è una finestra temporale che va dal maggio al settembre dello scorso anno e che garantisce purtroppo, statisticamente, un aumento anche nel 2021 delle percentuali citate, nonostante il blocco dei licenziamenti e i decreti ristori che sono stati varati per contenere il disastro sociale.

E’ evidente che dall’esasperazione popolare non può nascere una lucidità mentale e una disposizione anche morale per comprendere l’attuale crisi di governo. Anzi, la rabbia aumenta, la disaffezione per la politica si acuisce e diventa sempre più manifesta, rischiando di atrofizzare le già tremolanti membra di una democrazia segnata da contrasti interni ad una maggioranza dove si litiga per la rappresentanza politica dei grandi interessi economici, per la gestione del grande flusso di miliardi di euro che proverranno dall’Europa per la gestione pasticciata e tardiva delle varie ondate pandemiche, della crisi in generale.

Ne risentono tutti i cosiddetti “corpi intermedi” della società: dal sindacato alle attività di volontariato, dalla scuola al mondo della cultura, dalle associazioni non governative che affiancano le istituzioni nel lavoro di contenimento degli effetti della crisi allo spontaneismo dei comitati locali che nascono dove non arriva un briciolo di intervento statale. Non è sempre corrispondente al vero che, proprio nel mezzo di una crisi generale e profonda, si sviluppino energie che rimettono in moto un meccanismo di costruzione solidale che faccia rinascere il Paese nella sua più bella espressione: quella del mutuo soccorso, del sostegno reciproco, della sostituzione delle barriere di ogni tipo con i ponti della condivisione del destino comune, primo tassello di una coscienza egualitaria tipicamente umanista.

Ma, se non si vuole essere del tutto pessimisti, pur rimanendo ancorati alla ferocia dei numeri dell’impoverimento e della disaffezione verso la rappresentanza politica nelle istituzioni democratiche, è opportuno sottolineare che la pandemia divide certamente ma unisce anche: lo fa creando contesti uguali che si riconoscono fra loro, anche nella lontananza materiale, che interagiscono e danno vita a reti di supporto che sarebbero state altrimenti inimmaginabili prima.

Purtroppo, il vero peso aggiunto sul carico enorme che il Covid-19 ci ha gettato addosso resta quello di un fronte di difesa di una economica criminale, tutta protesa a salvaguardare i profitti nella contesa mondiale che si è aperta in ogni settore: ne è esempio tristemente lampante la competizione sullo sviluppo dei vaccini. In una situazione di mondiale emergenza sanitaria, dovrebbe superare qualunque pregiudizialità capitalista il presupposto per cui sulla pandemia non si devono fare speculazioni finanziarie. Perché fare ciò equivale, nell’immediatezza, ad approfittarsi della sofferenza di miliardi di persone: ma gli appelli non servono con le grandi multinazionali e con i padroni.

Sono naturalmente (nel vero senso del termine) a-morali, privi di un’etica che – oggettivamente – riguardando il privato non può essere sociale, inclusiva e comprendente. Per questo è giusto sottoscrivere gli appelli e le iniziative contro ogni profitto sulla pandemia, affinché i vaccini siano patrimonio dell’umanità, ma se anche si dovesse raggiungere questo importante obiettivo, ciò non significherà aver superato la fase critica, quella più acuta del biennio pandemico.

Il lascito del Covid-19 saranno anni di crisi mondiale, di lotta tra i diversi poli imperialisti che si stanno ristrutturando proprio in questa fase di disordine economico e di apatia (anti)sociale. Ad un anno dall’incursione del coronavirus nelle nostre esistenze, possiamo dire saremo forse vaccinati dalla malattia ma che non saremo immuni dagli effetti antisociali che si spanderanno ovunque e i cui riflessi più acuti saranno pagati dei più deboli, dai meno garantiti e tutelati. Come volevasi dimostrare.

MARCO SFERINI

Di L.M.

Appassionato sin da giovanissimo di geopolitica, è attivo nei movimenti studenteschi degli anni novanta. Militante del Prc, ha ricoperto cariche amministrative nel comune di Casteldelci e nella C.M. Alta Valmarecchia. Nel 2011 crea il blog Ancora fischia il vento.

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