Giugno 23, 2021

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Mafia, capitale e politica a braccetto anche in Toscana

In Toscana i poteri economici dettano alla Regione le leggi in loro favore. Ma talvolta c’è dietro la ‘ndrangheta. I motivi della contiguità tra mafia, politica e capitale.

 di Ascanio Bernardeschi  

Quando, a causa di uno smarrimento ideologico, si abbraccia il teorema secondo cui gli interessi dell’impresa necessariamente coincidono con l’interesse generale, può capitare, ed è capitato sovente, che le azioni intraprese per favorire le attività economiche del territorio, si imbattano in conflitti con la tutela dell’ambiente, con la salute dei cittadini e qualche volta con le stesse leggi.

In Toscana questa visione e pratica politica, che oltretutto riesce ad attrarre prevalentemente iniziative di bassa qualità, fa parte della quotidianità.

Già su questo giornale abbiamo illustrato i regali fatti alla multinazionale Solvay, perfino aggirando sentenze del Tribunale amministrativo, la quale ha prelevato e preleva risorse importanti, fra cui enormi quantitativi di acqua a costi ridicoli, e lascia un territorio desertificato ed esposto a smottamenti, come pure si è accennato al via libera che si intende(va?) dare alle perforazioni geotermiche in aree di pregio. Molto ci sarebbe da dire anche del trattamento dei rifiuti urbani, della miriade di progetti di “termovalorizzatori” (cioè inceneritori) e discariche che le amministrazioni locali, fino a qualche hanno fa hanno strenuamente sostenuto, motivando ciò con previsioni di aumento della massa dei rifiuti da smaltire. La maggior parte di questi progetti, per fortuna, sono divenuti obsoleti grazie alle proteste dei locali e ai comportamenti virtuosi di poche amministrazioni che hanno fatto da apripista e costretto molti altri enti ad allinearsi, per esempio intensificando e riorganizzando la raccolta differenziata la quale ha ridotto drasticamente il fabbisogno di simili impianti.

Per quanto riguarda i residui della depurazione degli stabilimenti per la concia delle pelli presenti nel Valdarno inferiore, io stesso ho potuto constatare, alcuni anni orsono, che la provincia di Pisa ne autorizzava lo spargimento nei campi coltivati e, avendo avuto modo di sbirciare (a debita distanza, come mi fu vivamente consigliato!) su quelle attività, ebbi la netta impressione che si trattasse più di discariche improprie che di spargimenti. Tuttavia, mentre la Provincia di Pisa consentiva quella pratica, negava l’autorizzazione a una società multiservizio a prevalente partecipazione pubblica di spandere in agricoltura fanghi provenienti dalla depurazione di scarichi civili, quindi molto meno inquinanti di quelli industriali. Sempre in tema di rifiuti delle concerie ho partecipato alle lotte della popolazione della Val di Cecina che impedirono la realizzazione di una mega discarica in quel territorio, regolarmente approvata dalle istituzioni locali.

La mia sorpresa è stata quindi modesta quando la magistratura ha dovuto occuparsi dei rifiuti industriali della zona del cuoio e della contiguità fra potere politico e potere mafioso.

I fatti

Regione Toscana, Comune di Santa Croce sull’Arno e Associazione Conciatori, avevano inserito in appositi “accordi di programma” progetti riguardanti la depurazione delle acque provenienti dalle concerie, il trattamento dei fanghi di depurazione e il recupero dei materiali inquinanti dagli scarti di lavorazione, tra cui il pericoloso cromo. Tali progetti, che erano stati sbandierati come innovativi, sono ora oggetto di attenzione della Procura di Firenze e della Direzione distrettuale antimafia. Le ipotesi di reato sono inquinamento ambientale, traffico illecito, estorsione e illecita concorrenza, corruzione, abuso d’ufficio e si ipotizza il coinvolgimento in questi reati di cosche della ‘ndrangheta. Gli arresti sono stati 23 e 19 sono gli indagati, per un totale di 42 persone appartenenti ai vertici dell’Associazione Conciatori, a posizioni apicali della burocrazia regionale, e al personale politico delle istituzioni regionale e comunale di Santa Croce.

Gli inquirenti ipotizzano che i poteri politici locali abbiano favorito le imprese del territorio nello smaltimento dei loro rifiuti dando loro una mano per evitare controlli e ottenere deroghe sulle autorizzazioni ambientali. Il sistema industriale del cuoio avrebbe intrattenuto relazioni con personaggi contigui alla criminalità organizzata e, per loro tramite, con la criminalità vera e propria. I rifiuti contenenti alte concentrazioni di inquinanti, derivanti dal trattamento dei fanghi di depurazione delle concerie, sarebbero stati utilizzati per produrre materiali classificati come inerti, anche se inerti non erano, e venivano commercializzati per l’utilizzazione come sottofondi stradali. In particolare il rilevato della strada 429 tra Empoli e Castelfiorentino è stato realizzato con circa 800 tonnellate di questo materiale. In tal modo sussiste il rischio di inquinamento del suolo e delle falde acquifere sottostanti.

Le indagini, avviate già nel 2018, e le perquisizioni connesse a tale operazione investono territori estesi, anche molto distanti dalla zona del cuoio: Firenze, Pisa, Arezzo, Crotone, Terni e Perugia. Secondo gli investigatori “il riciclo praticamente totale dei rifiuti prodotti dal comparto, con un conferimento in discarica sostanzialmente residuale, di fatto non raggiunge il risultato di ottenere un ciclo che recupera i rifiuti efficacemente e lecitamente”. Ci sarebbero problemi anche per lo scarico delle acque, non correttamente depurate, nel canale Usciana, affluente dell’Arno.

La ‘ndrangheta è presente in Toscana e controlla il mercato dei lavori di movimento terra con estorsioni, minacce e violenze. Alcuni lavori “sotto soglia”, per i quali è possibile l’assegnazione diretta senza gara, sono nel mirino degli inquirenti perché possibile oggetto di infiltrazioni mafiose attraverso il controllo del sistema dei subappalti di lavori pubblici.

Le indagini hanno accertato che i conciatori indagati avevano preparato un emendamento per modificare in loro favore una legge regionale e chiesto al consigliere Pieroni, ex presidente della Provincia di Pisa (PD), di presentalo in Aula, cosa che il consigliere assicurò.

Eravamo nella precedente legislatura ed era consigliere di “Toscana a Sinistra”, Tommaso Fattori il quale, in un suo post, ricorda che “a un certo punto il presidente Giani mise al voto l’emendamento incriminato, che non era però passato in commissione e che non avevo trovato stampato accanto agli altri testi in votazione quel pomeriggio […] Fu in quel momento che, fuori microfono, domandammo a Giani quantomeno di leggerlo in Aula”.

Sempre a quanto riferisce Fattori, e a quanto si può vedere nel video da lui postato, “Giani, in stile azzeccagarbugli e un po’ canzonatorio, legge malamente, velocemente e solo in piccola parte un lunghissimo emendamento di natura fortemente tecnica. Era impossibile capire in pochi secondi che cosa realmente contenesse. Dopo questa semi-lettura del testo, chiesi da dove spuntava fuori quell’emendamento e se tutto fosse regolare e Giani mi rispose che era stato «presentato regolarmente». E lo mise al voto come se nulla fosse. Ovviamente come Toscana a Sinistra votammo contro l’emendamento in questione, fortemente contrariati per il metodo, anche se non immaginavamo che il merito fosse persino peggiore del metodo”.

Per capire meglio l’origine di tale metodo, vale la pena riportare il contenuto delle intercettazioni telefoniche, riportate sempre da Fattori. Pieroni: “I 5Stelle e Toscana a Sinistra, di solito i più puntigliosi, si è capito che non l’avevano visto… A quel punto ho parlato col Giani e gli ho detto: ‘Guarda io non lo presento… vai liscio’, e di buttarlo lì… E infatti lui ha letto velocemente la relazione. Era una tattica studiata per non allertare troppo l’attenzione”.

Pertanto il giudice per le indagini preliminari ha preso atto che l’emendamento fu approvato “senza che ne venisse fatta effettiva illustrazione del contenuto alle opposizioni”.

Niente di nuovo sotto il sole. In Toscana, dice ancora Fattori, “quando vivaisti, balneari, imprenditori del marmo o dell’industria conciaria chiedono, il mondo politico nel suo insieme è pronto a mettersi al loro servizio senza porsi troppe domande, modificando norme regionali, scrivendo emendamenti assieme, spostando dirigenti scomodi, concedendo autorizzazioni o deroghe. Senza neppure rendersi conto che, a volte, ci può essere dietro persino la ’Ndrangheta”. 

Altro elemento disgustoso è che alcuni colloqui intercettati possono configurarsi come tentativi di sollevare dal proprio lavoro un tecnico dell’ARPA accusato di eccessiva diligenza: “guardate un po’ di farci levare dal cazzo quel funzionario dell’ARPAT”.

Considerazioni

Abbiamo riportato questi fatti perché rappresentativi di un modo di fare politica che purtroppo non è insolito. La giustizia farà il suo corso e accerterà le eventuali responsabilità penali, ma a prescindere da ciò il giudizio politico non può essere che molto severo per molteplici aspetti.

Una prima riflessione riguarda i poteri mafiosi. Il giudizio non può limitarsi all’aspetto puramente morale perché l’oggetto ha che vedere molto con lo spirito del capitalismo. Se il profitto è l’unico valore che conta nelle scelte dei capitalisti, sul cui altare non si esita a offrire vittime sacrificali – ipersfruttamento, disoccupazione, morti bianche, devastazioni ambientali vittime delle guerre – anche la mafia non può non essere utilizzata a tale scopo e il confine fra abuso di leggi permissive e illegalità tende a sfumare. La mafia stessa, visto che ha lo scopo di arricchirsi, può essere configurata come un’impresa capitalistica illegale.

Conseguentemente un altro ragionamento deve essere fatto sulla commistione fra poteri pubblici e mondo delle imprese e poi, per la proprietà transitiva, poteri mafiosi. Come si è detto in premessa la piaggeria verso le imprese è una modalità operativa che va per la maggiore ed è una conseguenza di una povertà culturale che identifica profitto e interesse comune. Tale modo di vedere, se può essere scontato nei partiti di destra e conservatori, stride in partiti “eredi” indegni del Pci, la cui deriva sembra ogni volta aver toccato il fondo e invece prosegue nella più completa omologazione al sistema capitalistico.

Altro aspetto da considerare è la degenerazione della politica e dei partiti. Una volta i partiti di massa svolgevano un ruolo di promozione dei cittadini alla vita politica, formando quadri, coinvolgendo i militanti in discussioni approfondite sulle scelte da fare, selezionando i dirigenti e i propri rappresentanti nelle istituzioni sulla base del merito e anche, nei casi più edificanti, in base alla loro provenienza sociale, permettendo di raggiungere posizioni importanti anche ai quadri operai. Con la fine dei partiti di massa è stato teorizzato e messo in pratica il “partito leggero” in cui gran parte della comunicazione passa per i mass media, che sono concentrati in pochissime mani. In tale nuovo contesto prevale chi ha i mezzi per conquistarsi spazi comunicativi. Il sistema si sta quindi trasformando in plutocratico perché in definitiva sono i ricchi che direttamente o per interposta persona decidono tutto. Nel Valdarno il Pci aveva elaborato strategie riformistiche, non rivoluzionarie, ma che erano divenute quasi un modello che tendeva a collegare qualità del prodotto e competitività alla qualità ambientale, sociale ed etica. L’abbandono dei principi organizzativi e politici di quel partito ha rovesciato questa buona pratica in un suo opposto. Inoltre perdura l’insensibilità rispetto alla gravità della situazione tanto che non solo nessuno ha sentito il dovere di dimettersi, invocando la necessità del giudizio definitivo, come se la gravità politica fosse cosa irrilevante, ma non si scorge nemmeno un cenno di ripensamento per il sistema messo in atto né si ipotizzano misure volte a rafforzare una corretta pianificazione territoriale e i necessari controlli. C’è da domandarsi quanto le cose potranno peggiorare a seguito del decreto “sblocca Italia” che alleggerisce i controlli sui lavori pubblici, e quale potrebbe essere l’uso delle ingenti somme del recovery fund.

Non sto lamentandomi per il mancato ritorno alla conflittualità contro il capitale, che pure sarebbe necessaria, perché non posso illudermi che questo personale politico possa giungere a tanto. Ma anche la ricerca del compromesso tra capitale e lavoro è cosa ben diversa dalla totale accondiscendenza e mancanza di autonomia. E credo che ciò derivi dall’avvenuta sostituzione del consenso delle classi popolari con il sostegno dei poteri economici.

In realtà siamo di fronte a un modello, non solo toscano, in cui la maggioranza di turno e l’opposizione di turno, a ruoli intercambiabili (potenza dell’alternanza!), competono fra di loro solo perché propongono al mercato della politica l’identica merce, e quindi sono ugualmente sensibili alle richieste dei centri di potere potere economico e pronti ad assecondarle convinti di fare il bene della collettività. Agevolando gli interessi delle grandi lobby può succedere, o forse è inevitabile, che se ne agevolino alcune colluse con gruppi mafiosi

L’antidoto a tutto questo è una ripresa della coscienza e della conflittualità delle classi lavoratrici che pongano all’ordine del giorno un modo alternativo di produrre e di governare l’economia e la società, da realizzarsi in piena autonomia, anzi in contrapposizione ai gruppi capitalistici che sempre di più si dimostrano adeguati solo a tutelare i loro ristretti interessi, come dimostrano anche i comportamenti nell’affrontare la pandemia.

Per questo, a fronte di questa oggettiva necessità, è grave l’assenza del soggetto in grado di organizzare questo protagonismo: un forte e radicato partito comunista.

https://www.lacittafutura.it/interni/mafia,-capitale-e-politica-a-braccetto-anche-in-toscana

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