In tante città e in tanti territori della penisola va in scena la contestazione contro la società petrolifera. Attiviste attivisti, collettivi e associazioni si mobilitano per ribadiare che Eni è un “killer”

Il cielo terso dell’Eur fa da sfondo perfetto al giallo acceso di uno striscione con la scritta “Eni killer del clima”: attiviste e attiviste di vari collettivi e associazioni ambientaliste e femministe – Fridays For Future-Roma, Extinction Rebellion-Roma, Greenpeace, Re:Common e Non Una di Meno-Roma – erano in presidio stamattina nei pressi della sede capitolina della società petrolifera del cane a sei zampe.

Mentre nel “Palazzo di vetro” di 22 piani si svolgeva l’assemblea degli azionisti Eni, rigorosamente a porte chiuse nonostante si tratti di una società a partecipazione pubblica, una protesta variegata “prendeva corpo” nell’area circostante.

Lungo le pareti delle “Torri Ligini”, vecchia sede del Ministero delle Finanze dove militanti si sono introdotti per appendere appunto uno striscione, fra le lievi increspature delle acque artificiali del Laghetto, con un finto iceberg a simboleggiare lo scioglimento dei ghiacciai, e infine nel piazzale della stazione della metropolitana “Enrico Fermi”, fra discorsi, musica e collegamenti con altre città italiane in cui avevano luogo ulteriori azioni contro il colosso del fossile.

«Qua c’è una scena del crimine», hanno affermato per prima cosa del microfono. Con gessetti colorati e segnaposti di carta, attiviste e attivisti si sono messi a disegnare diverse sagome per terra, come ci trovassimo davanti a un delitto appena compiuto. «Eni è responsabile del 71% delle emissioni climalteranti del nostro paese. Perciò, è responsabile anche di numerosi “omicidi”: dalle migliaia di persone che ogni anno muoiono per patologie legate all’inquinamento o a causa dei conflitti per l’accaparramento di risorse energetiche, alle specie animali in via d’estinzione, fino alla flora e agli organismi di ecosistemi sempre più danneggiati».

Movimenti come Fridays For Future ed Extinction Rebellion stanno portando avanti ormai da tempo una costante protesta nei confronti della società petrolifera, che si è però sempre dimostrata sorda a ogni critica.

Nessun incontro concesso, se non in sporadiche e ben “controllate” occasioni e, anzi, lo scorso novembre alcune attiviste e alcuni attivisti sono stati multati per “mancato distanziamento sociale” durante delle mobilitazioni.

«Eni ordina / Il governo esegue / Il pianeta brucia / E noi paghiamo», scriveva Fridays For Future-Roma in quell’occasione.


Non sorprende dunque che, anche stamattina, la quantità di forze dell’ordine presenti fosse cospicua. Intanto, però, le contestazioni si moltiplicano e si diffondono nei territori. Durante il presidio romano all’Eur, come accennato, si sono verificati dei collegamenti audio da altri contesti italiani in cui si svolgevano proteste simili. In particolare, fra gli appuntamenti odierni, c’è molta attenzione verso quanto sta avvenendo a Stagno, in provincia di Livorno, e a Ravenna.

Fra le strategie messe in campo da Eni per rispondere alle accuse mosse dai movimenti ambientalisti, figurano infatti importanti operazioni di greenwashing: tentativi di “ripulire” la propria immagine con progetti che sulla carta si presentano attenti al proprio impatto ambientale (magari impiegando risorse rinnovabili), ma che in realtà non hanno altra funzione che coprire i massicci investimenti nel fossile, fulcro indiscusso dell’attività e dei guadagni dell’azienda.

È il caso, appunto, del Centro di Cattura e Stoccaggio di anidride carbonica che il cane a sei zampe vuole costruire nella città emiliano-romagnola.

Una tecnologia sperimentale di assorbimento e stoccaggio della sostanza inquinante nei fondali marini che – denunciano le contestazioni ravennati in corso oggi pomeriggio – è «altamente costosa» e «non efficace per abbattere le emissioni». È il caso, dunque, del progetto di bioraffineria di Stagno, su cui ancora c’è poca chiarezza ma per cui Eni – accusano attivisti e attiviste della zona – sta mettendo in campo una decisa e sistematica opera di pressione sulle istituzioni regionali.


«Siamo contrari a questo tipo di progetti perché così si continua a legittimare l’economia fossile», spiega Clelia di Fridays For Future-Roma. «Quando le grandi multinazionali si impegnano in azioni simili, se tutto va bene, viene semplicemente riassorbita una minima parte della Co2 da loro stesse prodotta». Specifica Teresa, della sezione ferrarese del movimento, in collegamento telefonico proprio dall’Emilia Romagna: «Spacciato dal nostro governo come un progetto utile per iniziare la transizione ecologica, l’impianto del Ccs permetterebbe di catturare appena sette milioni di tonnellate all’anno a partire dal 2030 quando sappiamo che il nostro paese ne emette 400 annue».

Lo riassume bene il concetto espresso in uno degli striscioni appesi dietro il “pulpito” improvvisato nel piazzale: «Il gas pulito è una sporca bugia».

Attiviste e attivisti di Fff sospettano infatti che «come già stanno facendo altre aziende nel mondo, Eni voglia usare il Ccs nella maniera più in voga al momento: per far risalire altri idrocarburi e sfruttare fino alla fine giacimenti che andrebbero abbandonati». Il tutto a danno dei territori e delle persone che subiscono un ricatto occupazionale, vista la “promessa” di posti di lavoro che garantirebbero simili progetti.

«Ma si tratta di una retorica falsa», si oppone Andrea Drago, portavoce di Extinction Rebellion. «Queste grandi opere, spesso dannose per l’ambiente e la salute producono pochissimo profitto. Infatti il Ccs è un impianto economicamente svantaggioso perché quella stessa tecnologia è già stata scartata in altri posti nel mondo, come la Norvegia. Per questo anche Eni vuole finanziamenti dal governo: per non rischiare i suoi soldi».


Nel frattempo, la società petrolifera non fa certo mistero di quale sia e debba restare la sua principale fonte di guadagno.

Basti pensare che nel piano strategico reso pubblico a marzo dello scorso anno dall’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi (tra l’altro, anche vicepresidente di Confindustria Energia) viene esplicitato come su 32 miliardi di euro di investimenti previsti fino al 2023, ben 24 riguarderanno nuove esplorazioni ed estrazioni di petrolio e di gas.

«Non potrebbe essere altrimenti», afferma deciso Alessandro Runci di Re:common, associazione che studia da tempo le attività di aziende e multinazionali petrolifero producendo dettagliati report. «È una società quotata in borsa, per cui il proprio valore azionario è tutto. E il suo valore azionario è dato dallo sfruttamento delle riserve di petrolio e gas: pensare che Eni possa abbandonare il fossile è come convincersi che Leonardo smetta di produrre armi. Il nostro obiettivo dev’essere quello di togliere legittimità a società di questo tipo: il “mercato” dell’energia è controllato da sette grandi multinazionali, che detengono un oligopolio di fatto. Non è solo un problema di emissioni, ma di conflitti e catastrofi già in corso e a venire per via di modelli sbagliati di gestione».

Ciò che chiedono le piazze e le mobilitazioni di oggi è allora una maggiore “giustizia climatica” e un nuovo orizzonte di “democrazia energetica”, che possa tutelare la salute di tutte e tutti, del Pianeta così come delle comunità e dei territori che lo abitano.

Roma, Ravenna, Licata, Napoli, Stagno, Milano lo hanno urlato forte e chiaro: «Vogliamo che questo sistema cambi subito!».

Verso l’una di pomeriggio il finto iceberg che navigava nel Laghetto è stato smontato, come si fosse sciolto per il caldo che incombeva da ore. Non è solo una metafora.

Di Nardi

Davide Nardi nasce a Milano nel 1975. Vive Rimini e ha cominciato a fare militanza politica nel 1994 iscrivendosi al PDS per poi uscirne nel 2006 quando questo si è trasformato in PD. Per due anni ha militato in Sinistra Democratica, per aderire infine nel 2009 al PRC. Blogger di AFV dal 2014

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