Quand’è che un diritto diventa tale? Quando ottiene il riconoscimento di sé stesso? Quando riesce ad affiancarsi ai doveri ed entrare nella cerchia delle prescrizioni tanto istituzionali quanto più semplicemente e fondamentalmente umane? Se si cerca una risposta superficiale (che letteralmente sta alla superficie) che, quindi, sovrasta tutto un substrato di complicate relazioni quotidiane singole e di massa, allora si può dire che un diritto è tale nel momento in cui diviene patrimonio comune, condivisione civile e sociale: di un principio, di un fondamento, di una ragione che prima erano considerati alla stregua di stranezze, nel migliore dei casi, e di reati veri e propri, nel peggiore dei casi.

Il diritto di un popolo ad avere un luogo su questa Terra dove poter vivere liberamente è, se andiamo a spulciare la storia dell’umanità, alla fine il diritto ad una autodeterminazione che finisce spesso per essere condizionata da interessi che travalicano il bene comune e l’interesse sociale. E’ un tema che Marx affronta proprio ne “La questione ebraica” quando espone una critica dei “diritti dell’uomo e del cittadino” così come erano emersi dall’impeto rivoluzionario americano prima e francese poi.

Proprio la distinzione tra “uomo” e “cittadino” è al centro di una analisi meticolosa che il Moro fa citando i testi delle costituzioni di alcuni Stati americani (Pennsylvania e New Hampshire fra gli altri): perché i diritti dell’uomo dovrebbero essere differenti da quelli del cittadino e viceversa? Non necessariamente contrapposti, perché non uguali ma simili, ma indubbiamente paralleli, destinati ad incrociarsi soltanto tramite una sostanziazione dell’individuo che si dovrebbe realizzare in quanto tale entro la comunità politica dello Stato che includerebbe, pertanto, quella sociale.

Uomo e cittadino coincidono solo entro quel passaggio dallo stato naturale allo Stato istituzionale, ad oggi imprescindibile per arrivare ad una affermazione di valori individuali e universali, che un popolo deve garantirsi, eppure riproposizione di una contraddizione evidente: la costruzione del potere finisce per logorare proprio la diffusione uniforme di un egualitarismo di princìpi che faticano a trovare una loro concretezza nelle semplici garanzie del “diritto“. Questo perché – lo si voglia o meno – qualunque Stato nasca entro il contesto globale del capitalismo, viene condizionato dai rapporti di forza economico-sociali che prevalgono su quelli delle mere affermazioni di principio.

Marx è impietoso nei confronti della benevolenza che molti attribuiscono all’importanza dei diritti dell’uomo se separati da quelli del cittadino (e viceversa): nota che questo divorzio, di cui si trovano molti esempi nel corso dell’evoluzione (anti)sociale dell’umanità, comporta un deperimento della spinta iniziale al miglioramento anche sociale (e non solo civile) del contesto tanto ristretto della città o della campagna in cui si vive, quanto di quello più propriamente “nazionale” in cui le differentii realtà locali si trovano ad interagire.

La rivendicazione di un popolo intero che punta all’indipendenza dal potere esercitato da un’altro popolo (ma sarebbe meglio dire da un potere di un altro Stato e da un’altra classe dominante e dirigente l’economia), per essere tale deve puntare non soltanto alla distinzione meramente istituzionale nel futuro, ma al cambiamento radicale fin dentro i rapporti di classe che mostrano tutte le ambiguità che la parola “popolo” si porta appresso se non viene contestualizzata chiaramente nella cornice più ampia delle dinamiche economiche dominanti.

Non si tratta di mettere a confronto e scontro le classiche categorie della “rivoluzione” e del “gradualismo” riformista. Siamo tutti coscienti del fatto che, mentre Gaza si difende dall’ennesima aggressione israeliana, è impensabile che si possa porre una questione sociale per il popolo palestinese: primum vivere. Quindi, prima di tutto, l’indipendenza, la Repubblica palestinese che ancora non c’è, affermando quindi il binomio dei diritti umani e cittadini che sono negati a trecentosessanta gradi da un regime che non è improprio definire colonialista e imperialista.

La questione sociale non solo si pone oggi come elemento portante di un ripensamento del rapporto tra gli stessi palestinesi, divisi tra la discutibile guida di Al Fatah e quella integralista di Hamas, ma prima ancora come prospettiva di futuro di una repubblica che sarà per lo più composta da un popolo stremato da un conflitto che rischia di arrivare al compleanno secolare se nei prossimi anni non si troverà una soluzione definitiva e incontrovertibile: la ricomposizione sociale significherà ristrutturazione economica della Palestina con accanto sempre lo storico nemico che non mancherà di influenzarne in negativo il potenziamento, lo sviluppo economico e i rapporti con gli altri paesi dell’area e del mondo intero.

Marx studia a fondo tutte le caratteristiche che prende l’emancipazione politica, quindi anche la fondazione di uno Stato. Tutti i paradossi che nascono nel momento in cui si decide di “statalizzarsi“. Non esiste Stato, ad esempio, senza una sovranità che, a sua volta, per essere riscontrabile necessita di un territorio, di una forza coercitiva e di un popolo su cui – paradossalmente, ma nemmeno tanto… – esercitare questo potere di limitazione dei comportamenti individuali e collettivi.

Un tempo erano i liberali, ed oggi sono i liberisti, a circoscrivere l’emancipazione politica di un popolo, includendovi tutti gli aspetti sociali del caso, nell’affermazione delle sole libertà individuali: libertà di parola, di critica, di stampa, di movimento, di culto, di pensiero in generale. Tanto bastava per poter dire di un popolo che era “libero“. In realtà la libertà la si conquista con l’indipendenza economica: oggi i palestinesi dipendono in tutto e per tutto da Israele. Dal semplice diritto di accesso ai beni primari essenziali come l’acqua fino al diritto allo studio, alle cure mediche. Non c’è spazio alcuni per scegliere che tipo di vita avere: non è permesso vivere ma solo sopravvivere.

Quando i palestinesi saranno riusciti a fondare una loro repubblica indipendente e sovrana, la vera sfida sarà la fine della dipendenza da Israele anzitutto dando vita ad uno stato-sociale degno di questo nome. Perché l’emancipazione politica è – come ci ricorda Marx sempre ne “La questione ebraica” – «dissoluzione della vecchia società, sulla quale riposa l’essenza dello Stato estraniato dal popolo, la potenza sovrana. La rivoluzione politica è la rivoluzione della società civile».

Una rivoluzione, un cambiamento necessario che impone l’allontanamento dalle abitudini ideali e materiali del passato, mettendo in discussione il senso proprietario anzitutto delle istituzioni che si pervertono in mero potere fine a sé stesso e tradiscono le ragioni – proprio oggi, in questo presente che scorre veloce nei tragici fatti di Gaza – di rappresentanza cui sono destinate.

La lotta del popolo palestinese oggi è ancora nella fase di una resistenza che appare sempre più straordinaria, viste le sproporzioni di forze che esistono tra il campo israeliano e quello tanto della Cisgiordania quanto della Striscia di Gaza: Davide contro Golia al rovescio. La fondazione dello Stato, se non ripenserà il ruolo dell’individuo dentro la società e di questa nel contesto mediorientale e mondiale, finirà per essere un atto poco più che formale e non rappresenterà quella linea di demarcazione netta tra passato e futuro.

E’ il potere che va ricondotto ai bisogni sociali e subordinato a questi, perché altrimenti i diritti dell’uomo e del cittadino rimarranno separati nella pratica e uniti solo nella formalità istituzionale, scritti in belle parole ma inapplicati nella vita quotidiana di ogni persona. Scrive ancora Marx a proposito: «…soltanto quando l’uomo ha riconosciuto e organizzato le sue forces propres come forze sociali, e perciò non separa più da sé la forza sociale nella figura della forza politica, soltanto allora l’emancipazione umana è compiuta».

Marx si riferisce qui all’emancipazione ebraica, vista come riconoscimento quasi esclusivamente etico-religioso di un popolo disperso nel mondo e che si sente tale solo attraverso la simbologia e i riferimenti alla Torah e alla Legge di Mosè e che non è veramente unito da una tensione sociale, da una rivendicazione (potremmo dire) veramente “nazionale“. Gli ebrei dei tempi di Marx (cui per discendenza familiare lui stesso appartiene) si riconoscono fra loro in quanto appartenenti ad una medesima cultura della fede: per il resto sono italiani, francesi, prussiani, polacchi, americani, russi… Non hanno uno Stato e non lo cercano. Al momento. Sarà il movimento sionista a fare del semitismo un architrave di un acceso nazionalismo che spingerà all’eccesso tanto la fede quanto la lotta politica.

Le parole di Marx, tuttavia, rimangono lì a dimostrre che valgono a prescindere dalla “nazionalità“. Mai come oggi, queste parole che ci parlano della condizione giudaica in pieno Ottocento, sono attuali se riferite all’ultimo (ma non ultimo) giro di ruota della storia che vede gli oppressi diventare oppressori e che per una volta si può giudicare riferendosi non all’inflazionato e improprio paragone con l’Olocausto, ma con la lunga scia di antisemitismo che dai tempi di Tito arriva fino ai giorni nostri.

Il cammino è molto lungo, fin troppo. Non se ne vede la fine, ma è bene sapere per cosa si lotta: non solo per un potere che ci domini, ma per un cambiamento sociale che ci veda liberamente partecipi. Per una esistenza veramente nuova.

Di Nardi

Davide Nardi nasce a Milano nel 1975. Vive Rimini e ha cominciato a fare militanza politica nel 1994 iscrivendosi al PDS per poi uscirne nel 2006 quando questo si è trasformato in PD. Per due anni ha militato in Sinistra Democratica, per aderire infine nel 2009 al PRC. Blogger di AFV dal 2014

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