Giugno 23, 2021

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“Recovery fund, un banchetto per chi i soldi (e il potere) già ce l’ha!”.

“Recovery fund, un banchetto per chi i soldi (e il potere) già ce l’ha!”. Il Domenicale di Controlacrisi, a cura di Federico Giusti

Chi pensava che i fondi del Recovery sarebbero stati destinati al lavoro , alla sanità, alla costruzione di nuove scuole e al potenziamento del welfare presto si ricrederà. A cosa saranno destinati i soldi europei, parte dei quali prestiti da restituire?

  • rete ferroviaria veloce,
  • portualità integrata,
  • trasporto locale sostenibile,
  • banda larga e 5G,
  • ciclo integrale dei rifiuti,
  • infrastrutturazione sociale e sanitaria del Mezzogiorno.

Il testo parla di progetti con forte impatto sull’economia e sul lavoro.

In Italia manca una filiera del riciclo che permetta , come accade in altri paesi, di riconvertire i rifiuti senza destinarli alle discariche o all’incenerimento che sappiamo avere impatti negative sulla salute pubblica e sulla salvaguardia dell’ambiente. Non basta la raccolta differenziata quando manca un ciclo industriale all’insegna del basso impatto ambientale. Troppe discariche a cielo aperto, inceneritori con emissioni di sostanze nocive e vaste aree da bonificare senza, al momento, un progetto complessivo a cui destinare investimenti

Una autentica corsa contro il tempo che costringe il Governo a destinare buona parte delle risorse entro la fine del 2022 per spenderle poi entro la fine del 2023.

La domanda alla quale non c’è ancora risposta: riuscirà il Governo a costruire dei progetti ai quali destinare queste risorse?

Se guardiamo alla Pubblica amministrazione capiamo che i ritardi della macchina organizzativa di Enti locali e Regioni sono quasi insormontabili tanto che il Governo sta accelerando l’iter per le assunzioni con procedure selettive per i tecnici alquanto improprie per i settori pubblici.

Tra il 2024 e il 2026 gran parte dei finanziamenti per progetti aggiuntivi arriveranno dai prestiti che graveranno sul bilancio statale il che costringerà il Governo a ridurre alcuni capitoli di spesa.

Ad oggi a farne le spese è la sanità che prevede nel def una riduzione di fondi che renderà assai difficile l’assunzione dei 22 mila circa operatori sanitari mancati ai quali aggiungere ispettori per le direzioni territoriali del lavoro e per il controllo dei cantieri visto che le carenze di questi profili professionali sono a tutti noti, 3 mila ispettori destinati al controllo di 4 milioni di aziende.

Leggiamo testualmente

Il Piano di Riforma, perché le linee di investimento sono accompagnate
dall’adozione di una strategia di riforme, come elemento “abilitante” e catalizzatore, in linea con le Raccomandazioni al Paese (CSR) della Commissione europea e i Piani Nazionali di Riforma (PNR) adottati dal Governo. L’attuazione delle riforme in corso è parte integrante dell’attuazione del Piano.

Chi credeva che i fondi europei fossero svincolati dai diktat della Bce dovrà presto ricredersi, non solo parte dei soldi dovranno essere restituiti contraendo le spese sociali ma adottando prima alcune riforme strutturali che investiranno welfare, fisco, lavoro, sanità e istruzione.

La forte collaborazione dei settori pubblici e privati si tradurrà in progetti finanziati dallo stato di cui beneficerà il privato, una sorta di grande progetto neokeynesiano destinato ad allargare in parte le maglie della spesa pubblica per finanziare i progetti di ristrutturazione produttiva.

La crisi del 2008 ha accresciuto le disuguaglianze economiche e sociali ma al contempo palesato i limiti strutturali del capitalismo italiano, negli ultimi 20 anni si è guardato al contenimento della spesa pubblica, alla riduzione del costo del lavoro, alla salvaguardia dei grandi patrimoni eliminando gran parte delle tassazioni sui capitali ereditati mentre altri paesi europei mantenevano inalterate le aliquote di tassazione.

La istruzione ha subito tagli e processi avvilenti di ristrutturazione e alla fine ci ritroviamo con un elevato numero di abbandoni scolastici, la perdita di valore dei titoli di studio, l’offerta educativa sempre piu’ carente e la impossibilità di valorizzare i percorsi di studio intrapresi nel mercato del lavoro. La scelta non potrà essere quella di costruire un sistema scolastico chiuso e settoriale visto anche il fallimento della cosiddetta interazione tra scuola e lavoro con tanti giovani a lavorare gratuitamente sotto forma di stages.

Sempre negli ultimi 15 anni, o quasi, gli investimenti pubblici sono scesi dal 3,7% del PIL nel 2009 al 2,1% nel 2018 , con l’arrivo della pandemia sono riprese le spese pubbliche per fronteggiare la crisi ma nella direzione di scongiurare il crollo del capitale privato.

Quando si parla di potenziamento dell’offerta educativa si dimentica che tra gli interventi necessari si trova anche l’ammodernamento dei plessi scolastici molti dei quali in condizioni fatiscenti come dimostra l’assenza di laboratori e palestre in molti istituti comprensivi.

Il sostegno alle famiglie e alla genitorialità fa intendere non il potenziamento dei settori pubblici ma piuttosto il rilancio della politica dei bonus dei quali beneficeranno strutture private e del cosiddetto privato sociale (il terzo settore) ove sappiamo quanto grande sia la precarietà lavorativa e il dumping salariale rispetto ai settori pubblici (che a loro volta vedono la forza lavoro piu’ anziana e meno formata dei paesi a capitalismo avanzato e anche la meno pagata con forte disuguaglianze esistenti all’interno dei 4 comparti in cui hanno suddiviso il lavoro pubblico)

Si va costruendo in realtà una sorta di grande mercato unico europeo destinato a modificare alcune realtà oggi esistenti e giudicate ostacolo per la ripresa del Pil e il rilancio del capitalismo europeo.

Una parte dei fondi sarà destinato al settore difesa che già oggi assorbe grandi risorse , si va verso il 2% della spesa in rapporto al Pil, una cifra enorme e destinata ad essere superata visto che parte delle spese sono ad oggi conteggiate in altri capitoli di bilancio non riconducibili al ministero della difesa.

Il Recovery sarà utilizzato non per abbattere le crescenti disuguaglianze economiche , salariali e contrattuali ma per finanziare la decontribuzione delle nuove assunzioni, i datori di lavoro potranno assumere senza pagare contriibuti perseverando nella politica di sostegno alle imprese alle quali accorderanno ulteriori aiuti sotto forma di accordi di secondo livello in deroga ai contratti nazionali e senza ripristinare l’art 18 dello Statuto dei lavoratori.

Sul modello anglosassone si punterà ad ampliare alcuni diritti come i permessi legati ai congedi parentali ma ovviamente non è prevista la riduzione degli orari di lavoro a parità di salario che da sola potrebbe garantire la creazione di posti di lavoro in misura maggiore a quella possibile con bonus e sgravi.

Una politica fiscale di progressivo disimpegno delle imprese dal pagamento dei contributi alla lunga avrà ripercussioni negative sulla fiscalità generale costringendo i Governi di domani ad operare dei tagli in altri capitoli di bilancio che sappiamo già essere quelli legati a sanità, istruzione e welfare.

Non è casuale che si parli delle disuguaglianze di genere o generazionali senza mai affrontare il nodo saliente dei diritti sociali calpestati e vilipesi negli anni neoliberisti.

La modernizzazione della Pubblica amministrazione si sta traducendo in ulteriori disuguaglianze economiche tra lavoratori e lavoratrici con istituti contrattuali destinati a poche figure e con il solito meccanismo della performance (il cosiddetto merito) dimostratosi nel tempo funzionale solo a dividere la forza lavoro senza alcun beneficio effettivo sulla qualità dei servizi

Dietro alla digitalizzazione della Pa cosa si nasconde? Ad esempio non avremo assunzioni di personale in numeri adeguati alle reali necessità oppure investimenti per realizzare laboratori di ricerca moderni con ricercatori pagati a livello europeo. Valga la pena di ricordare che molti uffici pubblici sono sprovvisti di collegamenti alle banche dati, si parla di digitalizzazione quando sovente non ci sono neppure computer moderni per far funzionare programmi adeguati alle necessità dei servizi.

Il Piano ha una idea ambiziosa, quella di costruire una nuova idea di cittadinanza digitale e delle piattaforme, buoni intenti, in apparenza, che necessitano di investimenti reali e di cambiamenti organizzativi e gestionali per essere tradotti in pratica. E per farlo serve quel personale che invece manca visto che in 15 anni la Pa ha perso circa 600 mila posti di lavoro.

E con le risorse disponibili le nuove assunzioni non arriveranno a compensare che in minima parte la erosione di personale pubblico, per questo hanno bisogno della attiva collaborazione dei sindacati firmatari per far passare lo stravolgimento dei profili professionali, l’aumento dei carichi di lavoro e delle mansioni esigibili piegando sempre piu’ gli uffici pubblici ai desiderata delle imprese.

Un ragionamento a parte meriterebbe, e dovremo farlo con gli addetti ai lavori, la riforma della Giustizia annunciata insieme a quella del Processo penale e dell’ordinamento giudiziario, ci chiediamo quale sia il nesso tra questi processi e il rilancio dell’economia. Ci viene il dubbio, laddove si parla di semplificazione, che si voglia stravolgere ulteriormente il codice degli appalti per favorire affidamenti diretti a discapito di bandi di gara e percorsi trasparenti e senza mai rimettere il discussione quella autonomia di impresa in nome della quale, tra un cambio di appalto e l’altro, vengono tagliati posti di lavoro, ridotte le ore contrattualizzate, peggiorate le condizioni di vita.

Quando poi si parla di rilancio del turismo e della cultura la domanda alla quale rispondere dovrebbe essere quella di potenziare il sistema museale e dei restauri, il potenziamento complessivo della offerta educativa e turistica. Lo stato di abbandono in cui versa invece il patrimonio artistico e culturale è palese come anche la assenza di interazione tra Enti locali e Stato nella valorizzazione delle risorse artistiche presenti nel paese. Un settore, quello del turismo e della cultura, ove domina la precarietà lavorativa e la massima ricattabilità della forza lavoro di cui ovviamente il Piano non parla.

Aanalogo discorso andrebbe fatto per la bonifica dei siti inquinati e la messa in sicurezza di territori dopo anni di devastazioni ambientali alimentati anche dai processi di cementificazione selvaggia e dalla scarsa propensione alla cura manutentiva e conservativa delle aree.

Ove si parla di agricoltura sostenibile dovremmo prima monitorare i territori combattendo le fonti inquinanti che ormai imperversano anche in aree di produzione biologica e a km zero, la terra dei veleni non è ormai solo in Campania come dimostrano le decine di inchieste della Magistratura contro lo smaltimento illegale e illecito di rifiuti speciali.

Un ragionamento approfondito meriterebbero le opere infrastrutturali che faranno la parte del leone visto che l’Italia destinerà a questi capitoli di spesa molte piu’ risorse di altri paesi che beneficeranno del Recovery. Serve il potenziamento dell’altà velocità in un paese nel quale intere tratte sono ancora a binario unico? e la costruzione di nuove strade ad alta velocità avrà forse un impatto positivo a livello ambientale o andrà piuttosto ad acuire il problema dell’inquinamento? Non sarebbe allora il caso di guardare ad un diverso modello di sviluppo rispetto a quello tradizionale sul quale si basa il capitalismo delle infrastrutture? E come conciliare infrastrutture con valorizzazione del paesaggio a fini turistici?

Quando si parla di digitalizzazione degli aeroporti dimentichiamo come le liberalizzazioni del settore abbiano prodotto invece dumping salariale, potenziamento del turismo mordi e fuggi e processi di precarizzazione del lavoro con l’avvento di società quota in borsa che non rispondono del loro operato ai cittadini, ai governi locali e agli stessi lavoratori.

Alla luce di queste considerazioni siamo certi che il Piano sia solo funzionale al superamento della crisi del capitale ma certamente non a quei processi di cambiamento che necessariamente dovrebbero passare dai diritti sociali e dalla lotta allo strapotere delle imprese sul settore pubblico. Quello che vediamo è un grande progetto neokeynesiano , o se preferite ordoliberale, con i soldi pubblici destinati alle imprese e lo stato ridotto al ruolo di garante della salvaguardia degli interessi capitalistici
E della libera circolazione dei capitali

http://www.controlacrisi.org/notizia/Politica/2021/5/23/54017-recovery-fund-un-banchetto-per-chi-i-soldi-e-il-potere-gia/

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