“Belfast Boy, una storia inedita di George Best” di Stefano Friani, per Milieu Edizioni (2021) non si limita non all’ennesimo ritratto di uno dei calciatori più famosi al mondo, ma lo utilizza come punto di osservazione per raccontare la società dell’epoca, dalla nascita della controcultura degli anni Sessanta al riflusso degli anni Ottanta. Sarà presentato sabato 12 giugno nei giardini del Brancaleone

È sempre calciomercato, soprattutto in queste afose sere di estate. Per questo l’autore di un libro su George Best a un certo punto si sofferma con dovizia di particolari su una trattativa di mercato metà anni Sessanta. Quando il Manchester United acquista a prezzo di favore dal Chelsea, che lo aveva prelevato solo tre mesi prima dal Millwall, il portiere Alex Stepney: giocatore destinato a diventare colonna portante dello squadrone che l’anno dopo vincerà il campionato inglese e quello successivo la Coppa dei Campioni.

Il bello però è che questo non è l’ennesimo libro sul pallone allargato da Wikipedia, o l’ennesima biografia di George Best annegata nel nozionismo, di cui sinceramente non se ne sentiva il bisogno, ma è un testo in cui le vicende del protagonista sono il pretesto per accompagnarci attraverso il passaggio di un’epoca: dalla nascita della controcultura negli anni Sessanta al riflusso degli anni Ottanta.

Poche righe dopo quella trattativa di calciomercato che si rivelerà decisiva per le sorti del calcio continentale, l’autore scrive infatti di come gli stessi tabloid, nei medesimi giorni in cui raccontano il passaggio di Stepney dal Chelsea allo United, dedicano pagine su pagine alla caccia all’uomo che terrorizza il paese, impegnato a inseguire Harry Roberts, ex soldato nelle colonie che in un sobborgo di Londra ammazza tre poliziotti senza particolare motivo. O si sofferma sulle efferate gesta criminali dei gemelli Kray e di Ronnie Biggs, indimenticabile protagonista della rapina al treno Londra-Glasgow. Fatti che restituiscono alla grande l’atmosfera di quegli anni e storicizzano la figura di George Best ben oltre il suo ruolo di calciatore.

L’autore è Stefano Friani, uno dei fondatori di Racconti Edizioni, il libro è Belfast Boy, da poco uscito per Milieu Edizioni (320 pp., 17,90 euro) nella pregiata collana Parterre della casa editrice milanese. E la caratteristica principale del libro, sottotitolato appunto “una storia inedita di George Best” è quella di non limitarsi all’ennesimo ritratto di uno dei calciatori più famosi al mondo, ma di utilizzarlo come punto di osservazione per raccontare la società dell’epoca:la cultura, l’economia, la politica, la musica, la topografia urbana ed emotiva delle città che Best attraversa. E sono moltissime, in quasi venti anni di carriera da girovago.

George Best si fa quindi pretesto di un testo che è affresco corale, gli anni Sessanta e Settanta della controcultura e della sua sussunzione nell’industria culturale.

E in effetti non potrebbe esserci protagonista migliore per raccontare questo passaggio:George Best è infatti uno dei primi calciatori aeccedere il proprio ruolo e, come un attore hollywoodiano, divenire merce.

C’è ovviamente la parte calcistica, strenuamente documentata e approfondita in un lavoro durato anni, anche e soprattutto nelle sue parti più interessanti, ovvero quelle fuori dal Manchester United, cui sono dedicate molte più pagine.Le centinaia di partite nei coni d’ombra delle serie minori o amatoriali britanniche, nel nascente calcio americano, nell’improbabile campionato australiano o nell’impensabile torneo professionistico di Hong Kong, con nomi meravigliosi come Stockport County, Ft. Lauderdale Strickers, Brisbane Lions e Tobermore United. E c’è anche altro, molto altro.

C’è il milieu storico e culturale in cui avvengono questi repentini e assurdi cambi di squadra: dai violentissimi troubles postcoloniali nell’Irlanda del Nord alle notti acide e colorate della Swinging London, dalla nascita delle prime subculture metropolitane, forse non del tutto giuste ma nemmeno del tutto sbagliate, alla prima delle molte morti del rock’n’roll sostituito dalla musica elettronica, dagli sceneggiati televisivi che anticipano i mutamenti del costume sociale ai film che intercettano il futuro a venire.

E c’è la figura di Best, raccontata senza mai scadere nella nostalgia di bei tempi mai esistiti, proprio grazie alla potentissima dimensione del personaggio. Uno che, parole dello stesso calciatore, se non fosse stato così bello non avreste mai sentito parlare di Pelé.

Uno che ha vinto un Pallone d’oro ed è tuttora riconosciuto come uno dei primi dieci o venti giocatori di tutti di tempi: ala destra o sinistra innamorata del dribbling e della giocata a effetto, nato quasi per caso nella patria del calcio verticale. Uno che però è più conosciuto per le donne, le macchine, le feste e le sbronze colossali cui si dedicava con certosina applicazione –quella che non ha mai dedicato al calcio.

È qui che George Best eccede la sua condizione di semplice sportivo e diventa un prodotto, una merce. Se non il primo calciatore moderno sicuramente il più famoso. Best è un David Beckham ante litteram, anche se giocava decisamente meglio. Nonostante la sua indiscussa bravura è un calciatore più famoso, pagato più per quello che fa fuori dal campo che non dentro. E forse per questo, per essersi riconosciuto in uno specchio, Best non ha mai lesinato commenti velenosi nei confronti del suo erede con la maglia numero sette dello United.

Il quinto Beatle, come è stato soprannominato per il suo continuo apparire sulle copertine delle riviste e sui tabloid,con i capelli lunghi, il ciuffo ribelle, i basettoni e i vestiti alla moda, le macchine di lusso, diventa il simbolo di questo fondamentale passaggio storico in cui la controcultura è sussunta dal capitale, sempre che ne sia nata fuori. E la sua grandezza e la sua dannazione sono la sua capacità di approfittarne.

Nato povero in un sobborgo di Belfast, con davanti solo la prospettiva di un lavoro alienante e massacrante nei cantieri navali della città, o di incontrare una pallottola vagante sparata dai fucili dell’esercito invasore, come succede a diversi suoi coetanei, Best approfitta del suo immenso talento per guadagnare un sacco di soldi. E per sperperarli. Si riprende palla al piede tutto quello che gli è stato tolto alla nascita, per poi morire in un letto di ospedale ancora giovane, devastato nel fisico e senza una sterlina, vittima degli stessi eccessi con cui ha fottuto il sistema. Anche se poi il sistema ha vinto, come cantavano The Clash.

Una parabola su cui l’autore fortunatamente si astiene da facili giudizi morali, senza chiedersi nemmeno per un secondo cosa è stato o cosa sarebbe potuto essere, e preferendo invece raccontare.Di calcio e di tutto quello che succede attraverso il calcio. Perché, parafrasando José Mourinho, chi scrive solo di calcio non sa nulla di calcio.

Di Nardi

Davide Nardi nasce a Milano nel 1975. Vive Rimini e ha cominciato a fare militanza politica nel 1994 iscrivendosi al PDS per poi uscirne nel 2006 quando questo si è trasformato in PD. Per due anni ha militato in Sinistra Democratica, per aderire infine nel 2009 al PRC. Blogger di AFV dal 2014

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito utilizza cookie indispensabili per il suo funzionamento. Facendo clic su Accetta, autorizzi l'uso di tutti i cookie.
Attenzione: alcune funzionalità di questa pagina potrebbero essere bloccate a seguito delle tue scelte privacy