Francesco Cecchini

Massimiliano Latorre e Salvatore Girone in India
La Suprema corte dell’ India ha chiuso tutti i procedimenti giudiziari contro i marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, accusati di avere ucciso nel 2012 al largo della costa del Kerala, a difesa della nave mercantile Enrica Lexie, due pescatori. che a bordo del peschereccio St. Antony tentavano l’ assalto, accettando il riarcimento offerto dal governo italiano di 1,1 milioni di euro ai parenti delle vittime. Neanche molti soldi per due giovani vite, un pescatore aveva 22 anni e l’ altro 45, ma il risarcimento è, innanzitutto, il riconoscimento della responsabilità dei due marò. La partita, però, non è ancora chiusa, Girone e Latorre dovranno essere processati in Italia, con la speranza che giustizia venga fatta, visto il molto tempo trascorso, 9 anni ,e le dichiarazioni soddisfatte di Di Maio, Guerini, Gentiloni e Meloni, quasi la decisione della Suprema corte dell’ India di chiudere il caso giudiziario nei riguardi di Girone e Latorre equivalga alla loro assoluzione.
La drammatica vicenda di due pescatori indiani Ajesh Binki e Valentine Jelastine, uccisi il 15 febbraio 2012 da due marò italiani è stata raccontata in dettaglio da Ancora Fischia il Vento. Il link è il seguente:
https://www.ancorafischiailvento.org/2020/07/04/due-pescatori-indiani-e-due-maro-italiani/
Dopo un anno dal fatto, nell’ aprile 2013 Mattia Miavaldi pubblicò con Alegre I Due Marò. Tutto quello che non vi hanno detto. Un libro di denuncia, di informazione meticolosa su quello che realmente accadde. Matteo Miavaldi ricostruisce tutti i singoli passaggi di questa storia iniziata il 15 febbraio 2012 quando dalla Enrica Lexie, petroliera privata protetta dalla Marina militare italiana, partirono i colpi che uccideranno Ajesh Binki e Valentine Jelastin, le vere vittime di questa vicenda. Molte sono state ricostruzioni inventate, notizie nascoste e non verificate, doppie versioni costruite dalla Farnesina e da certa stampa. Inoltre vi fu la presa di posizione dell estrema destra dopo l arresto in India dei due marò. Sembrava che La Torre e Girone fossero due patrioti che avessero difeso i confini patrii dell Italia a poche miglia al largo della costa indiana del Kerala. Punta di diamante di questa mobilitazione di sostegno furono i fascisti del terzo millennio di CasaPound con lo slogan: Liberiamo i nostri leoni!
Nel rapporto consegnato in un primo momento dai membri dellequipaggio dellEnrica Lexie alle autorità indiane e italiane (entrambi i Paesi hanno aperto uninchiesta) si specifica che Latorre e Girone hanno sparato tre raffiche in acqua, come da protocollo, man mano che limbarcazione sospetta si avvicinava allEnrica Lexie. Gli indiani sostengono invece che i colpi erano stati esplosi con lintenzione di uccidere, come si vede dai 16 fori di proiettile sulla St. Antony.
Dalla prefazione di Simone Pieranni,
“I marò hanno ucciso due pescatori indiani, ormai più di un anno fa. Nel via vai dei titoli sui giornali, dei pezzi acchiappaclic on line, ormai la sorgente di tutto si è quasi persa. Come spesso accade in Italia il fatto in sé è diventato unarena nella quale spendersi. Pro e contro. Ma pro e contro cosa? Nei fatti che Miavaldi racconta nel libro cè poco da essere di parte. Sono eventi che si sarebbero dovuti raccontare con dovizia di particolari, perché avvenuti in un paese che — piaccia o meno nelle redazioni italiane — costituisce uno dei nuovi motori delleconomia mondiale […].E invece, fin da subito, la narrazione è diventata tossica, come hanno specificato i Wu Ming sul loro blog Giap”.
Oltre il libro, Matteo Miavaldi nel corso di questi anni è intervenuto con articoli e interviste a difesa della verità contro la distorsione di questa, che faceva i due marò vittime innocenti della cattiveria indiana. In un articolo pubblicato su il Manifesto dello scorso 16 giugno mette in evidenza le domande che finora nessuno ha fatto. Il rifermento sono dichiarazioni fatte da Girone poco dopo l’ avvenimento.
«Abbiamo ubbidito agli ordini». Di chi? E soprattutto, che ordini? Di sparare? O di scendere dalla petroliera Enrica Lexie e consegnarsi volontariamente alle autorità indiane, prendendosi la responsabilità di aver imbracciato fucili e fatto fuoco in direzione del peschereccio? «Abbiamo mantenuto la parola, quella che ci era stata chiesta». Chiesta da chi? E quale parola data? Qual è stata la promessa di silenzio chiesta, e ottenuta, a Latorre e Girone, a cui da quasi dieci anni è stato proibito di parlare con la stampa o in pubblico, pena provvedimenti disciplinari? Chi ha deciso che il 19 febbraio, quattro giorni dopo lincidente, Latorre e Girone dovevano consegnarsi spontaneamente alle autorità indiane? E perché proprio loro due, se la perizia balistica svolta dalla scientifica del Kerala, affiancata da due carabinieri del Ros come osservatori, ha indicato che le matricole dei fucili che hanno esploso i proiettili rinvenuti sul peschereccio non sono quelle di Latorre e Girone, ma dei fucilieri Voglino e Andronico? Latorre e Girone hanno sparato con armi non loro? O a sparare quei proiettili italiani è stato qualcun altro?
Alla fine dell’ articolo Miavaldi riporta una dichiarazione fatta da Paola Moschetti Latorre moglie di Massimilian Latorre e ripresa da tutta la stampa italiana che ha affermato che i due marò e le loro famiglie sono stati trattati dalla politica italliana come carne da macello. Ma la vera carne da macello in questa vicenda è stata quella dei due pescatori Ajesh Binki e Valentine Jelastin, uccisi perché creduti in procinto di assaltare dal peschereccio St. Antony la nave mercantile Enrica Lexie.
Così Matteo Miavaldi conclude l’ articolo. È il termine di una parabola mediatica e politica che per anni, sulla stampa e in parlamento, ha depistato, mistificato e strumentalizzato la vicenda dei fucilieri di Marina per i fini più disparati. Meno che la ricerca della verità.

I due pescatori Ajesh Binki e Valentine Jelastin morti.

Di Francesco Cecchini

Nato a Roma . Compie studi classici, possiede un diploma tecnico. Frequenta sociologia a Trento ed Urbanistica a Treviso. Non si laurea perché impegnato in militanza politica, prima nel Manifesto e poi in Lotta Continua, fino al suo scioglimento. Nel 1978 abbandona la militanza attva e decide di lavorare e vivere all’estero, ma non cambia le idee. Dal 2012 scrive. La sua esperienza di aver lavorato e vissuto in molti paesi e città del mondo, Aleppo, Baghdad, Lagos, Buenos Aires, Boston, Algeri, Santiago del Cile, Tangeri e Parigi è alla base di un progetto di scrittura. Una trilogia di romanzi ambientati Bombay, Algeri e Lagos. L’ oggetto della trilogia è la violenza, il crimine e la difficoltà di vivere nelle metropoli. Ha pubblicato con Nuova Ipsa il suo primo romanzo, Rosso Bombay. Ha scritto anche una raccolta di racconti, Vivere Altrove, non ancora pubblicata. Traduce dalle lingue che conosce come esercizio di scrittura. Collabora con Ancora Fischia IL Vento. Vive nel Nord Est

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