Settembre 20, 2021

AFV

Libera la tua mente

Ddl Zan, il conflitto fra Chiesa e neo-cattolici

Abbiamo chiesto allo studioso e teorico queer Lorenzo Bernini di esprimersi sulle recenti note di commento sul Ddl Zan che il Vaticano ha recentemente reso pubbliche e che stanno mettendo in discussione l’iter parlamentare della legge

Premetto che non sono un vaticanista e che, del resto, neppure i vaticanisti più informati al momento sono stati in grado di rivelare i retroscena della scelta del Vaticano. Perché ricorrere a uno strumento tanto forte quanto inedito quale è questa nota verbale? Posso rispondervi soltanto presentandovi delle valutazioni personali, e delle ipotesi. Che farò precedere da una premessa.

La premessa, dunque, per iniziare. Draghi ha risposto alla nota verbale in modo chiaro e deciso: ha rimandato la discussione del disegno di legge Zan al Parlamento e ha ricordato che la Repubblica italiana è laica e non confessionale.

Ha poi aggiunto che, come affermato dalla Corte costituzionale, laico è lo Stato che garantisce il pluralismo delle idee. E ha fatto benissimo. Occorre però aggiungere che il Concordato tra l’Italia e il Vaticano rappresenta una limitazione del valore della laicità su cui la nostra convivenza dovrebbe fondarsi, che è un retaggio del passato di cui sarebbe auspicabile che riuscissimo presto a liberarci.

In uno Stato laico che garantisce il pluralismo delle idee non si dovrebbe insegnare la religione cattolica nelle scuole pubbliche, e l’insegnamento di storia delle religioni dovrebbe essere impartito da insegnanti reclutati attraverso procedure pubbliche, e non nominati dalle diocesi. In uno Stato laico e democratico, inoltre, le scuole religiose dovrebbero essere scuole private come tutte le altre, regolate da leggi dello stesso Stato democratico e non da accordi stipulati con un altro Stato, per giunta assoluto e teocratico come è il Vaticano.

Detto questo, siccome viviamo in uno Stato a laicità limitata a causa del Concordato, da un lato occorre ammettere che la nota presentata dall’arcivescovo Gallagher, segretario del Vaticano per il rapporto con gli Stati, è stata coerente con la sua funzione diplomatica.

Dall’altro lato, occorre però notare che essa rappresenta un atto straordinario, dal momento che il concordato tra lo Stato italiano e lo Stato vaticano, firmato da Mussolini nel 1929 e rinnovato da Craxi nel 1984, stabilisce che a rappresentare ordinariamente la Chiesa cattolica nelle interazioni con le nostre istituzioni dovrebbe essere la Conferenza Episcopale Italiana, e non Gallagher. Perché questa scelta straordinaria, dunque?

(immagine da commons.wikimedia.org)

Alcuni commentatori hanno letto la mossa di Gallagher come il segno di una reazione di una parte della Chiesa cattolica alle aperture verso le minoranze sessuali che hanno caratterizzato il pontificato di Bergoglio. Inducendo Gallagher a intervenire in modo inedito nel dibattito politico italiano, questi oppositori del Papa avrebbero risposto indirettamente al Papa stesso. «Chi sono io per giudicare i gay?» ha chiesto retoricamente Bergoglio.

La nota verbale ricorda che invece la Chiesa i gay li giudica eccome, assieme agli altri soggetti rappresentati dall’acronimo LGBTQ+.

Che li giudica negativamente, e che non intende rinunciare al privilegio di esprimere i suoi severi giudizi negli insegnamenti che impartisce nelle sue scuole private in Italia. Ma vi sembra davvero possibile che Gallagher abbia agito senza l’accordo di Bergoglio?

Innanzitutto, occorre ricordare che in realtà le dichiarazioni di Bergoglio si sono sempre collocate sul piano dell’accoglienza e della misericordia, senza mai intervenire sul piano della dottrina. La dottrina cattolica non è cambiata sotto Bergoglio: per la Chiesa le condotte omosessuali restano intrinsecamente «disordinate» e l’unica famiglia benedetta da Dio resta quella eterosessuale monogamica (è in ossequio alla Chiesa che la legge Cirinnà include la precisazione discriminatoria secondo cui le coppie lesbiche e gay unite civilmente non costituiscono una famiglia, ma una «formazione sociale specifica» diversa dalla famiglia).

Anche per Bergoglio gli atti omosessuali sono peccato, così come lo sono il divorzio, il sesso fuori del matrimonio, la masturbazione.

La Chiesa misericordiosa di Papa Francesco accoglie e perdona i peccatori, ma ciò che è peccato resta peccato, e – misericordiosa o meno – la Chiesa di Papa Francesco non ha mai rinunciato al diritto di proclamarlo: ha solo fatto un’ottima azione di marketing per presentarsi come al passo con i tempi!

Quanto espresso dalla nota verbale è quindi assolutamente in linea con l’opinione di Bergoglio.

Perché, allora, la decisione – di Bergoglio prima che di Gallagher, a questo punto – di esporsi in un modo tanto forte e inedito da risultare scomposto? Siamo nell’ambito delle ipotesi, lo ripeto, ma potrebbe darsi che questa nota debba essere letta come una risposta dello stesso Bergoglio non solo a chi è in disaccordo con lui all’interno delle gerarchie vaticane, ma anche e soprattutto a quei movimenti reazionari di destra che Massimo Prearo chiama neocattolici, che hanno tanta presa nel nostro paese e che hanno monopolizzando la discussione sul disegno di legge Zan durante le audizioni parlamentari.

(immagine da commons.wikimedia.org)

A quei movimenti, per intenderci, di cui il senatore Pillon è rappresentante e il quotidiano «La Verità» funge da cassa di risonanza, che hanno nella Lega e in Fratelli d’Italia i principali interlocutori parlamentari, ma che riescono a fare presa sull’intero spettro politico (come dimostra la precisazione discriminatoria sulle unioni civili contenuta nella legge Cirinnà).

A quei movimenti che non hanno mai visto di buon occhio la misericordia di Bergoglio, fautori di un cattolicesimo militante di nuovo tipo, che vorrebbero una Chiesa più intransigente, più interventista, più fondamentalista, che eserciti direttamente pressioni politiche e non solo morali. E che intanto le pressioni le esercitano loro.

A questi movimenti, dunque, la nota dimostra che, quando vuole, il Vaticano sa come intervenire a gamba tesa nel dibattito politico italiano. Ma soprattutto, a questi movimenti la nota risponde che, nel caso in cui il disegno di legge Zan fosse approvato, il Vaticano non avrebbe in realtà nulla da obiettare, purché la Chiesa e le sue scuole private restino libere di veicolare i precetti (discriminatori) della fede cattolica. Il che è un’ovvietà: sappiamo – e lo sanno anche loro – che resterebbero libere.

Il disegno di legge Zan non intende infatti introdurre reati di opinione, ma punire la propaganda d’odio e gli atti violenti e discriminatori motivati da odio in ragione di sesso, genere, orientamento sessuale, identità di genere e disabilità. Inoltre, il disegno di legge Zan propone di istituire una giornata nazionale contro l’omolesbobitranfobia, ma questo non significa che proponga di obbligare le scuole a celebrarla, cioè di sanzionare le scuole che non intendano celebrarla.

Già oggi non tutte le scuole organizzano attività in occasione della giornata della memoria, e non succede nulla. Anche questo è ben noto.

Perché allora scomodare una nota verbale per chiedere ciò che nel disegno di legge Zan è già ovvio? Nella mia ipotesi, la vera ragione della nota, il sottotesto che essa rivolge ai movimenti neocattolici ostili a Bergoglio, potrebbe essere: per quanto riguarda il Vaticano di cui Papa Francesco è sovrano assoluto, tutto il resto che voi andate dicendo sul disegno di legge Zan è fuffa. Infatti, il disegno di legge non diffonde ‘ideologia gender’ (che non esiste), non introduce la gestazione per altri, non snellisce le pratiche per il cambio del sesso anagrafico, non cancella la differenza sessuale.

Estende invece alle donne, ai soggetti LGBTQI+, alle persone disabili, tutele contro la propaganda e i crimini di odio già previste dalla legge Mancino per chi è oggetto di odio per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali. Tutele che persino la Chiesa nel 2021 non può che ritenere sacrosante, che i movimenti LGBTQI+ italiani ritengono “il minimo sindacale”, ma che sarebbe forse più preciso definire “il minimo democratico”.

Occorre infatti ricordare che la legge Mancino, prima di essere una traduzione giuridica del principio di laicità per il riferimento che contiene alla libertà religiosa, è un’applicazione della XII norma transitoria della Costituzione, di quella norma cioè secondo cui «è vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista».

Nel 1952, questo divieto si tradusse nella legge Scelba, che introdusse il reato di apologia di fascismo che consiste non solo nel fare propaganda per ricostituire il partito fascista, ma anche nell’«esaltare, minacciare o usare la violenza come metodo di lotta politica, nel denigrare i principi democratici e le libertà sancite dalla costituzione» e nel fare «propaganda razzista».

(immagine da commons.wikimedia.org)

E nel 1993, questo divieto si tradusse ulteriormente nella legge Mancino, che si tratta oggi di portare a compimento con il disegno di legge Zan. A chi pensa che queste norme limitino la libertà di pensiero, rispondo ricordando che la democrazia non è il regime politico in cui si può dire tutto e in cui la volontà della maggioranza è senza freni, ma è il regime politico che pone a proprio fondamento i principi della libertà e dell’uguaglianza, che pone questi principi al di sopra della volontà della maggioranza, che difende questi valori da chi tenta di metterli in discussione – perché senza questi valori non c’è democrazia.

Non è quindi per limitare la libertà di pensiero, ma al contrario è per garantire la libertà di pensiero – tutelata dall’articolo 21 della Costituzione –, e quindi la laicità riaffermata da Draghi, che è necessario bandire la propaganda antidemocratica, o fascista, che diffonde odio e incita alla violenza impedendo ad alcuni soggetti di esistere socialmente ancor prima che di prendere la parola ed esprime le proprie opinioni.

Questo lo ha capito persino il Papa, a quanto pare! E, data la reazione non solo di Draghi ma anche di quei leader politici che gli sono andati dietro, la nota del Vaticano sembra aver avuto l’effetto paradossale – ma non necessariamente non previsto – di accelerare l’iter parlamentare della legge: su richiesta del Partito Democratico, la calendarizzazione in Senato sarà adesso votata il 6 luglio, e molto probabilmente la discussione parlamentare avrà luogo il 13 luglio.

Il punto è però che se il Senato decidesse di modificare il disegno di legge, di approvarlo ma con degli emendamenti, la discussione verrebbe nuovamente rimandata alla Camera, il che equivarrebbe di fatto ad affossarla – perché non ci sarebbe il tempo di calendarizzarla e discuterla di nuovo in questa legislatura.

Il disegno di legge Zan, in conclusione, va approvato subito così come è. È fondamentale, in particolare, che non venga stralciata la menzione dell’identità di genere (che, nell’articolo 1, viene definita come «l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione»).

Perché mai donne, gay, lesbiche, persone disabili – come già le persone razzializzate e religiose – sarebbero meritevoli di tutele da cui dovrebbero invece restare escluse le persone trans* e non binarie? Sarebbe inaccettabile! Sarebbe una sconfitta non solo della laicità, ma anche della democrazia.

Sarebbe una sconfitta dell’antifascismo. Il disegno di legge Zan, lo ripeto, va quindi approvato subito così come è. È il minimo sindacale, sono d’accordo. O meglio, è il minimo democratico. Ma per uno Stato a laicità limitata, per uno Stato in cui, nonostante le leggi Scelba e Mancino, i movimenti neofascisti non hanno mai smesso di imperversare con i loro discorsi d’odio, per lo Stato italiano insomma, questo minimo è già moltissimo.