Settembre 20, 2021

AFV

Libera la tua mente

20 anni dopo, Genova e il profumo dei limoni dalle colline al mare

«…qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza / ed è l’odore dei limoni»
Eugenio Montale, “Ossi di seppia”, “I limoni”

I limoni odorosi di Montale stavano sulle colline, a profumare l’aria ligure salmastra, dove l’odore del mare arriva fin sopra i tetti di Genova. Superba e maestosa, mesta e ritratta in sé stessa dentro una prigione di grate alte, nere, con piccole porticine da cui si passava per tornare a casa. In galera. Metafora vivente e morente di un mondo concepito così: depredabile e trasformabile a piacimento del profitto, della grande economia che sventolava la bandiera del liberismo da tempo.

Confusi tra una modernità, che arrivava con imponente avidità di creare nuovi bisogni per noi tutti, e uno sguardo rivolto al passato della vecchia sinistra con un piede nel presente di un berlusconismo emergente ed emergenza antipopolare ma molto nazionale in quel senso, i giorni di Genova ci parvero non la “rivoluzione” che avevamo sognato fin da quando eravamo diventati comuniste e comunisti, ma davvero invece la speranza che ci fosse una voce enorme, potente, che passava mari ed oceani e univa le lotte: dal Chiapas della nuova rebeldia zapatista alla storicizzata società pseudo-socialista di altri paesi che, comunque, una rivoluzione l’avevano fatta.

No, non si trattava di fare la rivoluzione. Ed ogni paragone con il ’68 o con gli anni “nati dal fracasso” era del tutto improponibile, anche se certe similitudini le si riscontravano nella tensione emotiva, nella voglia della sovversione emotiva, ragionata, politicamente scorretta di decine di migliaia di giovani che avevano il sogno di rappresentare davvero il 99% dell’umanità, contro quell’1% di profittatori, speculatori e criminali chiamati imprenditori, finanzieri, banchieri e mercati di merci di ogni tipo.

L’eco delle grandi ribellioni di interi popoli arrivava nell’Europa frustrata da una economia di mercato latente, persino stagnante nel suo stanco proporsi e riproporsi come eccellenza di nuovi millenni in cui circolavano da pochi anni i nuovi Euro, dove i prezzi erano ancora segnati come i nomi delle città altoatesine: due volte, con il raffronto in lire.

Di moderno c’era molto poco: c’era Internet, c’era Indymedia, c’era la riscoperta di un movimento reale che voleva abolire lo stato di cose presente e che si faceva chiamare in mille modi, che era una delle due Genova e dei due mondi che non si incontravano ma si scontravano ovunque fosse possibile tranne che sul campo. Palazzo Ducale da un lato e lo stadio “Carlini” dall’altro. I Grandi 8 e il Genoa Social Forum. Le divise a guardia del potere e le tute bianche. Il Black Block è la peggiore operazione di infiltrazione e provocazione fatta nella storia dei movimenti sociali in Italia. Nel mondo magari no. Ma nel nostro Paese sì.

I limoni se ne stavano sulle colline a profumare l’aria, con una dolcissima asprezza, persino con il loro colore giallo, con la loro scorza dura, circondata dalle foglie ombrose, con sotto il verde dei prati. Poco sotto Genova era un mondo a parte: separata da sé stessa, dall’Italia, dall’Europa e dal resto del pianeta. Quella almeno dietro le grate della zona rossa. Quella inaccessibile. Quella da dove uscivano i leader delle otto potenze mondiali per accarezzare il popolo con la stessa infingarderia con cui lo buggeravano ogni giorno, facendogli credere di vivere nella migliore società possibile.

LO SPECIALE DI “INTERNAZIONALE” SUI GIORNI DEL G8 DI GENOVA

Rispetto ad oggi, pare così enorme la marea di criticità che allora si era alzata da ogni paese, che era venuta a Genova parlando mille lingue diverse per difendere le migrazioni dall’accusa di essere portatrici di sconvolgimenti antisociali e che, il giorno dopo quel corteo dove ti trovavi accanto a greci, brasiliani, inglesi, tedeschi, francesi e spagnoli, si trovò intrappolata nei trabocchetti che il potere le tese per le vie e le piazze di Genova.

Via Tolemaide, piazza Alimonda, la macelleria messicana alle Scuole “Diaz” e, infine, le torture da Gestapo a Bolzaneto. L’eclissi della democrazia, la sospensione della Costituzione, oltre la Repubblica. Inni a Pinochet alla Foce, teste rotte, schiene spezzate, sangue sulle pareti e il Black Block libero di agire, di muoversi tambureggiando e innalzando le lugubri bandiere nere per fingere un anarchismo tanto improbabile quanto la voglia di fare l’interesse dei popoli da parte dei Grandi 8.

Il profumo dei limoni si fermò alle colline. C’era solo il necessario aspro del succo per fermare le irritazioni dei gas urticanti, degli spari ad altezza d’uomo in cortei dove si muovevano pacificamente donne, uomini di ogni età, ragazzi e bambini. Famiglie intere, come al Pride. Il corteo dei migranti soltanto fu una festa colorata. Nonostante la zona gialla e quella rossa; nonostante le grate nere del ragno di metallo che le proteggeva dalla furia iconoclasta anticapitalista del Genoa Social Forum, del movimento altermondialista.

Un altro mondo è possibile“, “Voi G8, noi 6 miliardi“. Speranze e numeri si incrociavano, diventavano qualcosa di più di un semplice slogan: erano un programma politico offerto alla città e al mondo. E la città capì. Non lasciò ci lasciò nelle mani degli aguzzini. Tentò di abbracciarci, di proteggerci dalla repressione, dalla vera violenza: quella dello Stato allora rappresentato dalle peggiori destre di sempre.

Camminavano domandando, come Marcos, come i sindacalisti uccisi dalle multinazionali per far largo nella foresta allo sfruttamento delle foreste, dei terreni, delle miniere, delle popolazioni autoctone. Cacciate, ghettizzate, ricattate. Camminavamo insieme sapendo che la rivoluzione non era quella e forse nemmeno la volevamo fare in quel modo. Eppure avevamo le idee chiare, sapevamo che una nuova stagione anticapitalista era possibile perché un altro mondo doveva essere possibile. E senza la critica radicale, priva di compromessi, verso il sistema economico antisociale e omicida che i Grandi 8 stavano ristrutturando, non ci sarebbe stata nessuna speranza di far vivere l’alternativa: nelle menti, nei cuori e nella volontà di fare, di metterla in pratica.

Chi portava la divisa, nella maggior parte dei casi non ci capiva. Non poteva capirci, stretto tra i gradi delle spalline, dentro ai caschi anonimi, dietro scudi di plexiglass e con in mano i tonfa pronti a romperti tutte le ossa possibili. La minaccia rappresentata da quel movimento era tutt’altro che fisica: era la plastificazione, la materializzazione oggettiva di un dissenso che non veniva apertamente fuori nella vita di tutti i giorni, narcotizzato dal pensiero unico, dalla comodità dell’accettazione dell’esistente. Camminare, sì, ma senza farsi troppe domande.

Poi ci furono gli spari, Carlo cadde a terra e iniziò la terrorizzazione del movimento: si tentò di spezzarlo, sfiancarlo, decostruirlo lì, sul momento, utilizzando ogni mezzo per disgregarlo e farlo fuggire da Genova. Vigliaccamente assassini, persecutori e torturatori. Degni delle peggiori dittature fasciste sudamericane. Si chiese subito “Verità e giustizia” per Carlo, per tutti i torturati, per tutte le ferite irrimarginabili, per tutto quel sangue. Ci sono voluti anni e anni di lotte per arrivare a quel tanto di verità che permettesse di scrivere la storia dei fatti del G8. La giustizia in questi case appare sempre come una virtù più divina che umana.

Ma quando incontri dei bravi giornalisti e viene a sapere proprio oggi, dai quotidiani, da Internet e dalle televisioni che il ricorso dei poliziotti condannati per le violenze alla Diaz è stato respinto persino da Strasburgo, allora pensi che il tempo è galantuomo, ma sa essere anche avaro, vecchio e brutale (come cantavano “I Nomadi” in “Utopia“).

Andate a Genova, fate un giro sulle sue colline. Poi scendete, piano piano, verso il mare. Passate per il centro della grande città: entrate nei suoi vicoli. Da via Del Campo a Banchi, da piazza Carlo Giuliani a via Tolemaide. Dalle Scuole Diaz fino a Bolzaneto. Un percorso della memoria, ma anche dell’attualità. Perché Genova la libertaria, quella di De Andrè e di Don Gallo è sempre lì, all’ombra dei caruggi e in riva al mare a respirare il profumo dei limoni che viene, piano piano, portato dal vento caldo dell’estate fin sulle onde che non smettono di mai nel logorare gli scogli anche più grandi e duri.

MARCO SFERINI