Dicembre 1, 2021

AFV

Libera la tua mente

I trucchetti moderati contro l’”estremismo di sinistra”

C’è forse una sottile differenza tra “estremisti” e “fanatici“, ma c’è. Sono categorie che avviluppano i concetti su pericolose torsioni anti-mentali: affaticano i pochi neuroni rimasti nell’alveo della criticità di ognuno di noi e ci fanno deviare dalle vere problematiche che dovremmo affrontare per rimettere in piedi una tensione emotiva, culturale, civile, sociale e politica che guardi alla ricostruzione del movimento comunista, dell’anticapitalismo militante.

Ma queste categorie, per quanto perverse possano sembrare ed essere, meritano di essere un attimo analizzate, perché sono sempre rimaste, nel corso dei secoli, luoghi di ritrovo di espressioni radicali di concetti e di proposte che altrimenti non avrebbero potuto essere incasellate nella storia del pensiero politico, in quella dell’umanità propriamente detta e, pertanto, ci saremmo trovati a soggettivizzare troppo, a rendere singolare ciò che invece era sociale, collettivo e magari pure di massa.

L’estremismo, scriveva Lenin, sarebbe stato la “malattia infantile del comunismo“: chi non ha letto lo scritto del grande rivoluzionario russo potrebbe pensare che si parli di estremismo comunista, di una critica al luddismo piuttosto che al proudhonismo. Invece critica l’ortodossia di Kautsky e di una Seconda Internazionale – a suo dire – cieca davanti alla grande portata dell’Ottobre e al suo impatto sul mondo. Aveva ragione Vladimir Ilic e, comunque, quelli che accusava di “estremismo” non erano affatto dei pericolosi fanatici difensori di chissà quale teoria magari terroristica dell’abolizione della proprietà privata.

Ma l’estremismo politico si manifesta in molti modi e quello più pericoloso è l’”estremismo conservatore“, perché estremista non è solamente chi ha posizioni più risolute e “radicali“, ma soprattutto chi vuole impedire un vero cambiamento sociale in senso progressista.

Troppo spesso, a partire da due, tre secoli indietro, il termine “estremista” ha assunto una connotazione esclusivamente negativa, quasi fosse il contraltare di una rispettabile moderazione propria di chi accettava il dialogo con il sistema e con i suoi corifei. Dalla Rivoluzione francese in avanti, di estremismo, a seconda dei mutamenti politici e dei cambi di potere, sono stati accusati: i sanculotti, gli hebertisti, poi Robespierre e Saint Just, Babeuf e gli eguali, i fedelissimi di Napoleone che non si volevano piegare al ritorno dei sovrani in tutta Europa… L’elenco sarebbe lunghissimo e mostrerebbe, alla fine, una morale chiara e inequivocabile: l’estremismo è una categoria interpretabilissima, malleabile e utilizzabile da chiunque nei confronti di chiunque altro.

Acutamente e dolorosamente, Primo Levi osservava che ognuno di noi è l’ebreo di un altro, visto che c’è sempre un motivo per trasformarsi nel giudice prima e nel carnefice poi di qualcuno che sia altro da noi, del nostro dirimpettaio, di chi ci sta intorno, di chi vive con noi e magari ostacola i nostri progetti, le nostre idee o, molto più banalmente, è l’esatto opposto nostro.

Parimenti, si potrebbe dire che ognuno di noi è l’estremista di un altro, perché è veramente tanto facile accusare di estremismo chi ci è accanto, tollerando magari la moderazione e lo spirito riformista (o riformatore) di chi è esattamente l’opposto rispetto a noi, ma – proprio per questo – ci permette di riconoscerci meglio e di differenziarci quel tanto che abbiamo bisogno per sopravvivere al nostro stesso senso di impotenza e di frustrazione quotidiana in campo sociale, politico, economico, lavorativo.

L’estremismo è, pertanto, una categoria che oltrepassa i confini della semantica e si spinge ben oltre la ristretta definizione di “intransigente” o dell’inflazionato binomio parlato sui “duri e puri“. Al tempo di Rosa Luxemburg, quando la polemica con Bernstein entra nel vivo delle questioni dibattute all’interno del movimento socialdemocratico e comunista tedesco (ed europeo), certe correnti politiche, che mirano al compromesso tra le classi sociali, bollano impietosamente come “estremiste” le posizioni spartachiste, tentando di gettare sull’acume di Rosa e su quello di Karl Liebcknecht il velo del pregiudizio diffuso, della prevenzione rispetto ad idee che impedirebbero un vero sviluppo dei diritti sociali, dell’avanzamento delle istanze proletarie dell’epoca.

La critica a quel “socialismo di Bernstein“, che voleva semplicemente «…far partecipare gli operai alla ricchezza sociale, tramutando i poveri in ricchi…», ma non sovvertendo i meccanicismi del sistema capitalistico e, a monte, la logica padronale, la proprietà privata dai mezzi di produzione, quella critica ragionata, scientificamente elaborata con le categorie del marxismo e con l’empirismo dell’osservazione accurata dei fatti e dei rapporti di forza tra le classi sociali, quella critica venne bollata d’estremismo molte volte, con sfumature differenti.

E’ facile accusare di estremismo un proprio avversario politico a parole, ma è ancora più facile nel concreto dell’oggettività: basta diventare sempre più accondiscendenti verso le compromissioni con il sistema del profitto e dello sfruttamento, ed il gioco è fatto.

Fin qui l’estremismo. Ma il “fanatismo“, che pure parrebbe un sinonimo, ascrivibile alla stessa radice di intransigenza conclamata nei confronti di una idea, di un evento, di una corrente di pensiero, di una persona o di una moltitudine di genti, possiede una connotazione ancora più particolare. Se è vero che si utilizza il termine più nella sfera religiosa, dimostrando così un legame con la sua stessa etimologia latina (“fanatĭcus” che deriva da “fanum“, ossia il “tempio“), non si può smentire il fatto che pure politicamente l’appellativo viene addossato a chi soprattutto dimostra, oltre all’intransigenza che è propria dell’”estremista“, una intolleranza congenita e ostinata nei confronti delle idee e dei comportamenti altrui.

L’estremismo, in sostanza, è un tratto distintivo del carattere politico e sociale di un movimento, di un partito, di una persona. Il fanatismo è l’estremizzazione dell’estremismo e il suo superamento nel nome di un dogmatismo che non appartiene per nulla alla anche criticabile intransigenza di una idea, di una ideologia, di una interpretazione della società e del mondo in cui viviamo.

La diversità non è di lana caprina, eppure troppe volte i due termini vengono interconnessi, disposti a sinonimia in tante frasi, in troppi periodi: volutamente confusi per generare altra confusione, per rimestare torbidamente le acque della comprensione del semplice, trasformandolo in complesso e giocando così con altri piani politici e sociali che non sono certamente secondari nella costruzione collettiva della vita tanto locale quanto nazionale di un Paese.

Essere tacciati di estremismo può portare a tre tipi di reazioni: infischiarsene beatamente, sapendo che il soggettivismo la fa da padrone con definizioni così pieghevoli all’eterogenesi dei fini; accettare l’etichetta e difenderla con un certo sprezzo del pericolo nella dialettica comune e nella disarmonia anticivile e anticulturale del moderno mondo politico italiano; respingerla con una serie di confutazioni che annoierebbero il migliore degli attenti esegeti del vuoto cosmico che intercorre nel rapporto tra quotidianità della vita e quotidianità dell’istituzionalismo eletto ad unica ragione della passione politica.

Estremisti e fanatici non sono affatto sinonimi, perché estremisti possiamo essere noi ma fanatici sono i talebani. Dovrebbe bastare questo parallelo per gettare una luce chiarificatrice su questa complicata altalena di pelosi fraintendimenti secolari.

Ed infine… se essere estremista vuol dire differenziarsi dal riformismo moderato, dalla voglia di sinistra senza alternativa o dai tanti tentativi di imitazione della sinistra vera, anticapitalista e libertaria, allora ben venga l’estremismo, a questo punto cura adulta di un nuovo necessario comunismo.

MARCO SFERINI