Gennaio 21, 2022

AFV

Libera la tua mente

Le parole semplici per una nuova cultura di massa (e di classe)

Non viviamo in una società in cui evoluzione morale ed evoluzione scientifica vanno di pari passo: non è un mistero, anzi è proprio quella che studiosi di vari importanti settori chiamerebbero una “evidenza“. Una oggettività manifesta, dunque, che è tale per via del fatto che negli ultimi due secoli il progresso materiale è stato legato alle sorti di scoperte che hanno velocizzato notevolmente lo sviluppo tanto in ambito civile quanto in ambito militare. La riduzione drastica dei tempi di percorrenza di lunghissime distanze sull’intero globo terracqueo ha permesso che ogni attività umana diventasse più veloce: dalla diffusione intercontinentale delle merci a quella delle notizie.

Nella Francia rivoluzionaria del 1789 un corriere postale impiegava una decina di giorni, cambiando più volte cavallo o facendo la staffetta con altri corrieri, per far arrivare a Tolosa o Marsiglia un foglio di carta con sopra scritto quello che era accaduto a Parigi pochi giorni prima. Adesso le notizie arrivano quasi prima di subito, antecedono i fatti stessi. Non è una battuta, non è nemmeno ironia, tanto meno sarcasmo: è questo stesso un fatto che assume i connotati di un paradigma moderno che si fonda nell’assunto quotidiano di una impressionante rapidità nella diffusione di notizie sulle notizie stesse, esasperate, amplificate all’eccesso e mediante un eccesso di edulcorazione revisionista a tratti e di modificazione pelosa per altri versi.

Ciò che accade oggi rischia di essere sommerso dai commenti ancora prima di essere puntualizzato e circostanziato in tutte le sue particolarità. Non è una eventualità, bensì una costante del modo di fare comunicazione in questo periodo di pandemia che ha frustrato tantissimo chi ha determinati mezzi per poter approfondire i temi che ci circondano ogni giorno con la loro importanza (non solo nazionale) e si vede invece superare dal semplicismo, dalla banalizzazione dei concetti e dal riduzionismo di un negazionismo relativizzante ogni evidenza. Come? Rivolgendosi proprio a quella frustrazione diffusa che è il caposaldo della disperazione di milioni e milioni di italiani.

Le risposte della politica istituzionale sono così confuse, lontane dal tracciare una linea chiara, di piena comprensione per tutte e per tutti, e non fanno che fiancheggiare, seppure indirettamente, ciò che vorrebbero prevenire piuttosto che combattere.

Così, non c’è più attesa per la notizia, non c’è nessuna voglia di sapere, ma solo il desiderio di interpretarla alla propria maniera per entrare a far parte del circo massmediatico internettiano che i social offrono, regalando più di quindici minuti di celebrità a tanti piccoli soloni che “sanno” solo in virtù di ciò che avvertono superficialmente. Letteralmente: sulla superficie. La cultura, del resto, non è data dal numero di libri che si leggono in un anno. Non è la quantità – come si usa dire – a contare, bensì la qualità e il metodo con cui ci avvicina ad un testo e lo si vuole assimilare, capire veramente e, proprio per questo, tentare di criticare. Benevolmente, senza apriorismi elogiatori ma nemmeno senza prevenzioni detrattorie.

Ci dovremmo porre, prima o poi, la grande questione della cultura popolare, di massa, come elemento caratterizzante di una riemersione della sinistra di alternativa da un buio cerebrale che dura da troppo tempo, nonostante questa crisi appaia fin troppo giovane per i tempi di sviluppo (e quindi di aumento del livello di sfruttamento nel mondo globalizzato) di un capitalismo che utilizza sempre più le forme totalitariste di governo per dirimere le problematiche di classe. Anche se la stragrande maggioranza dell’informazione evita accuratamente di adottare una visione critico-sociale dell’esistente, i pertugi che si possono aprire in questo muro di pensiero unico non sono pochi, visto che il sistema delle merci e del profitto non può evitare le contraddizioni che genera ogni istante.

I rapporti di forza che si dinamizzano nella società, prescindendo (per fortuna a volte, purtroppo altre) dalla volontà del singolo, divengono spesso fenomeni di massa e ondate che possono travolgere interi paesi cambiando i piani degli investitori di grandi gruppi economici e di potenti strutture commerciali che danno il la alle politiche dei governi.

La descrizione del totalitarismo come concetto monolitico, granitico e imperturbabile, sostanzialmente inscindibile in interpretazioni geopolitiche locali, distinguendo dittatura da dittatura, regime da regime, è stata a suo tempo archiviata da De Felice e da altri storici che hanno mostrato quelle declinazioni così diverse tra, ad esempio, due autoritarismi novecenteschi, emblematici per quanto hanno costruito prima e distrutto il mondo poi: nazismo e socialismo reale sovietico sono comparabili solo per mettere in evidenza quanto un totalitarismo possa differire da un altro e quanto siano poco poggianti sui fatti le equiparazioni che ancora oggi si tentano in questo senso e che finiscono col produrre, a cascata, una serie di similitudini che nutrono il paniere delle moderne “fake news“.

Porsi la questione culturale come fulcro di una evoluzione del progressismo del XXI secolo è mettere davanti ai propri occhi critici anche, e soprattutto, il problema irrisolto della compenetrazione tra diritti sociali e diritti civili e umani in una società che tenti di superare il capitalismo, di dare un esempio e di fornire qualche elemento pratico in più per liberare l’idea dall’utopia e, al tempo stesso, lasciare quest’ultima nel pieno diritto di essere l’orizzonte ultimo di una trasformazione sociale irreversibile e salvifica. Non solo per il genere umano.

Il consolidamento dei regimi democratici segna oggi il passo: la crisi della rappresentanza politica è un’onda veramente lunghissima di stanca abitudinarietà al rito elettorale, passerella patetica di slogan, volti, promesse e analisi priva di significato. Molta retorica e molto rumore per nulla. Così stando le cose, anche la democrazia sostanziale finisce per coincidere con la mera formalità ed essere svuotata del suo significato storico, che si perde nella notte dei tempi di una ricchezza culturale occidentale che, dopo l’avvento del Cristianesimo, è stata fatta risalire all’opera poliedrica della Chiesa piuttosto che allo ius romano e alla paideia ellenica.

Non è necessario diventare dei grigissimi studiosi incurvati sui libri per rianimare lo spirito della lotta di classe, per ricostruire un partito di classe, per sciogliere dall’autoibernazione in cui si è messo il movimento comunista e libertario. E’ doveroso però disporsi alla comprensione e alla diffusione di concetti difficili in termini semplici, ma non semplicistici. Va evitata la scorciatoia dello slogan acchiappa voti e, invece, va utilizzata la via della facilità di espressione per arrivare alle coscienze del maggior numero di sfruttati dell’oggi per continuare, nel presente e nel prossimo futuro, quella lotta anticapitalista senza la quale ogni riforma altro non è che progressismo surrogato, altro volto di una conservazione “dal volto umano“.

Questo scritto è l’esempio esatto di come non si deve parlare e scrivere se si vuole arrivare alla massa sedotta dalle banalità sovraniste e neoautoritarie. Ma il suo scopo è sollecitare qualche discussione, qualche dubbio e riflessione in merito. Non certo fare la rivoluzione

Non viviamo in una società in cui evoluzione morale ed evoluzione scientifica vanno di pari passo: non è un mistero, anzi è proprio quella che studiosi di vari importanti settori chiamerebbero una “evidenza“. Una oggettività manifesta, dunque, che è tale per via del fatto che negli ultimi due secoli il progresso materiale è stato legato alle sorti di scoperte che hanno velocizzato notevolmente lo sviluppo tanto in ambito civile quanto in ambito militare. La riduzione drastica dei tempi di percorrenza di lunghissime distanze sull’intero globo terracqueo ha permesso che ogni attività umana diventasse più veloce: dalla diffusione intercontinentale delle merci a quella delle notizie.

Nella Francia rivoluzionaria del 1789 un corriere postale impiegava una decina di giorni, cambiando più volte cavallo o facendo la staffetta con altri corrieri, per far arrivare a Tolosa o Marsiglia un foglio di carta con sopra scritto quello che era accaduto a Parigi pochi giorni prima. Adesso le notizie arrivano quasi prima di subito, antecedono i fatti stessi. Non è una battuta, non è nemmeno ironia, tanto meno sarcasmo: è questo stesso un fatto che assume i connotati di un paradigma moderno che si fonda nell’assunto quotidiano di una impressionante rapidità nella diffusione di notizie sulle notizie stesse, esasperate, amplificate all’eccesso e mediante un eccesso di edulcorazione revisionista a tratti e di modificazione pelosa per altri versi.

Ciò che accade oggi rischia di essere sommerso dai commenti ancora prima di essere puntualizzato e circostanziato in tutte le sue particolarità. Non è una eventualità, bensì una costante del modo di fare comunicazione in questo periodo di pandemia che ha frustrato tantissimo chi ha determinati mezzi per poter approfondire i temi che ci circondano ogni giorno con la loro importanza (non solo nazionale) e si vede invece superare dal semplicismo, dalla banalizzazione dei concetti e dal riduzionismo di un negazionismo relativizzante ogni evidenza. Come? Rivolgendosi proprio a quella frustrazione diffusa che è il caposaldo della disperazione di milioni e milioni di italiani.

Le risposte della politica istituzionale sono così confuse, lontane dal tracciare una linea chiara, di piena comprensione per tutte e per tutti, e non fanno che fiancheggiare, seppure indirettamente, ciò che vorrebbero prevenire piuttosto che combattere.

Così, non c’è più attesa per la notizia, non c’è nessuna voglia di sapere, ma solo il desiderio di interpretarla alla propria maniera per entrare a far parte del circo massmediatico internettiano che i social offrono, regalando più di quindici minuti di celebrità a tanti piccoli soloni che “sanno” solo in virtù di ciò che avvertono superficialmente. Letteralmente: sulla superficie. La cultura, del resto, non è data dal numero di libri che si leggono in un anno. Non è la quantità – come si usa dire – a contare, bensì la qualità e il metodo con cui ci avvicina ad un testo e lo si vuole assimilare, capire veramente e, proprio per questo, tentare di criticare. Benevolmente, senza apriorismi elogiatori ma nemmeno senza prevenzioni detrattorie.

Ci dovremmo porre, prima o poi, la grande questione della cultura popolare, di massa, come elemento caratterizzante di una riemersione della sinistra di alternativa da un buio cerebrale che dura da troppo tempo, nonostante questa crisi appaia fin troppo giovane per i tempi di sviluppo (e quindi di aumento del livello di sfruttamento nel mondo globalizzato) di un capitalismo che utilizza sempre più le forme totalitariste di governo per dirimere le problematiche di classe. Anche se la stragrande maggioranza dell’informazione evita accuratamente di adottare una visione critico-sociale dell’esistente, i pertugi che si possono aprire in questo muro di pensiero unico non sono pochi, visto che il sistema delle merci e del profitto non può evitare le contraddizioni che genera ogni istante.

I rapporti di forza che si dinamizzano nella società, prescindendo (per fortuna a volte, purtroppo altre) dalla volontà del singolo, divengono spesso fenomeni di massa e ondate che possono travolgere interi paesi cambiando i piani degli investitori di grandi gruppi economici e di potenti strutture commerciali che danno il la alle politiche dei governi.

La descrizione del totalitarismo come concetto monolitico, granitico e imperturbabile, sostanzialmente inscindibile in interpretazioni geopolitiche locali, distinguendo dittatura da dittatura, regime da regime, è stata a suo tempo archiviata da De Felice e da altri storici che hanno mostrato quelle declinazioni così diverse tra, ad esempio, due autoritarismi novecenteschi, emblematici per quanto hanno costruito prima e distrutto il mondo poi: nazismo e socialismo reale sovietico sono comparabili solo per mettere in evidenza quanto un totalitarismo possa differire da un altro e quanto siano poco poggianti sui fatti le equiparazioni che ancora oggi si tentano in questo senso e che finiscono col produrre, a cascata, una serie di similitudini che nutrono il paniere delle moderne “fake news“.

Porsi la questione culturale come fulcro di una evoluzione del progressismo del XXI secolo è mettere davanti ai propri occhi critici anche, e soprattutto, il problema irrisolto della compenetrazione tra diritti sociali e diritti civili e umani in una società che tenti di superare il capitalismo, di dare un esempio e di fornire qualche elemento pratico in più per liberare l’idea dall’utopia e, al tempo stesso, lasciare quest’ultima nel pieno diritto di essere l’orizzonte ultimo di una trasformazione sociale irreversibile e salvifica. Non solo per il genere umano.

Il consolidamento dei regimi democratici segna oggi il passo: la crisi della rappresentanza politica è un’onda veramente lunghissima di stanca abitudinarietà al rito elettorale, passerella patetica di slogan, volti, promesse e analisi priva di significato. Molta retorica e molto rumore per nulla. Così stando le cose, anche la democrazia sostanziale finisce per coincidere con la mera formalità ed essere svuotata del suo significato storico, che si perde nella notte dei tempi di una ricchezza culturale occidentale che, dopo l’avvento del Cristianesimo, è stata fatta risalire all’opera poliedrica della Chiesa piuttosto che allo ius romano e alla paideia ellenica.

Non è necessario diventare dei grigissimi studiosi incurvati sui libri per rianimare lo spirito della lotta di classe, per ricostruire un partito di classe, per sciogliere dall’autoibernazione in cui si è messo il movimento comunista e libertario. E’ doveroso però disporsi alla comprensione e alla diffusione di concetti difficili in termini semplici, ma non semplicistici. Va evitata la scorciatoia dello slogan acchiappa voti e, invece, va utilizzata la via della facilità di espressione per arrivare alle coscienze del maggior numero di sfruttati dell’oggi per continuare, nel presente e nel prossimo futuro, quella lotta anticapitalista senza la quale ogni riforma altro non è che progressismo surrogato, altro volto di una conservazione “dal volto umano“.

Questo scritto è l’esempio esatto di come non si deve parlare e scrivere se si vuole arrivare alla massa sedotta dalle banalità sovraniste e neoautoritarie. Ma il suo scopo è sollecitare qualche discussione, qualche dubbio e riflessione in merito. Non certo fare la rivoluzione…