Ottobre 23, 2021

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Tutti i numeri dei femminicidi: nessun amore malato, né “esasperazione”

I femminicidi non sono atti di rabbia o comportamenti esasperati e occasionali in risposta ad atteggiamenti aggressivi, come ipotizza Barbara Palombelli. I dati sono testimoni del continuo aumento delle morti di donne nel nostro paese e l’immobilità istituzionale rispetto al tema non prospetta risposte al fenomeno sistemico

Solo in questa metà settembre, in tutta Italia, sono otto le donne vittime di quello che troppo spesso viene descritto come “amore malato”: Chiara Ugolini, 27 anni, era a casa a Bardolino (Verona), si stava preparando per andare a lavoro ed è stata ammazzata dal vicino che le ha tappato la bocca con un panno impregnato di candeggina; Ada Rotini, 46 anni, separata dal compagno, si era recata a casa dell’ex a Bronte (Catania) per recuperare degli effetti personali, quando l’uomo non le ha permesso di uscire dall’auto e ha iniziato a sferrare coltellate dal finestrino; Angelica Salis, 60 anni, ammazzata a coltellate dal marito a Quartucciu (Cagliari); Rita Amenza, 30 anni, uccisa con diversi colpi di pistola alle porte dell’azienda per la quale lavorava a Noventa Vicentina (Vicenza), dall’ex compagno; Giuseppina Di Luca, 46 anni, Agnosine (Brescia), l’ex compagno ha aspettato che la donna scendesse le scale di casa per recarsi a lavoro colpendola diverse volte con un coltello e un pugnale; Sonia Lattari, 42 anni, uccisa a coltellate dal marito a Fagnano Castello (Cosenza); Alessandra Zorzin, 21 anni, ammazzata con una pistola a Montecchio Maggiore (Padova) da un conoscente; Doriana Cerqueni, 60 anni, uccisa dal padre a Sermeola di Rubano (Padova) con un colpo di pistola.

Uno di questi uomini era stato già denunciato per violenza di genere, una di queste donne aveva già subito violenze fisiche dal suo assassino decidendo di non denunciare, una di queste donne la sera prima del delitto era scappata di casa in cerca di aiuto a seguito di una lite, due di queste donne avevano cambiato abitazione per allontanarsi dal proprio carnefice. Sono solo otto dei 66 femminicidi che sono avvenuti in Italia nel 2021.

La diagnosi di “amore malato”, che trova spazio sulla stampa nazionale e nel senso comune, è infatti una definizione sballata, che rischia di oscurare il problema, usata per indicare i casi di femmicidio e femminicidio, vale a dire omicidi contro le donne che hanno come movente la violenza di genere. Come riporta il Centro Diritti Umani dell’Università di Padova, “femmicidio” indica più precisamente l’omicidio da parte di uomini, di donne in quanto donne, un fenomeno sociale dettato dalle discriminazioni sessuali e sessiste radicate nella nostra società. “Femminicidio” amplia la visione, non soffermandosi solo alle violenze che degenerano negli omicidi ma includendo tutte le forme di violenza di genere contro le donne volte alla loro subordinazione.

In Italia si assiste a una violenza sistematica: dal 2018 a oggi vengono commessi tra i 2 e gli 11 femminicidi al mese.

Tutti i dati del 2021: il grafico è navigabile a questo link

Nel 2020 la quota aveva raggiunto 112 casi: uno in più rispetto al 2019 e 30 in meno rispetto al 2018 stando ai dati EU.R.E.S e Istat.

I mesi di lockdown del 2020 avevano messo in allarme centri antiviolenza, collettivi e associazioni a fronte del +199% di telefonate al 1522 (numero antiviolenza) in rapporto al medesimo periodo dell’anno precedente. Il primo trimestre del 2021 non registra un cambio di rotta, ma anzi un aumento del +38,8% in paragone a quello del 2020.

A fronte di una diminuzione degli omicidi, i dati inerenti ai femminicidi sono invece in aumento e la maggior parte vengono commessi in ambito familiare, riporta sempre EU.R.E.S.

Tutti i dati del 2021: il grafico è navigabile a questo link

L’88,3% delle 111 donne uccise nel 2019 sono state ammazzate da un conoscente e la metà di queste dal partner attuale o precedente. l’Istat rivela un aumento di femminicidi da parte di uomini con cui le donne avevano relazioni di coppia: 54,7% nel 2014, 54,9% nel 2018 e 61,3% nel 2019.

Tra le violenze segnalate telefonicamente al 1522 negli ultimi tre anni quella fisica è la più frequente. I dati dell’analisi condotta dal Ministero della salute e dall’Istat sugli accessi al pronto soccorso nel triennio 2017-2019 riportano 16.140 casi di donne che hanno effettuato almeno un accesso con l’indicazione di diagnosi di violenza.

I dati, per quanto ci restituiscano una visione ampia del fenomeno, rischiano di sgravarci dalla responsabilità collettiva di queste morti. «Non esiste giustificazione della violenza maschile contro le donne, come non può esserci giustificazione per nessun tipo di violenza», dichiara la presidente di Donne in rete contro la violenza (D.i.Re) Antonella Veltri. «Non può esserci alcuna attenuante di fronte a quello che sta succedendo».

La violenza di genere non si esercita solo fisicamente, ma è presente in ogni aspetto della società in cui viviamo e i media per primi distorcono la complessità di un fenomeno che è strutturale: in questo senso, l’ultimo caso è avvenuto proprio l’altro ieri, quando la giornalista e conduttrice di Forum Barbara Palombelli su Rete4 ha spostato l’attenzione più sul comportamento delle vittime che degli aggressori.

«La dichiarazione di Barbara Palombelli è inaccettabile e molto pericolosa», prosegue Veltri. «Ripropone stereotipi sessisti e pregiudizi che non solo sono alla base della cultura patriarcale che autorizza il controllo maschile sulle donne e dunque la violenza, ma che conducono anche alla vittimizzazione secondaria: le donne non sono credute quando denunciano, non si fa una valutazione del rischio, non si dispongono misure di protezione».

Distribuzione nel territorio italiano: la mappa è consultabile a questo link.

Il solo impegno dei centri antiviolenza non è sufficiente, «basterebbe applicare pienamente, in tutte le sue parti, la Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia nel 2013 e legge dal 2014. E approvare con urgenza il nuovo Piano nazionale antiviolenza che è scaduto dal 2020», continua la presidente.

La Convenzione di Istanbul, redatta l’11 maggio 2011, si pronuncia sulla prevenzione e sulla lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica. Il “Piano strategico nazionale sulla violenza maschile contro le donne” del 2017-2020 era stato modellato sulle indicazioni della Convenzione, ma è appunto scaduto: siamo a settembre 2021 e il nuovo documento triennale è ancora una bozza.

Inoltre a marzo di quest’anno D.i.Re ha riportato i dati in merito alle risorse assegnate dal dipartimento per le pari opportunità ad aprile 2020 per il finanziamento di interventi urgenti dettati dall’emergenza Covid-19 ai centri antiviolenza e alle case rifugio. Ha fatto richiesto di fondi il 64% delle organizzazioni della rete, fra le quali però il 50% non li ha ancora ricevuti, a un 11,7% è stato dato un acconto e il 13% non è stato preso in considerazione.

Le azioni promosse sono prevalentemente a sostegno delle vittime, che in questo modo vengono sì tutelate, ma solo all’interno dei luoghi a esse adibiti, mentre la violenza e chi la opera continuano a essere liberi di prodursi e riprodursi. «La violenza alle donne è un crimine, una violazione dei diritti umani e in quanto tale va affrontata. Il silenzio di fatto delle istituzioni è connivenza», conclude Antonella Veltri.