Novembre 28, 2021

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Che fine ha fatto il Movimento 5 Stelle? Il ritorno del bipolarismo

La parabola discendente del Movimento 5 Stelle ha portato il partito fondato da Beppe Grillo dall’apice delle elezioni politiche del 2018 alla riduzione ad inutile partner junior del Partito Democratico dopo la sconfitta totale delle amministrative 2021, promuovendo il ritorno del bipolarismo.

Il Movimento 5 Stelle era nato presentandosi in guisa di forza popolare che avrebbe dovuto cambiare totalmente il sistema politico italiano, invece ha finito per integrarsi in quello stesso sistema, annichilendosi del tutto. È questa la conclusione che possiamo trarre in seguito alle elezioni amministrative del 2021, che hanno segnato la fine del partito fondato dodici anni fa da Beppe Grillo come forza politica in grado di pesare all’interno del contesto nazionale.

Il M5S arrivava alle elezioni amministrative con il controllo di due città di primaria importanza, come Roma e Torino, oltre al capoluogo provinciale sardo di Carbonia. A Roma, il sindaco uscente Virginia Raggi è arrivata addirittura quarta, battuta persino da Carlo Calenda. A Torino, come noto, Chiara Appendino si è chiamata fuori in maniera lungimirante, e la fallimentare candidatura di Valentina Sganga non ha neppure raggiunto il 10% dei consensi. Infine, a Carbonia, un M5S ridotto a sostenere il nome proposto da Articolo Uno ha ottenuto una doppia sconfitta, fermandosi al 5,67% come lista e al 21,31% con il candidato sindaco Luca Pizzuto.

È dunque evidente come i cittadini abbiano bocciato su tutti i fronti il M5S nelle città dove ha avuto la possibilità di amministrare. Ma non è andata molto meglio nel resto del Paese, visto che i candidati pentastellati non hanno raggiunto il ballottaggio neppure in un’occasione, ed il miglior risultato ottenuto, almeno a livello di piazzamento, è stato il secondo posto di Elisabetta Barone a Salerno, seconda ma staccata di oltre quaranta punti percentuali dal sindaco uscente Vicenzo Napoli (PD). 

Primo partito alle elezioni politiche del 2018, il M5S ha compiuto un vero suicidio politico autoriducendosi a partner junior del Partito Democratico. Sia durante il primo governo di Giuseppe Conte con la Lega, che durante il secondo insieme allo stesso PD, il Movimento è riuscito nell’impresa di farsi dettare legge dalle forze che dovevano rappresentare la sua spalla, con il risultato di un’improbabile inversione di ruoli. Il risultato è che oggi il M5S riesce a “vincere” solo quando sostiene i candidati del PD, ma pesando molto poco dal punto di vista elettorale, al punto da risultare superfluo.

L’esempio più eclatante è quello di Varese, dove il M5S non ha ottenuto seggi pur sostenendo il neosindaco del PD Davide Galimberti. Nella città lombarda, i pentastellati si sono fermati all’1,64%, battuti battuti anche dalla lista ecologista Europa Verde. Anche a Bologna, il sostegno nei confronti del vincitore democratico Matteo Lepore ha fruttato poco, con un solo seggio e il 3,37% delle preferenze. È andata meglio a Napoli, dove con il suo 9,73% il M5S ha eletto cinque consiglieri, ma Gaetano Manfredi avrebbe vinto senza patemi anche rinunciato all’apporto del Movimento. 

Gli stessi risultati sono confermati anche dalla regionali della Calabria, dove il M5S ha appoggiato Amalia Bruni del PD, battuta dal candidato di centro-destra Roberto Occhiuto. Alle suppletive per la Camera dei deputati, infine, il M5S non ha neppure presentato i propri candidati, lasciando via libera alle vittorie dei rappresentanti del PD, Enrico Letta nel collegio Toscana 12 (quello di Siena) e Andrea Casu nel collegio Lazio 1 – 11 (Roma). Significativo il fatto che quest’ultimo appartenesse proprio al M5S, che aveva eletto la dimissionaria Emanuela Del Re, e che ha ceduto senza battere ciglio uno dei propri scranni ai democratici.

Le mosse sbagliate del Movimento 5 Stelle non solo hanno rappresentato un suicidio politico per il partito grillino, ma hanno di fatto restituito all’Italia un quadro caratterizzato da un bipolarismo che ci riporta indietro di almeno un decennio. Il M5S è oramai una forza satellite di un centro-sinistra (sempre più centro e meno sinistra) che ruota attorno al PD, e che si contrappone ad un centro-destra fondato sull’asse tra LegaFratelli d’Italia e Forza Italia. Ne sono una palese dimostrazione i risultati di queste amministrative, con la sola Benevento che in parte sfugge a tale logica (la candidatura di Clemente Mastella non era formalmente sostenuta da partiti, e FdI ha corso con una propria candidatura).

Il bilancio, in questo caso, è nettamente favorevole al centro-sinistra, che si impone per 15-5 (4+1, sempre per via del caso Benevento) nel computo dei capoluoghi provinciali, strappando agli avversari Cosenza, con Franz Caruso, e Isernia, con Piero Castrataro, che succede all’improbabile amministrazione leghista in terra molisana. Tra le città più importanti, come anticipato, il centro-sinistra conserva Bologna con Matteo Lepore e Milano con il confermato Giuseppe Sala, ma si prende anche Roma (Roberto Gualtieri), Napoli (Gaetano Manfredi) e Torino (Stefano Lo Russo).

Attualmente, il centro-sinistra amministra tutte le cinque città più grandi d’Italia (contando anche Palermo, che non andava al voto, con Leoluca Orlando), e sette delle prime otto (considerando anche Firenze con Dario Nardella): al centro-destra resta solamente l’amministrazione di Genova, con il sindaco Marco Bucci. Tra le città andate al voto, invece, quella più importante che ha visto una vittoria del centro-destra è stata Trieste, con la conferma di Roberto Dipiazza (Forza Italia).

Quanto al Movimento 5 Stelle, si trova attualmente in una posizione molto difficile: gli elettori hanno oramai perso fiducia nella sua capacità di cambiare il sistema politico italiano, e non lo premiano più quando concorre da solo, ritenendo le sue candidature poco credibili. Ma ai pentastellati non va tanto bene neppure quando sostengono il PD, visti i risultati delle liste del M5S: in quel caso, l’elettore non ha nessuna motivazione per votare il Movimento anziché il Partito Democratico. Di fatto, le scelte politiche dei pentastellati hanno portato gli elettori a percepire il partito come inutile, in quanto incapace di esprimere una posizione politica originale che si distingua da quella del PD, oppure incapace di mettere in atto la propria linea quando questa sia presentata come effettivamente distinta da quella del centro-sinistra.

Privo di solide basi ideologiche, incapace di leggere le dinamiche di classe sovrapponendovi l’illusorio dualismo popolo-kasta, il Movimento 5 Stelle sta andando incontro all’estinzione, in quanto la sua stessa natura sin dall’inizio non poteva che essere questa: quella di una forza estemporanea, di protesta, capace di scatenare una forte vis destruens per certi versi comprensibile, ma senza essere in grado di contrapporvi una pars construens convincente e concreta. Con buona pace di coloro che già parlavano di Terza Repubblica.

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Giulio Chinappi – World Politics Blog