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Nella tassonomia verde europea, dopo l’iniziale esclusione, viene inserita anche l’energia dell’atomo su pressione della Francia e di altri stati. La Germania di Scholz si oppone ma ora pare fare marcia indietro

Più che in GigaWatt, la potenza del nucleare si può misurare meglio con la capacità d’influenza delle sue lobby e dei suoi gruppi di interessi: questa la “morale” che si potrebbe trarre dalla recente scelta europea di classificare l’energia dell’atomo fra le fonti green. All’inizio di settimana, infatti, è stata inviata ai paesi membri dell’Unione la bozza del terzo atto delegato in materia di tassonomia verde, in cui oltre al nucleare è stato inserito anche il gas come attività sostenibili dal punto di vista ambientale. Si tratta di un passaggio che fa parte del percorso del cosiddetto “Green Deal Europeo”, presentato a dicembre del 2019 e con cui la Commissione si è formalmente impegnata a raggiungere la neutralità climatica entro il 2050: il sistema di classificazione della tassonomia (il cui regolamento è entrato ufficialmente in vigore a luglio di due anni fa) è stata perlopiù redatta dalla Piattaforma per la finanza sostenibile, composta da 57 Ong, scienziati e persone del campo finanziario nell’intento di rendere chiaro a governi, imprese e investitori quali attività economiche debbano essere considerati sostenibili e perciò promosse.

Più concretamente, nella contingenza pandemica, per capire in che modo accedere agli oltre 2 miliardi di euro stanziati per la ripresa post-Covid con il Next Generation Ue che mette a disposizione anche dei green bond (“obbligazioni verdi”) per finanziare progetti che riguardano l’efficienza energetica, la produzione di energia da fonti pulite, l’uso sostenibile dei terreni, il riciclo dei rifiuti.

Inizialmente estromessi da una tale partita, dunque, nucleare e gas fossile potrebbero rientrarvi grazie alla nuova bozza, se quest’ultima venisse approvata. In generale, la “mossa” della tassonomia verde mira anche ad attrarre investimenti privati visto che – nelle parole dello stesso vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis – per raggiungere gli obiettivi della transizione ecologica «servono 350 miliardi l’anno di investimenti aggiuntivi per arrivare ai target fissati per il 2030, più 130 miliardi per altri obiettivi ecologici. E il settore pubblico non può farlo da solo».

PAESI EUROPEI DIVISI

Proprio per questo motivo, quasi fin da subito, si è ingenerato un “braccio di ferro” all’interno dell’unione fra gli stati che facevano pressione affinché nucleare e gas naturale venissero inseriti nella tassonomia e e chi invece provava a opporsi. La Francia guidata da Macron, sulla scorta delle sue 19 centrali, si è chiaramente spesa nella prima direzione “alleandosi” su questo fronte con i “quattro di Visegrad” (la Polonia ha deciso di investire sull’atomo e a settembre dello scorso anno ha infatti firmato un accordo con la statunitense NuScale Power per la costruzione di alcuni reattori entro il 2029), Slovenia (che vuole raddoppiare la sua centrale a Krako, costruita tra l’altro su una faglia sismica), Bulgaria (anch’essa in trattativa con NuScale Power), Croazia, Romania e Finlandia.

Oltretutto, in vista delle elezioni che si terranno il prossimo aprile, il Presidente d’oltralpe ha presentato a ottobre un ambizioso piano di rilancio dell’economia da 30 miliardi di euro il cui «obiettivo numero uno» è quello di «reinventare il nucleare», inseguendo “sul loro stesso terreno” i propri oppositori, quasi tutti di centro-destra, che hanno nel programma un potenziamento dell’energia atomica.

Dal canto loro, Spagna, Germania e Austria soprattutto – che hanno tendenzialmente abbandonato simili strategie energetiche – hanno manifestato la propria contrarietà all’inserimento di nucleare e gas nella tassonomia. Secondo il premier iberico Sánchez, infatti, si tratta di «un passo indietro» e di un «segnale sbagliato» per i mercati finanziari. La ministra federale per il clima, l’ambiente e l’energia austriaca Leonore Gewessler in un tweet ha addirittura minacciato di far causa nel caso venisse approvata la bozza, specificando di aver già «commissionato un parere legale» sul tema. Ancor più dura, forse, la Germania che – nelle parole del ministro dell’economia e vicecancelliere verde Robert Habeck – ha parlato espressamente di «greenwashing» e ha dichiarato che lo stato tedesco «non potrebbe sostenere il programma proposto».

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Eppure è proprio da Berlino che arriva nelle ultime ore il più importante dietrofront: secondo le indiscrezioni della Reuters, infatti, il governo di Olaf Scholz avrebbe deciso di astenersi al prossimo voto sulla tassonomia che avverrà al parlamento europeo. Al momento, la bozza è stata inviata agli esperti degli stati membri e alla Piattaforma della finanza sostenibile, aprendo così le consultazioni. I tecnici avranno tempo fino al 12 gennaio per esprimere i propri pareri, sulla base dei quali la commissione dovrebbe approvare la misura entro fine mese. Da lì la palla passerà al parlamento e al consiglio dell’Unione che avranno quattro mesi per esaminarlo ed eventualmente per opporvisi. Ma, appunto, le recenti dichiarazioni all’interno dell’esecutivo tedesco non lasciano intravvedere che questo possa avvenire.

«Dubito che la proposta potrà essere rivista», ha detto la ministra dell’ambiente Steffi Lemke dei Verdi. «La Francia ha preso una posizione molto chiara insieme alla maggioranza degli stati membri». Similmente, la responsabile dell’energia della Spd Nina Scheer ha affermato che «sarebbe difficile cambiare la proposta», nel caso l’inclusione di nucleare e gas naturale nella tassonomia venisse confermata anche in commissione.

È vero: soprattutto in seguito al disastro di Fukushima, la Germania ha intrapreso un deciso percorso di fuoriuscita dal nucleare che è stato sostanzialmente completato dall’ex-cancelliera Angela Merkel (mancano solo tre centrali per terminare il tutto). Ma con l’arrivo dell’esecutivo Scholz sono cambiati anche gli equilibri politici (con una commistione fra verdi e liberali) e la linea in termini energetici si è fatta più sfumata: «Siamo realisti, ci serve, se abbandoniamo il nucleare e andiamo verso le rinnovabili è la nostra energia di transizione», ha commentato il liberaldemocratico ministro federale delle finanze Christian Lindner a proposito del gas naturale. La realtà, probabilmente, è che data la variabile delle presidenziali francesi nessuno, per cautela diplomatica, ha la seria intenzione di mettersi di traverso alla volontà dell’Eliseo. Inoltre, sul tavolo delle inclusioni nella tassonomia energetica, si consuma anche uno scontro fra la Presidente della Commissione Von Der Leyen, membro della Cdu tedesca e convinta “nuclearista”, e il governo del conterraneo Scholz.

CONTINUE PRESSIONI

Ma, per quanto si tratti di una decisione presa “in sordina” nelle giornate fra la vigilia e Capodanno, l’entrata di gas e nucleare nelle fonti di energia classificate come “sostenibili” da parte dell’Unione europea non avviene certo “nel vuoto” o in gran segreto. Ha fatto clamore l’apertura all’energia atomica già a settembre scorso del nostro ministro per la transizione ecologica Roberto Cingolani (prontamente spalleggiata dalla Lega di Salvini), in cui ha tra l’altro apostrofato di «radical chic» attivisti e attiviste per il clima.

Non pago, a inizio dicembre, ha rincarato la dose durante il consiglio dei ministri Ue, dicendo: «La tassonomia deve veramente guardare avanti. Io non sono d’accordo quando sento dire che si debbano escludere il nuovo nucleare o altre forme di tecnologia». Con questi posizionamenti, Cingolani rimesta nel torbido, continuando a parlare di “nuovo nucleare” mentre è più che consapevole che, nonostante gli avanzamenti tecnologici, siamo ben lontani dall’ottenere energia sia dal nucleare di III e IV generazione (reattori a fissione nucleare, come quelli in funzione oggi, con liquidi refrigeranti che vanno dall’acqua pressurizzata al sodio liquido, che ripropongono invariato il problema dello smaltimento delle scorie radioattive) che dalla fusione nucleare.

Riguardo ai reattori a fissione di III generazione, gli unici due in costruzione (in Francia e Finlandia) stanno registrando ritardi ingenti nella consegna (dell’ordine di 8 e 12 anni rispettivamente) e conseguenti aumenti dei costi. Dei reattori a fissione di IV generazione e, soprattutto, dei reattori a fusione, invece, siamo soltanto a progetti su carta, i primi, e alla ricerca di base i secondi (per la fusione si stimano almeno altri vent’anni di studi).

Investire al giorno d’oggi nel nucleare quando le risposte alla crisi climatica dovrebbero avvenire in tempi brevi, vuol dire quindi foraggiare, a perdere, con miliardi di euro lobbies industriali ed energetiche, riabilitando uno strumento energetico fortemente inquinante (almeno per i reattori a fissione) che già due referendum hanno rigettato nel 1987 e nel 2011. Intanto – nonostante gli appelli da parte di associazioni e gruppi ambientalisti per una presa di posizione più netta – Mario Draghi latita.

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Tutto ciò si inserisce in un contesto in cui, già da quando la discussione sulla tassonomia europea si è avviata per la prima volta, aziende, compagnie e gruppi di pressione che hanno interessi nel nucleare e nel gas fossile sono passati alla “controffensiva”. Non solo in Europa: sempre a settembre scorso, Paul Krugman sul “New York Times” rilevava come ExxonMobile e Pfizer (entrambe con grandi interessi nel fossile) avessero dato vita a un «significativo sforzo di pressione» per bloccare il piano di ristrutturazione energetica promosso da Biden. Similmente, nel nostro paese, si sono mosse compagnie quali Eni, Snam e Leonardo cercando di rientrare nei programmi di finanziamento promossi dall’Unione europea per i propri progetti sul territorio italiano, dai gasdotti alla cattura e stoccaggio di CO2 tramite gas fossile.

La decisione però è un sonoro schiaffo in faccia a chiunque si sia mobilitato per il clima in questi ultimi anni. Il gas fossile non ha nulla di “naturale” e ha capacità di produrre gas climalteranti al pari o, secondo alcuni studi, addirittura superiore agli altri combustibili fossili, se non viene misurata solo nella combustione ma nell’intero percorso dall’estrazione all’utilizzo finale.

Includerlo nella tassonomia e quindi prolungarne la vita nei prossimi decenni tramite i finanziamenti pubblici è l’ennesima difesa del capitalismo estrattivista a discapito della possibilità di sopravvivere in questo pianeta in un futuro non troppo lontano.

Rimane lo spazio di tempo in cui la tassonomia sarà in esame al parlamento Ue per provare a mobilitarsi e rendere la discussione non un tecnicismo di palazzo, ma una questione centrale nella vita degli abitanti dell’Unione e delle generazioni future. Molti gruppi e movimenti si stanno muovendo proprio per influenzare il dibattito in parlamento, anche se il picco dell’ondata pandemica di questi giorni rischia di rendere più difficili le mobilitazioni. E anche in questo caso qualcuno dirà “Don’t Look Up”.

Di Nardi

Davide Nardi nasce a Milano nel 1975. Vive Rimini e ha cominciato a fare militanza politica nel 1994 iscrivendosi al PDS per poi uscirne nel 2006 quando questo si è trasformato in PD. Per due anni ha militato in Sinistra Democratica, per aderire infine nel 2009 al PRC. Blogger di AFV dal 2014

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