di Franco Astengo

Nello scatenarsi della ridda di ipotesi e proposte attorno alla sorte del PD risalta – per diverse ragioni (non ultima quella della prestigiosa storia politico – intellettuale del proponente – questa idea .

Cacciari: “Al Pd serve un congresso come quello che fece Occhetto. E anche cambiare nome”Il professore suggerisce che il partitone si chiami “Democrazia progressiva”.

E’ il caso allora di ritornare sul significato del termine “democrazia progressiva” che, è bene ricordarlo, è termine di squisita derivazione togliattiana.

L’obiettivo che noi proporremo al popolo italiano di realizzare, finita la guerra, sarà quello di creare in Italia un regime democratico e progressivo. Una repubblica democratica, con una Costituzione la quale garantisca a tutti gli italiani tutte le libertà: la libertà di pensiero e quella di parola; la libertà di stampa, di associazione e di riunione; le libertà di religione e di culto; e la libertà della piccola e media proprietà di svilupparsi senza essere schiacciata dai gruppi avidi ed egoisti della plutocrazia, cioè del grande capitalismo monopolistico. Questo vuol dire che non proporremo affatto un regime il quale si basi sulla esistenza e sul dominio di un solo partito. In una parola nell’Italia democratica e progressiva vi dovranno essere e vi saranno diversi partiti corrispondenti alle diverse correnti ideali e di interessi esistenti nella popolazione italiana” (Togliatti, Rapporto ai quadri dell’organizzazione comunista napoletana del 1 aprile 1944). “

Luciano Gruppi nel volume “Socialismo e Democrazia, la teoria marxista dello Stato – Milano 1969” descrive così la “democrazia progressiva”:

“… La democrazia di tipo nuovo, che andava instaurata doveva realizzare una serie di riforme economiche capaci di colpire il capitale monopolistico e la grande proprietà terriera. Ma tali riforme non si sarebbero potute attuare.la vita democratica dello Stato non si sarebbe potuta rimepire di questi contenuti, senza una partecipazione diretta dei lavoratori alla direzione dello Stato.

Le riforme di struttura, la partecipazione dei lavoratori alla direzione dello Stato avrebbero dovuto imprimere alla democrazia italiana uno sviluppo dinamico, perché ogni riforma ne invoca altre, perché la direzione dei lavoratori nello Stato e nella società, avrebbero dovuto allargarsi sempre di più.

Si parlò perciò, nella teorizzazione del PCI e particolarmente di Togliatti di “democrazia progressiva”.

Essa veniva concepita come una fase intermedia tra la democrazia borghese – in senso tradizionale – e il socialismo: una fase intermedia di tensione e di lotta che stabiliva un intimo collegamento tra democrazia e socialismo..

…La nozione di democrazia progressiva era la naturale conseguenza del modo in cui il PCI e le altre forze più avanzate dello schieramento antifascista concepivano e conducevano di fatto la lotta di Liberazione…

La classe operaia veniva perciò assumendo, nella realtà, una nuova funzione storica di guida della vita nazionale e si faceva protagonista della lotta per l’indipendenza e per la conquista dell democrazia”

Letto questo :cosa intende allora Massimo Cacciari per “democrazia progressiva” e per quale ragione di fondo intenderebbe contrassegnare così un nuovo partito erede della “fusione fredda” o della “maionese impazzita” del PD governativista a oltranza, immerso nel neo-liberismo anche nella sua parte di derivazione ex-PCI, tendente a far coincidere NATO e UE, totalmente privo di struttura di base, fondato su correnti in eterna lotta per ogni forma di potere?

Messa così siamo di fronte a un interrogativo non da poco oppurea una provocazione messa lì con feroce “nonchalance”: fermo restando il necessario discorso di come, di questi tempi, una forza di sinistra possa tenere assieme autonomia teorica, opposizione, proposta di alternativa. Ma questo sarebbe un altro discorso

Di Franco Astengo

Lunga militanza politico-giornalistica ha collaborato con il Manifesto, l'Unità, il Secolo XIX,. Ha lavorato per molti anni al Comune di Savona occupandosi di statistiche elettorali e successivamente ha collaborato con la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Genova tenendo lezioni nei corsi di "Partiti politici e gruppi di Pressione", "Sistema politico italiano", "Potere locale", "Politiche pubbliche dell'Unione Europea".

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