Paolo Cacciari

Le devastazioni ambientali, il surriscaldamento dell’atmosfera e le guerre mostrano in modo sempre più evidente quanto l’agente distruttivo della vita sul pianeta siamo noi, a cominciare da chi alimenta la competizione economica. La soluzione, dicono alcuni, è la tecnologia. Non c’è alcun dominio della crescita infinita a orientare lo sviluppo tecnologico. Che fare? Il primo passo è aumentare la consapevolezza del baratro dentro cui siamo precipitati. Le giovani generazioni ci stanno insegnando molto. Le donne ancora di più. Ma non basta sapere. Per avere la forza di reagire bisogna anche sentire dentro di sé le sofferenze del mondo. «Per attivarci dovremmo coinvolgere la dimensione spirituale dell’essere – scrive Paolo Cacciari nell’introduzione del libro Re Mida (La Vela, 2022), di cui pubblichiamo ampi stralci – Non sto proponendo nessuna “pappetta new age”, come ci rimprovera Mario Tronti, ma al contrario l’avvio di un processo di liberazione dai condizionamenti eteronomi, dalla sottomissione alle logiche tecnocratiche falsamente neutrali, dalla delega ai poteri costituiti. Un vero conflitto, insomma, con i poteri costituti e una lotta con noi stessi per decolonizzare le nostre menti dall’immaginario produttivista e consumista. L’idea è quella della costruzione di una società della post-crescita come progetto di autogoverno comunitario…»

Isalti di specie di virus e batteri (spillover), le zoonosi unite alle malattie determinate dagli inquinamenti, dalla cattiva alimentazione e da pratiche mediche errate (iatrogenesi) provocano una “sindemia”, una interrelazione sinergica tra più malattie e cattive condizioni di vita. Secondo l’epidemiologo evoluzionista Rob Wallace (The Origins of Industrial Agricoltural Pathogens) la distruzione degli habitat ad opera dell’agroindustria crea le condizioni per lo sviluppo di nuovi patogeni e il loro passaggio dal mondo animale a quello umano alla velocità della circolazione delle merci attraverso le reti del commercio globale, seguendo le vie dell’urbanizzazione, trasformando le megalopoli in epicentri di contagio, impattando su sistemi sanitari pubblici distrutti da decenni di politiche neoliberiste. Siamo una specie invasiva, per quel che siamo e, soprattutto, per quel che mangiamo. Ci informa Telmo Pievani, filosofo delle scienze biologiche: “Gli esseri umani sono il 36% del peso di tutti i mammiferi, mentre gli animali di allevamento arrivano al 60%. Praticamente un terzo dei mammiferi (noi) campa mangiando gli altri due terzi. La fauna selvatica, dalle tigri asiatiche agli orsi dei Carpazi, dai capidogli ai canguri arriva appena al 4% della biomassa” (Il peso delle cose, La Lettura, n. 483, 2021). In altri termini, la biomassa animale ha raggiunto quantità e concentrazioni preoccupanti. Alleviamo a scopo alimentare: 22,7 miliardi di polli, 1,47 miliardi di bovini, 1,17 miliardi di pecore, 1 miliardo di capre, 981 milioni di suini, 1,2 milioni di anitre. Questo per dire solo uno dei fattori che concorrono al surriscaldamento dell’atmosfera, alla perdita di biodiversità, alla deforestazione. Poi ci sono le centrali termoelettriche, i motori a combustione interna, le materie plastiche e i prodotti sintetici tossici derivati dal petrolio, gli edifici non coibentati e una enormità di oggetti d’uso comune che ricoprono come una crosta velenosa la superficie della terra e le profondità degli oceani.

Un’ulteriore conferma del sovrautilizzo delle risorse naturali emerge dalla crescita inaudita dei flussi di materiali impiegati dal sistema economico, come documentato da una singolare ricerca pubblicata da Nature (volume 588, 2020). Si stima che dall’anno scorso la “massa antropogenica” costituita dagli stock di materiali solidi incorporati e accumulati negli oggetti prodotti dagli esseri umani (edifici, strade, macchinari, oggetti di consumo e così via) ancora in uso abbia oramai superato in “peso secco” (esclusa l’acqua) il volume della biomassa vivente animale e vegetale globale complessiva.

Tacciati gli ultimi negazionisti del cambiamento climatico (troppe le evidenze empiriche della devastazione antropogenica dello spazio vitale del pianeta per poter continuare ad occultarle), sono comparsi gli “inattivisti”, come li apostrofa Michael Mann, climatologo statunitense di grande competenza che dedica la sua attività a contestare la disinformazione e il depistaggio nella “guerra” al warming climate (La nuova guerra del clima, Edizioni Ambiente). Io li chiamerei cacadubbi alla ricerca di qualsiasi scusa utile per procrastinare gli interventi necessari ad uscire dall’era dei combustibili fossili. Li si sono visti all’opera nell’ultima Conferenza internazionale dell’Onu sui cambiamenti climatici, la 26a svoltasi nel novembre scorso a Glasgow. Schiere di frenatori inseriti nelle delegazioni sono riusciti ancora una volta a svuotare l’accordo finale da ogni impegno vincolante per gli stati. In questa categoria si distinguono i politici “realisti e pragmatici” che temono ripercussioni economiche e rivolte sociali nell’eventualità che la “transizione ecologica” procedesse troppo in fretta (sic!) e le fabbriche più energivore dovessero chiudere i battenti, portando disoccupazione e miseria. La rivolta dei gilet gialli in Francia – innescata da un aumento delle accise sui carburanti – è stata più volte evocata come uno spettro che si aggira sulle buone intenzioni dell’ambientalismo. Ma, anche qui, è troppo smaccato l’intento strumentale di mettere i ceti popolari contro le politiche ambientali. È evidente che le tasse sulle emissioni di carbonio e le altre misure necessarie a realizzare una conversione energetica a favore di fonti rinnovabili alternative dovrebbero essere convenienti non solo per la conservazione della natura, ma anche per le tasche dei cittadini. Se ciò non avviene è solo a causa delle politiche dei governi che continuano ad incentivare i combustibili fossili e a penalizzare le fonti rinnovabili. Oltre a ciò serve immaginare, come hanno fatto i democratici negli Stati Uniti con la legge Protecting the Right to Organize, una garanzia per i lavoratori che rischiano di perdere il posto a causa delle misure sulla decarbonizzazione dell’industria.

Infine, esiste una terza categoria di nemici della transizione ecologica, i fautori del salto della quaglia, tecnologico, si intende. Secondo costoro, la soluzione di ogni problema ambientale dipenderebbe dall’innovazione tecnologica tale per cui tutti i nostri bisogni e desideri, presenti e futuri, verrebbero soddisfatti con meno energia, meno materie prime, meno inquinamenti, meno consumo di suolo e meno dispendio di tempo di lavoro necessario. Una nuova rivoluzione industriale (la quarta o la quinta) resa possibile da una combinazione di automazione, intelligenza artificiale, robotica, telecomunicazioni, bio-informatica, nanotecnologie, geoingegneria, riconfigurazione della materia a livello atomico, modifiche genetiche. E così via a grandi passi verso un mondo distopico. Tutto pur di non mettere in discussione le relazioni economiche e sociali dominanti, i comportamenti e gli stili di vita ordinari.

In un modo o nell’altro la “transizione ecologica” è diventata il principale campo d’azione delle politiche economiche a livello mondiale. “Reset Capitalism” è il vessillo sventolato dagli innovatori che agiscono nel campo delle grandi imprese e dell’alta finanza. Vorremmo fidarci, ma in questo libro mi chiedo se sia mai credibile un sistema economico di mercato di stampo capitalista ecologicamente sostenibile. A molti – io tra questi – sembra che vi sia una contraddizione tanto evidente quanto insanabile tra la logica che muove il sistema economico dominato dalla crescita senza limiti e la preservazione dei cicli biogeochimici che regolano la vita sulla Terra. L’imperativo della crescita perpetua del valore di scambio delle merci immesse nel mercato non può che trascinare con sé la mercificazione delle risorse naturali, la continua estrazione di materie prime, l’aumento degli scarti inquinanti, la progressiva artificializzazione della superficie terrestre. La logica predatoria, individualista ed egoistica indotta dal sistema economico di stampo capitalista è penetrata anche nel nostro modo di pensare, ha performato i nostri comportamenti e ottenebrato la nostra stessa intelligenza. Inoltre, come ha scritto Mario Pezzella, pensando a Benjamin che descrive la borghesia tedesca alla vigilia del nazismo, il rimpianto per la perdita di condizioni di relativa sicurezza, è “talmente acuto, da rendere stupidi, ottusi, di fronte alla minaccia effettiva” e conduce alla “rimozione della causa del proprio dolore”. (Terzogioranle, 6 ottobre 2021). Una sorta di schiavitù più o meno volontaria ci condiziona e ci lega agli automatismi dei meccanismi riproduttivi del sistema che agisce sia psicologicamente (pensiamo alla pubblicità e all’industria culturale in genere) sia, molto banalmente, trascinandoci nella spirale dell’euforia del consumo a debito. Leggevo che il Pil mondiale è 84.000 miliardi di dollari, mentre il debito aggregato (privato, degli stati, delle imprese, e quant’altro) ad inizio 2021 è di 281.000 miliardi di dollari (355% del Pil mondiale) che “genera” 100.000 miliardi di interessi. Un flusso di denaro che alimenta le rendite finanziarie di coloro che posseggono i “titoli di debito”, emessi nelle loro svariate forme (sovrani, bond, ecc.). È così che il surplus si incanala in una determinata strada, si accumula e si concentra nelle tasche di quel 0,8% della popolazione del mondo più ricco che controlla il 25% del Pil mondiale. L’economia è intrappolata dal debito (privatizzato) e tutti noi siamo costretti a lavorare per ripagarlo, con gli interessi.

Chiediamoci allora come si può fermare questa spirale distruttiva.

Il primo passo è sicuramente aumentare la consapevolezza del baratro dentro cui stiamo precipitando. Ma la sofferenza e il dolore non possono demoralizzarci e paralizzarci. Gli oppressi, i dominati, gli esclusi debbono trovare una loro via di resistenza e di liberazione. Le giovani generazioni ci stanno insegnando molto. Le donne ancora di più. Gli oppressi, i dominati, gli esclusi debbono trovare una loro via di resistenza e di liberazione. Le giovani generazioni ci stanno insegnando molto. Le donne ancora di più. L’origine di ogni distruzione, al fondo, sta nell’idea folle del dominio dell’uomo (inteso proprio come individuo maschio, bianco, adulto, sano e benestante) su tutto ciò che riesce a sottomettere. Patriarcato, colonialismo, imperialismo, estrattivismo, classismo, specismo sono le varie forme conosciute di questa dominazione.

Ma non basta sapere. Per avere la forza di reagire bisogna anche sentire dentro di sé le sofferenze del mondo, entrare in una relazione solidale con gli altri e con la natura. La vita è una rete di connessioni tra le specie. Per attivarci dovremmo coinvolgere anche la dimensione spirituale dell’essere. Non sto proponendo nessuna “pappetta new age”(come ci rimprovera Mario Tronti), nessun romanticismo estetizzante, nessuna fuga nel trascendentale, ma al contrario l’avvio di un processo di liberazione dai condizionamenti eteronomi, dalla sottomissione alle logiche tecnocratiche falsamente neutrali, dalla delega ai poteri costituiti. Un vero conflitto, insomma, con i poteri costituti e una lotta con noi stessi per decolonizzare le nostre menti dall’immaginario produttivista e consumista. L’idea è quella della costruzione di una società della post-crescita come progetto di autogoverno comunitario.

Decoupling magico

Il modo mainstream di pensare alla transizione ecologica fa affidamento all’innovazione tecnologica. La ricerca scientifica – si proclama e si crede – troverà le soluzioni più idonee per risolvere i danni che la rivoluzione industriale ha arrecato. Peggio. Si dice che la riconversione degli apparati industriali aprirà nuovi asset e nuove opportunità per i capitali finanziari che oggi fluttuano in cerca di investimenti alla ricerca di buone remunerazioni.

La “green economy” è presentata come una strategia win-win, poiché promette di “disaccoppiare” (decoupling) la curva del Pil (che deve continuare a salire) da quella dell’impatto ambientale. Ma tutte le evidenze empiriche ci dicono il contrario. Più aumenta l’efficienza tecnologica nell’estrazione e nell’impiego delle risorse naturali, più aumenta il loro impiego. La fame di acciaio, cemento, alluminio, carta, vetro, materiali sintetici… non si ferma. La “dematerializzazione” dei cicli produttivi è una chimera: marciamo a 100 miliardi di tonnellate all’anno di materiali vergini estratti dalla Terra. La guerra per l’accaparramento delle “terre rare” (metalli indispensabili per fabbricare i dispositivi elettronici) ci dice quanto sia pesante la pressione sulle matrici naturali esercitata dalle nuove tecnologie. Auto elettriche comprese. Non ci viene in aiuto nemmeno l’“economia circolare”. L’ultimo rapporto (The Circlularity Gap 2021 Report) ci dice che l’economia mondiale recupera e ricicla solo l’8,6% di materiali, addirittura in peggioramento sull’anno precedente (9,1% nel 2019). Nessun decoupling è in atto.

L’obiettivo del decoupling non è sbagliato in sé, sono sbagliati i mezzi che vengono usati per raggiungerlo, ovvero gli strumenti del mercato. L’idea, cioè, che i beni e i servizi vitali che la natura ci offre possano essere trattati allo stesso modo delle merci, valutati in termini economici e interscambiabili in valuta corrente. Le risorse naturali rispondono ad altri parametri, ad altre leggi (quelle delle scienze della vita) e hanno bisogno di essere rispettate in sé e per sé. Non sono, cioè, misurabili con la metrica del denaro, nemmeno se le ribattezziamo “capitale naturale” e se diamo un prezzo ai “servizi ecosistemici”: l’acqua potabile, l’aria pulita, il suolo fertile, la fotosintesi clorofilliana, l’impollinazione degli insetti, il vento e la luce del sole.

Il denaro è una unità di misura come ce ne sono tante altre. I chilogrammi servono a misurare il peso di un oggetto, i metri la lunghezza, i minuti/secondi il tempo di moto, i gradi Celsius la temperatura, i cavalli/vapore la forza, i Tesla i campi magnetici e così via. Poi ci sono cose e fenomeni impalpabili come la bellezza, l’empatia con i propri simili e con la natura, il senso di verità e giustizia e le virtù morali che rispondono a canoni estetici ed etici complessi e variabili, socialmente definiti e storicamente condivisi. Dareste voi un valore in chilogrammi ad una statua di Michelangelo? In hertz ad un brano musicale? Eppure, c’è un genere di scienziati – gli economisti – che pretendono di misurate il valore di qualsiasi cosa (non solo la fisiologia della natura, ma persino le emozioni e i sentimenti), con un unico strumento: il denaro.

Per riuscire a compiere l’economicizzazione del mondo – questa violenta e mortifera riduzione di ogni cosa in denaro – gli economisti hanno bisogno di applicare un procedimento logico-razionale tanto semplice quanto rozzo. Per loro le cose non hanno un valore in sé, per sé stesse, ma solo se vengono sottratte dal loro contesto vitale naturale e utilizzate da qualcuno per produrre degli utili misurabili in moneta corrente. Siamo così giunti al paradosso per cui per poter apprezzare il valore di qualsiasi cosa, anche di qualcosa che preesiste indipendentemente dall’apporto umano, bisogna inventarci un mercato in cui poterla scambiare.

Ecocene vs Plastocene

Non vi potrà mai essere una “transizione ecologica” senza una profonda trasformazione dei quadri di riferimento concettuali scientifici ed etici dentro cui concepire le relazioni sociali. Si tratta di avviare un cambiamento culturale e antropologico. Si tratta di intraprendere un sentiero inedito (almeno per le culture occidentali moderne) di civilizzazione. Entrati quasi senza accorgersene nell’era geologica dell’antropocene (androcene, capitalocene, eurocene, palstocene, econocene… a scelta) dovremmo ora scegliere consapevolmente di immaginare una Ecocene.

Il filosofo Christopher Prestonche insegna filosofia ambientale presso l’Università del Montana, sulla scia del Nobel per la chimica Paul Crutzen – inventore dell’Antropocene – popone una nuova denominazione della nostra era geologica: The Synthetic Age.

“Ormai non solo la nostra specie si circonda di nuovi materiali, ma sta anche acquisendola capacità di riprogettare un certo numero di processi planetari fondamentali.Stiamo imparando a sintetizzare e a cucire insieme nuove disposizionidi Dna per creare organismi originali e utili. Stiamo fabbricando nuovestrutture atomiche e molecolari per creare materiali con proprietà completamentenuove. Stiamo modificando la composizione delle specie presenti negli ecosistemi, sperimentando al contempo le tecniche per riportare in vita animali estinti. Stiamo studiando come utilizzare tecnologie chepossano riflettere la luce del Sole per mantenere fresco il pianeta. In ciascuno di questi modi, l’umanità sta imparando a sostituire alcune delle attività naturali che sono state piú importanti nel corso della storia con altre sintetiche progettate da noi”. (Christopher Preston, L’era sintetica. Einaudi). E non è fantascienza!

Proprio la pandemia ha accelerato le applicazioni tecnologiche delle ricerche scientifiche più spinte. Hanno scritto Kevin Sneader e Shubham Singhal commentando un rapporto del McKinsey Global Institute (La prossima normalità: le tendenze aziendali per il 2021, McKinsey). “Lo sviluppo di vaccini COVID-19 è solo l’esempio più convincente del potenziale di ciò che MGI chiama la ‘Bio Rivoluzione’: biomolecole, biosistemi, biomacchine e biocomputing. (…) L’urgenza ha creato slancio, ma la storia più significativa è come una vasta e diversificata gamma di funzionalità, tra cui bioingegneria, sequenziamento genetico, informatica, analisi dei dati, automazione, apprendimento automatico e intelligenza artificiale, si sono unite. Anche i regolatori hanno reagito con velocità e creatività, stabilendo linee guida chiare e incoraggiando una collaborazione ponderata. Senza allentare i requisiti di sicurezza ed efficacia, hanno dimostrato quanto velocemente possono raccogliere e valutare i dati. Se queste lezioni vengono applicate ad altre malattie, potrebbero svolgere un ruolo significativo nel gettare le basi per uno sviluppo più rapido dei trattamenti. (…) le tecnologie di modifica genetica potrebbero frenare la malaria, che uccide più di 250.000 persone all’anno. Le terapie cellulari potrebbero riparare o addirittura sostituire le cellule e i tessuti danneggiati. Nuovi tipi di vaccini potrebbero essere applicati alle malattie non trasmissibili, tra cui il cancro e le malattie cardiache”. La McKinsey è la più nota e forse la più grande compagnia di consulenza del mondo. Nichole Aschoff, editorialista di Jacobin Mag, ci informa che si tratta di “una potenza globale che conta trentamila consulenti in sessantacinque paesi” che offre consulenze a imprese private, agenzie pubbliche e governi, ma opera anche per proprio conto con un fondo di investimenti e partecipando a varie società. Si occupa di qualsiasi cosa: ristrutturazioni aziendali, investimenti finanziari, servizi pubblici tra cui le carceri e, ovviamente, industrie farmaceutiche. Nei soli Stati Uniti la McKinsey ha avuto contratti per 100 milioni di dollari del quadro delle azioni per fronteggiare la pandemia (Nichole M. Aschoff, Il lavoro sporco, Jacobin Italia, Estate 2021).

Come dopo ogni guerra, anche la “guerra al virus SarsCov2” è servita per mettere al lavoro nuove invenzioni e nuove tecnologie. Sono state la chimica dopo la Prima guerra mondiale e il nucleare dopo la Seconda. Ora è la volta delle biotecnologie molecolari. Sarà bene tenere d’occhio i nuovi doctor Frankenstein prima che mettano in circolazione nuovi mostri!

È forse giunto il momento di porre un argine alle applicazioni scientifiche. Almeno a quelle megalomane che pensano di poter dominare a piacimento la natura, viziate dal delirio di onnipotenza, asservite alla retorica del progresso senza limiti della crescita economica.


Qui l’adesione di Paolo Cacciari alla campagna Dieci anni e più

https://comune-info.net/lonnipotenza-la-crescita-e-i-processi-di-liberazione/

Di L.M.

Appassionato sin da giovanissimo di geopolitica, è attivo nei movimenti studenteschi degli anni novanta. Militante del Prc, ha ricoperto cariche amministrative nel comune di Casteldelci e nella C.M. Alta Valmarecchia. Nel 2011 crea il blog Ancora fischia il vento.

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